ALESSANDRO MANZONI «Mi fo monaca, di mio genio, liberamente»

Da «I promessi sposi», capp. IX-X

Era essa l’ultima figlia del principe ***, gran gentiluomo milanese, che poteva contarsi tra i più doviziosi della città. Ma l’alta opinione che aveva del suo titolo gli faceva parer le sue sostanze appena sufficienti, anzi scarse, a sostenerne il decoro; e tutto il suo pensiero era di conservarle, almeno quali erano, unite in perpetuo, per quanto dipendeva da lui. Quanti figliuoli avesse, la storia non lo dice espressamente; fa solamente intendere che aveva destinati al chiostro tutti i cadetti dell’uno e dell’altro sesso, per lasciare intatta la sostanza al primogenito, destinato a conservar la famiglia, a procrear cioè de’ figliuoli, per tormentarsi a tormentarli nella stessa maniera.
La nostra infelice era ancor nascosta nel ventre della madre, che la sua condizione era già irrevocabilmente stabilita Continua a leggere “ALESSANDRO MANZONI «Mi fo monaca, di mio genio, liberamente»”

Leone

La volpe dolcemente lo adulava, e il leone ascoltava can incantata compiacenza. E il cervo candidamente: «Sire, Renardo vi inganna; non c’è parola sua che sia vera». Il leone, così inopportunamente sciolto dall’incanto, gli si volse feroce. «Sei uno sporco traditore», disse. «Non credi dunque che io sia magnifico, che io sia potente e giusto, terribile e buono? Ritieni dunque che io sia una scimmia, a non saper distinguere l’ammirazione giusta dall’adulazione vuota? Renardo è un buon suddito, e tu sei un consigliere malvagio». E ordinò il cervo fosse subito sbranato.

Leonardo Sciascia, Favole della dittatura

LEONARDO SCIASCIA Ballerine in treno

Da «La Sicilia, il suo cuore»

Vestono gonne lunghe, hanno sciarpe
d’arcobaleno – e si abbandonano affrante,
allungano le gambe sui sedili.
Lamentano il conto dell’albergo,
l’affanno della partenza, il sonno
reciso all’alba.
I loro nomi – Monica, Marisa –
hanno la triste luce delle perle
che le ragazze comprano alle fiere.
Povere, loquaci rondini che migrano
da un deserto a un deserto,
rondini stanche senza primavera. Continua a leggere “LEONARDO SCIASCIA Ballerine in treno”

ELIO VITTORINI Che aveva un tedesco da essere triste in quel modo?

Da «Uomini e no» (1945)

L’operaio entrò nella casa.
Un grappino?
– Niente grappino.
Era una vecchia dietro il banco.
– Che cosa di caldo?
– Niente di caldo.
– Neanche se aspetto ?
-Se aspettate sì. Caffè di cicoria.
– Aspetterò. Ci vuole molto?
-La macchina deve scaldarsi. L’ho accesa ora.
Egli sedette a un tavolino di ferro, guardò e vide il tedesco, nell’angolo presso la porta, seduto anche lui che aspettava. Continua a leggere “ELIO VITTORINI Che aveva un tedesco da essere triste in quel modo?”

Fraternizzazione

C’è una parola che mi esalta. Una parola che non ho mai potuto udire senza un gran brivido e una grande speranza, la più grande di tutti, quella di poter vincere le potenze di rovina e di morte che schiacciano gli uomini. Questa parola è: fraternizzazione.

Paul Éluard, L’evidenza poetica

SALVATORE QUASIMODO Alle fronde dei salici

Da «Giorno dopo giorno» (1947)

E come potevano noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Spingitori di incentivi

C’è questo decreto 36 che parla di formazione incentivata per i docenti. Tu ti formi e io ti premio. Non è così facile perché: i soldi sono pochi e non si possono distribuire a pioggia. E poi la pioggia sporca, qua bisogna che il godimento dei benefici spetti a una elite. Che ci sia l’incentivo per acchiappare gli incentivi: spingitori di incentivi. Tutto bene. Tranne una cosa. Chi decide a chi vanno gli incentivi. Un comitato di valutazione formato dal dirigente e da docenti non stabilisce dei criteri astratti ma premia altri docenti (e se stesso) sulla base di criteri decisi da un istituto parastatale (che non nomino). Il principio della valutazione tra pari che la Buona Scuola ha introdotto. Che io vorrei attuare in classe. Io sono l’istituto, distribuisco i criteri, ma poi il lavoro sporco lo fate voi. Ma attenzione, perché solo un terzo della classe potrà meritare i voti alti