LUISA MIRONE Nessuno mi può giudicare? Sulla formazione e la valutazione dei docenti

[La scuola e noi, 20 febbraio 2021]

Formo ergo valuto

A ogni docente si richiede trasparenza nelle valutazioni dei propri allievi. Ed è giusto: non è solo un problema di tracciabilità del voto (da dove venga, in base a cosa venga attribuito), ma di investimento formativo nella operazione stessa della valutazione. Per questo ogni docente avveduto sa che a far la trasparenza non è la griglia più o meno fitta di indicatori e descrittori di prova, ma la chiarezza progettuale nella ricognizione dei contesti di apprendimento (situazione iniziale, situazioni attese in rapporto alla classe e a un più ampio standard nazionale), la definizione onesta delle finalità educative, l’individuazione lucida degli strumenti utili a conseguire quegli scopi, il tempo e lo spazio destinati ad allenare gli allievi all’utilizzo di quegli strumenti e per consentirgli la rielaborazione dei risultati del loro lavoro.

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ALESSANDRO LIBURDI A scuola di luglio? Quant’è bello pappagallare

[La voce di Tristan, 11 febbraio 2021]

Ripartiamo dalle basi. Sono un docente, non faccio semplicemente il docente. Sono e non faccio, anche se oggi si tende a valorizzare di più il saper fare che il saper essere. Aspetta, aspetta, aspetta: dov’è che l’hai già sentita questa? Ma sì, a scuola. La didattica delle competenze, ricordi? Va be’, sorvoliamo, prima che parta l’embolo a te che leggi e a me che scrivo.

Sono un docente, e non sono un eroe. Non sono Luigi delle Bicocche, per intenderci. Non sono un operaio alla catena, un commesso viaggiatore, un barista o un ristoratore. Ma lavoro comunque: lavoro per la Conoscenza. Questa sconosciuta e sprovveduta sottodivinità che il capitale e la logica del conveniente da anni deturpano, attaccandola come se fosse la vera peste del III millennio.

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GIANLUCA GABRIELLI Maestre, maestri: reinventiamoci senza i voti

[Comune-info, 13 gennaio 2021]

I voti: una lunga storia

La storia dei voti nella scuola elementare in Italia è appassionante ed attende ancora una storica o uno storico che la scriva, illuminando attraverso di essa le idee di scuola che si sono fronteggiate durante la seconda parte del secolo scorso e la prima parte di questo. I cari amici Piero e Marcella di Genova mi raccontano di quando, giovani maestri all’inizio degli anni Settanta, consegnavano ai genitori due documenti: la pagella regolamentare in cui tutti i bambini e le bambine erano valutati con lo stesso voto e – in busta chiusa perché non previsti dalla normativa – i giudizi argomentati e personalizzati sul percorso didattico, le personalità, le esperienze di apprendimento. Queste disobbedienze allora non rimasero isolate e spinsero dal basso a una riforma che cancellò i voti come simbolo e strumento di una scuola selettiva, che bocciava alte percentuali di alunni ricalcando semplicemente le condizioni sociali e le origini culturali delle famiglie.

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GIUSEPPE CALICETI Basta voti

[Da La scuola senza andare a scuola, pp. 120-1]

I voti disturbano la crescita, minano l’autostima. I voti adulano e offendono, corrompono e feriscono, mietono vittime innocenti e creano assurde presunzioni. I voti infieriscono sui più deboli e avvelenano anche i migliori. I voti non servono né a crescere né a imparare. Non aiutano a riflettere sugli errori commessi. Non aiutano a migliorarsi. I voti creano muri insormontabili. I voti dimenticano chi sono e da dove vengono gli studenti. Non li prendono per mano. Non li conducono in nessun luogo. I voti creano rancori e vendette. I voti sono orrori. I voti fanno male, tanto male. Soprattutto ai più piccoli. I voti sono sempre lo stesso numero: uno zero senza volto e senza cuore.

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MARCO DI BENEDETTO Ritornino i corpi!

[I giorni del rischio, 29 gennaio 2021]

In questi giorni – settimana più, settimana meno – i ragazzi e le ragazze delle scuole superiori italiane tornano sui banchi dopo circa tre mesi di DDI (didattica digitale integrata), più popolarmente conosciuta come “didattica a distanza”. Su di loro, sulla loro fatica e la loro resilienza, sui loro disagi e loro proteste si è scritto e detto molto. E, sicuramente, molto sarà ancora da raccontare, analizzare, riprogettare.  Molto meno si è scritto e detto degli insegnanti e del personale scolastico. Senza troppe pretese, provo a farmi portavoce di tante colleghe e colleghi che, non senza momenti di scoraggiamento e fallimento, in questi mesi ci hanno messo l’anima per continuare a fare comunità, a fare scuola, a stare in relazione con quei nomi, quei volti, quegli sguardi pieni zeppi di futuro, eppure in molti casi gia immelanconiti, che ogni mattina è parso veder bucare lo schermo di un computer ed entrare in casa propria o in un’aula abitata dai soli banchi, rotellati o meno. 

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GIORGIA LOI Però la DAD funziona

[post nel gruppo facebook «La nostra scuola: cultura, passione e relazione»]

Chi dice che la DAD o DDI ha funzionato, non capisco bene se ci è o ci fa.
Studenti completamente inghiottiti dal buco nero della distanza, non li trovi neanche se dovessi cercarli “a perda furriara” per tutto il pianeta. Studenti che entrano ed escono nella stessa lezione o tra una lezione e l’altra, al ritmo della velocità della luce secondo quello che si sta facendo: al momento della correzione degli esercizi, miracolosamente la connessione traballa a quasi tutti e da 18-20 che erano ne restano sistematicamente 5.
Però la DAD funziona.

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CARLO SCOGNAMIGLIO La didattica digitale va compresa, prima di essere attivata

[Roars, 16 gennaio 2021]

Marco Gui è probabilmente uno dei più attenti osservatori delle dinamiche sociali innescate dai nuovi media digitali. Una curiosa circostanza ha fatto sì che desse alle stampe, proprio alla vigilia del tragico 2020, un volumetto di grande interesse. Circa un anno fa, infatti, veniva pubblicata una sua accurata riflessione, per la casa editrice Il Mulino, con il titolo: Il digitale a scuola. Rivoluzione o abbaglio?

Al di là della raffinata qualità della scrittura e di una non frequente profondità d’analisi tra chi si occupa di temi educativi, il libro di Gui ci traghetta nel cuore di una discussione oggi diventata ancora più pregnante, alla luce dell’accelerazione obbligata, in termini di didattica digitale, determinata dalla pandemia. Gli attribuisco un merito in particolare: quello di ragionare su un tema apparentemente ovvio in modo seriamente critico, mai pregiudiziale, capace di mettere sul tappeto luci e ombre di una trasformazione in atto, che va capita, prima di essere contrastata o cavalcata.

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CARMELO ALBANESE La DAD come la PS6

Sulla scuola (e sull’università, quasi totalmente scomparsa, insieme alle biblioteche, dai discorsi che ruotano intorno all’apprendimento) si è partiti da un delirio di fondo. L’idea che fosse sostituibile con la didattica a distanza. Non è così. Sono proprio due cose differenti. Il mezzo non è neutro nell’apprendimento (porta con sé un metamessaggio) e l’apprendimento non coincide con la nozione. Anche la sola nozione non è neutra rispetto al mezzo utilizzato per darla.

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LUCIA R. CAPUANA Scuola in presenza vs. Didattica a distanza

[L. R. Capuana, 9 gennaio 2021]

Il dibattito sulla scuola che imperversa sui social media e anche sui mezzi di informazione più tradizionali mai come in questo periodo è riuscito a monopolizzare l’attenzione dell’opinione pubblica e ottenuto una tale esposizione mediatica. Chiunque ne parla lo fa, ovviamente, portando il proprio punto di vista e il proprio interesse. Da una parte quindi c’è chi non sa a chi lasciare i figli dovendo andare a lavorare e, quindi reclama la scuola in presenza specie per i più piccoli e in effetti, sia la scuola dell’infanzia e la primaria sia la secondaria di primo grado (prima e seconda), da settembre sono state sempre in presenza; dall’altra c’è chi rilevando tutte le criticità per la salute e la diffusione dei contagi connesse con la scuola in presenza per gli adolescenti invoca la didattica a distanza. In questa contrapposizione netta per ragioni condivisibili ma contrastanti si insinua chi sfrutta i bisogni degli uni e le paure degli altri. E le sfrutta ad arte.

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CARLO TECCE La didattica a distanza fa male

[«l’Espresso», 8 gennaio 2021]

Dalla precarietà allo stress, il dicastero è al lavoro da mesi sugli effetti psicologici sugli studenti della Dad. L’Espresso ha consultato i documenti riservati

La didattica a distanza fa male. Si ha paura a dirlo, per non sovrapporre i drammi. Al ministero dell’Istruzione, però, lo sanno da mesi che quel rito digitale conosciuto con la sgradevole sigla di “dad”, nel lungo periodo, fa male agli studenti, riduce l’apprendimento scolastico, amplifica il disagio sociale, genera disturbi psicologi.

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