Da «Il ruolo dell’Europa all’interno dei conflitti»
Basta guardarsi attorno per trovare esempi di assurdità omicide. Clamoroso è quello degli antagonismi tra nazioni. Si crede spesso di poterli spiegare dicendo che mascherano semplicemente antagonismi capitalistici; ma si dimentica un fatto, che pure balza agli occhi, e che cioè la rete di rivalità e di complessità, di lotte e di alleanze capitalistiche che si estende sul mondo non corrisponde affatto alla divisione del mondo in nazioni. Il gioco degli interessi può opporre due gruppi francesi, e unire ciascuno di essi a un gruppo tedesco. L’industria tedesca di trasformazione può essere considerata con ostilità dalle industrie meccaniche francesi; ma alle compagnie minerarie è quasi indifferente che il ferro della Lorena sia trasformato in Francia o in Germania; e i vignaioli, i produttori di articoli parigini di lusso, e altri ancora sono interessati alla prosperità dell’industria tedesca. Queste verità elementari rendono incomprensibile la spiegazione corrente delle rivalità tra nazioni. Se si afferma che il nazionalismo copre sempre degli appetiti capitalistici, si dovrebbe specificare a chi appartengono questi appetiti. Al settore minerario? Alla metallurgia pesante? All’industria meccanica? Al settore elettrico? A quello tessile? Alle banche? Non può trattarsi di tutto questo insieme, perché gli interessi non coincidono; e se si prende in considerazione un settore del capitalismo; bisognerebbe anche spiegare perché questo settore si è impadronito dello Stato. È vero che la politica di uno Stato coincide sempre, in un determinato momento, con gli interessi di un determinato settore capitalista; si ha così una spiegazione buona per tutte le occasioni, che, per la sua stessa insufficienza, si applica a qualunque cosa. Data la circolazione internazionale del capitale, non si vede nemmeno perché un capitalista dovrebbe cercare la protezione del proprio Stato anziché quella di uno Stato straniero, o perché dovrebbe esercitare i mezzi di pressione e di seduzione di cui dispone con maggiore difficoltà su uomini di Stato stranieri piuttosto che sui propri connazionali. La struttura dell’economia mondiale corrisponde alla struttura politica del mondo solo in quanto gli Stati esercitano la loro autorità in materia economica; ma anche il senso in cui viene esercitata questa autorità non può essere spiegato attraverso il semplice gioco degli interessi economici. Quando si esamina il contenuto del termine «interesse nazionale» non vi si trova nemmeno l’interesse delle imprese capitalistiche. «Si crede di morire per la patria – diceva Anatole France – si muore per gli industriali». Sarebbe ancora troppo bello. Non si muore nemmeno per qualcosa di così sostanziale, di così tangibile com’è un industriale.
L’interesse nazionale non può essere definito né da un interesse comune delle grandi imprese industriali, commerciali o bancarie di un paese, perché questo interesse comune non esiste, né dalla vita, dalla libertà e dal benessere dei cittadini, perché li si implora in continuazione di sacrificare il loro benessere, la loro libertà e la loro vita all’interesse nazionale. In fin dei conti, se si esamina la storia moderna, si arriva alla conclusione che l’interesse nazionale è, rispetto a ogni Stato, la capacità di fare la guerra. Nel 1911, la Francia ha rischiato di fare la guerra per il Marocco; ma perché il Marocco era così importante? Per la riserva di carne da cannone che l’Africa del Nord doveva rappresentare, per l’interesse che ha sempre un paese – da un punto di vista bellico – a rendere la propria economia quanto più indipendente è possibile attraverso il possesso di materie prime e di sbocchi. Ciò che un paese chiama interesse economico vitale non è ciò che permette ai suoi cittadini di vivere, è ciò che gli permette di fare la guerra; il petrolio è molto più adatto a scatenare conflitti internazionali del grano.