DANIELE FERRO intervista SERGE TISSERON La realtà oltre gli schermi

[Comune-Info, 10 maggio 2020]

Oltre due mesi di didattica a distanza, confinati in casa, senza la possibilità di incontrare gli amici e di vivere la scuola in presenza, insieme ai compagni e agli insegnanti. Dal 4 maggio le misure di quarantena si sono allentate, ma i coetanei rimangono un incontro mediato dagli schermi, la didattica a distanza prosegue per un altro mese (spingendo soprattutto i ragazzi a trascorrere molte ore al giorno davanti agli schermi) e Internet caratterizzerà anche il ritorno a scuola a settembre, con la prospettiva di turni tra lezioni online e in classe. Quali sono i rischi e le opportunità di questa situazione che pungola i corpi e gli stati emotivi, e in cui le tecnologie digitali sono esplose d’un tratto nella didattica tradizionale? Che cosa comporta un uso eccessivo di schermi, nello sviluppo cerebrale di bambini e adolescenti, e come devono affrontare gli insegnanti le ultime settimane di scuola e il rientro a settembre? Ne abbiamo parlato con Serge Tisseron, psichiatra e psicologo francese, studioso della relazione tra media ed educazione e degli effetti delle tecnologie digitali sull’età evolutiva, fondatore dell’associazione 3-6-9-12.

Tra i suoi libri editi in Italia, il più recente è 3-6-9-12, Diventare grandi all’epoca degli schermi digitali (La Scuola, 2016), un agile testo per genitori ed educatori nel quale, invece di dettare ricette generali da calare su singoli individui, Tisseron offre pratici consigli per le tappe di sviluppo dei bambini, e un orientamento di fondo che è alla base dell’educazione: parlare con i figli e gli allievi, avere cura, prendere accordi, dare come adulti il buon esempio. E per quanto riguarda le tecnologie digitali, né demonizzare né venerare. Un concetto ribadito in questa intervista, nella quale Tisseron delinea una prospettiva di cambiamento per la scuola che definisce una «rivoluzione», nella quale, dando spazio alla collaborazione e alla motivazione degli allievi e fondando «una complementarietà tra cultura dei libri e cultura degli schermi», «la scuola non deve “adattarsi” al digitale, ma crescere con esso, per valorizzare le competenze di ogni insegnante». Obiettivo? «Il più grande beneficio possibile per gli studenti».

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L’isolamento di queste settimane è rischioso in eguale misura per l’infanzia e l’adolescenza?

Il confinamento è un rischio per qualsiasi età dello sviluppo, ma è più difficile per gli adolescenti. A quest’età, i ragazzi costruiscono con i coetanei interessi e relazioni alternative a quelle con i genitori: ciò consente loro di distaccarsi progressivamente dalla famiglia, per costruire poi la propria. Tuttavia, diversi studi, in particolare quello di Jean Twenge (psicologa statunitense, il cui ultimo libro è Iperconnessi, ndr], mostrano che gli adolescenti di oggi sono immaturi più a lungo, con un prolungamento dell’infanzia all’interno dell’adolescenza. Rispetto ai loro predecessori, i ragazzi hanno meno probabilità di uscire senza i genitori, avere relazioni romantiche o fare sesso, guidare, lavorare o bere alcolici, attività caratteristiche del mondo adulto. Nel bene e nel male, gli adolescenti di oggi non hanno fretta di crescere. Questo periodo di confinamento aggrava senza dubbio la tendenza a rimanere nel bozzolo familiare e ostacola la capacità dei ragazzi di emanciparsi dalle esigenze dei genitori.

Bambini e ragazzi, anche per esigenze scolastiche, stanno trascorrendo più tempo del solito davanti agli schermi, tra computer, cellulare, videogiochi… quali sono i rischi di un uso eccessivo degli schermi?

Nei bambini che trascorrono molto tempo davanti agli schermi, diminuiscono le capacità di attenzione e concentrazione. I loro cervelli si abituano a eseguire azioni invece di mobilitarsi volontariamente per un compito. Nei bambini è sempre più rara l’attenzione a lungo termine su un compito scelto per il piacere di svolgerlo, e lo dimostra la mancanza di interesse per la lettura. Esiste inoltre un alto rischio di ridurre il tempo di sonno, con conseguenze problematiche sulla memoria, l’umore, le capacità di attenzione e concentrazione, l’alimentazione e naturalmente le prestazioni scolastiche. Nei videogiochi, ad esempio, se il tempo di gioco rimane al di sotto di un’ora al giorno, aumentano le capacità di prendere decisioni e agire in modo rapido, ma quando il tempo di gioco diventa eccessivo si compromettono le capacità di riflessione e di controllo, aumentando il rischio di reazioni impulsive anche nella vita reale. Se il tempo trascorso davanti agli schermi, invece di essere indotto dal piacere che ne si trae, è causato dal desiderio di dimenticare qualcosa che preoccupa, il rischio è di non essere in grado di staccarsi: in questo caso si corre un pericolo e allora è importante trovare qualcuno con cui parlare di ciò che non va.

Quali sono invece le opportunità delle tecnologie digitali?

Un rapporto dell’Unicef del dicembre 2017 analizza tutte le recenti ricerche internazionali e conclude che l’uso delle tecnologie digitali da parte di bambini e adolescenti avrebbe effetti benefici sulla socializzazione. Aumenterebbe la sensazione di essere legati ai compagni, ridurrebbe la sensazione di isolamento e favorirebbe le amicizie esistenti. Rafforzerebbe inoltre la ricerca della condivisione e delle altre persone, inviterebbe a tener conto delle opinioni dei coetanei e ad anticipare e decodificare le loro reazioni. Ma questo è vero solo se i rapporti forgiati attraverso gli schermi, a partire dai social network e dai videogiochi, sono mantenuti e rafforzati da collegamenti con la realtà fisica, soprattutto con i compagni di scuola. Questo è ciò che manca oggi in un periodo di confinamento.

Gli insegnanti come devono organizzare il lavoro per evitare che i bambini trascorrano troppo tempo davanti agli schermi?

Non devono imporre agli allievi tante ore di videoconferenza quante sono le ore di lezione a scuola, perché seguire via Internet è molto più faticoso. In questo periodo di confinamento, che spinge gli studenti a utilizzare gli schermi, gli allievi dovrebbero essere incoraggiati a usare molto più del solito i loro libri di testo.

Quando le lezioni riprenderanno a settembre, invece, gli insegnanti come dovranno comportarsi?

Qualunque sia lo stato d’animo in cui gli studenti hanno lasciato la scuola, al ritorno non saranno gli stessi. Le loro esperienze in questi mesi saranno state davvero molto diverse. C’è chi ha potuto camminare in campagna e chi ha vissuto in un appartamento angusto, chi si è confrontato con genitori ansiosi e violenti, chi si è abbronzato e chi ha guardato la televisione tutto il giorno, chi ha subito lutti o maltrattamenti. Senza un buon clima in classe, non c’è apprendimento possibile. Ecco perché come priorità gli insegnanti dovrebbero ricreare il legame tra questi bambini. I libri possono aiutare. Per le elementari, suggerisco tre storie disponibili online (in francese, inglese e tedesco, ndr): per creare una discussione tra insegnanti e allievi, evocano con umorismo le ansie che tutti i bambini hanno sperimentato, ma di cui è così difficile parlare. Allo stesso tempo, non va dimenticato che i rischi del virus proseguiranno: nella fase successiva al disastro bisognerebbe continuare a fornire informazioni a tutti. Allora perché non invitare i bambini a disegnare manifesti, e metterli a scuola per ricordare costantemente le nuove regole? Quando gli allievi dovranno dividersi in turni tra lezioni a casa e a scuola, si potrebbe anche organizzare un concorso di classe per rinsaldare i legami creativi. Nulla promuove l’incontro con l’altro e con la sua diversità meglio delle attività condivise.

Crede che questa esperienza di didattica a distanza cambierà le relazioni scolastiche e l’uso degli schermi?

Spero che la scuola prenderà coscienza della necessità di preparare insegnanti e studenti al telelavoro, e di come bambini e adolescenti siano in grado di utilizzare gli strumenti tecnologici e delle conseguenze che ciò comporta. Gli schermi incoraggiano gli allievi che lavorano da soli a scuola a lavorare in modo collaborativo a casa: questo periodo lo dimostra. La scuola dovrebbe sviluppare molto di più l’alternanza del lavoro individuale e del lavoro collaborativo, con o senza schermi: bisogna insegnare agli studenti a lavorare sia da soli sia insieme, con carta e schermo. Infine, a scuola dovrebbe essere incoraggiato il tutoraggio, come avviene nei videogiochi, nei quali i giocatori si aiutano (uno studio sulle opportunità pedagogiche del sistema dei videogiochi è stato scritto dal linguista statunitense James Paul Gee in Come un videogioco. Insegnare e apprendere nella scuola digitale, ndr). Allo stesso tempo, nel digitale è facile perdersi se non si sono sviluppate competenze tradizionali associate alla cultura del libro, come quella narrativa e di autoregolazione. Bisogna fondare una complementarietà tra la cultura dei libri e la cultura degli schermi. Grazie alle tecnologie digitali, gli studenti possono lavorare al proprio ritmo, quando lo desiderano, trovando in ogni disciplina un livello di difficoltà adatto alle proprie competenze, costruendo una vera e propria “mappa di viaggio” e con la possibilità di consultare un tutor. Gli spazi digitali promuovono così due tipi di motivazione: l’innovazione, cioè si ha tanto più piacere a svolgere un compito mentre si costruisce il proprio percorso personale, e la sicurezza, perché il software non giudica e permette allo studente di visualizzare in ogni momento le tappe del suo viaggio di apprendimento.

Qual è il ruolo dell’insegnante in questa prospettiva?

Lo studente ha sempre bisogno di una relazione viva con un insegnante che apprezza le sue possibilità e con il quale si può identificare, in un rapporto dinamico e creativo con i saperi. Poiché le emozioni e l’accompagnamento premuroso sono al centro dell’apprendimento, la scuola non deve “adattarsi” al digitale, ma crescere con il digitale. La tecnologia digitale potrebbe valorizzare le competenze di ogni insegnante. Mi chiedo allora se non si debba pensare l’insegnamento diversamente. Gli insegnanti carismatici potrebbero insegnare a gruppi di studenti più grandi, raggruppando classi, mentre altri potrebbero dedicarsi agli allievi in piccoli gruppi. Infine gli insegnanti esperti di digitale potrebbero lavorare meno a scuola, per prendersi cura degli studenti più bisognosi, la sera o nei fine settimana: gli allievi vedrebbero comunque questi insegnanti a scuola e li ritroverebbero su Internet. Dovremmo rinunciare all’idea che ogni insegnante operi su tre fronti contemporaneamente: tenere una lezione in classe, seguire gli studenti in piccoli gruppi e anche su Internet. Sono ben cosciente che si tratta di una rivoluzione, ma ciò solleverebbe molti insegnanti da svolgere attività per le quali sono poco motivati, e permetterebbe loro di concentrarsi invece su ciò che sanno fare meglio: sarebbero gli studenti a trarne il più grande beneficio.

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