GIORGIA LOI La scuola a pezzi: il paradosso del dimensionamento

Sostenere che il dimensionamento scolastico non comporti la chiusura di plessi o scuole è come affermare che una città non viene smantellata perché restano in piedi gli edifici, anche se si svuotano le istituzioni, i servizi e le funzioni che la tengono viva.
La Sardegna, per esempio, commissariata dal Governo perché non ha dato piena attuazione ai piani di riduzione delle autonomie scolastiche, negli ultimi tre anni ha visto “scomparire” una quarantina di autonomie, contratte in accorpamenti ibridi tra istituti di tipologia diversa e di differenti gradi di istruzione, dislocati su territori vasti e disomogenei, con l’unico obiettivo di raggiungere soglie numeriche stabilite dall’alto e prive di qualsiasi riferimento al contesto.
Il risultato non è certo una scuola più efficiente, ma al contrario più lontana dai territori, meno radicata nelle comunità e sempre più difficile da governare. In un entroterra scolastico già a rischio per gli alti tassi di dispersione, le carenze strutturali e le difficoltà tipiche di un’isola che penalizzano in molti casi l’accesso all’istruzione, il dimensionamento – che è riduzione – può aggravare la situazione in aree interne e fragili della Sardegna, dove lo spopolamento, le difficoltà nei trasporti e la dispersione scolastica sono già problematiche.
Il responsabile ne è Luigi Berlinguer, padre dell’autonomia, ma il fatto che nessun governo si sia posto mai il problema è la prova che l’aziendalizzazione della scuola è un progetto trasversale ai partiti e di chiara matrice ideologica: esso è uno strumento di riduzione dei costi, subordinato a criteri numerici e finanziari. Nient’altro.
La conseguenza più evidente e al tempo stesso più grave di questo processo è la proliferazione delle cosiddette “reggenze”, un vero e proprio mostro amministrativo che vede dirigenti scolastici costretti a gestire due, tre o più istituti contemporaneamente, spesso distanti decine di chilometri tra loro, con carichi di lavoro insostenibili e responsabilità crescenti a fronte di risorse invariate o addirittura ridotte. In questo modo si compromette la possibilità di una presenza dirigenziale reale e costante nelle scuole e si trasforma il dirigente in un mero gestore dell’emergenza burocratica.
Nei contesti più fragili gli effetti sono ancora più devastanti perché la scuola è una presenza simbolica e sociale, non soltanto luogo di istruzione, ma presidio culturale e civile di riferimento.
Gli esempi si moltiplicano.
Nell’entroterra barbaricino, a Orgosolo, la scuola non è soltanto un luogo di istruzione, ma uno dei principali presìdi pubblici rimasti a tenere insieme la comunità. Qui l’Istituto comprensivo serve bambini e ragazzi di un territorio montano, con collegamenti difficili, popolazione in calo e servizi essenziali ridotti. Col dimensionamento l’istituto viene accorpato a una scuola del comune di Oliena. Formalmente la scuola non chiude, ma nella sostanza l’accorpamento significa allontanare il centro decisionale, complicare la gestione quotidiana, aumentare i disagi per le famiglie e il personale, in un territorio dove gli spostamenti sono già difficili e i trasporti pubblici insufficienti.
Situazioni analoghe si riscontrano in altre zone interne e periferiche della Sardegna, come nell’Ogliastra o nel nord dell’isola, dove istituti comprensivi di piccoli comuni vengono accorpati a scuole di centri più grandi.
Ancora una volta bisogna riconoscere che dietro la retorica dell’efficienza e della razionalizzazione si cela una visione miope, che considera la scuola un costo da ridurre e non un investimento umano per il futuro del Paese.