«Il clandestino»
Aveva molto nome a S., un fascista che si chiamava Inghirenti. Durante il ventennio aveva spadroneggiato. Dopo l’otto settembre credeva tutto fosse ricominciato. Si era rivestito dei galloni. La mattina, arrivato in ufficio, si faceva portare davanti il partigiano, il comunista sorpreso la sera prima, da qualche giorno giacente nella cella della prigione e cominciava, contornato dagli scherani, presente la dattilografa, a interrogarlo.
Nel tiretto del suo tavolo aveva una pistola a piumini, di quelle ad aria compressa, che vivono sui banchi dei tiri a segno. Dopo le generalità che la dattilografa aveva battuto sui tasti, egli con calma pronunciava: «Allora, dimmi la verità! Chi sono i tuoi amici? Chi ti manda? Dimmi i nomi».
Il partigiano seduto, non rispondeva o indirizzava su false strade. Inghirenti toglieva dal tiretto la pistola a piumini, l’alzava e, mirando, premeva il grilletto. Dalla canna partiva verso il viso del partigiano l’ago fronzuto che penetrava nella carne.
Inghirenti continuava a far domande e a mirare, i piumini infissi non si dovevano togliere. La dattilografa quando era il caso batteva a macchina.
Inghirenti permetteva che poi i suoi dipendenti usassero i mezzi comuni per far parlare. Inghirenti era solito farsi portare alla caserma, dove svolgeva il suo compito, da una vasta automobile, sulla quale aveva la scorta di tre militi, uno dei quali autista.
Questa automobile, così carica, era solita girare a sinistra, per il ponte Rondanini, circa le dieci del mattino.
S. è attraversata da un fiume. Inghirenti abitava al di là. La caserma era al di qua. Alle dieci del mattino i tre militi aspettavano davanti al suo portone. Il seniore infine appariva.
Sarebbe stata la prima volta che uccidevano alla luce. Presero le precauzioni. Ripeterono la scena per alcune mattine: si recavano alla svolta del ponte all’arrivo di Inghirenti, al suo passaggio, immaginavano le mosse.
Infine dichiararono di sentirsi pronti a fare sul vivo.
I gappisti per l’occasione erano quattro e dovevano ciascuno uccidere il proprio uomo.
Si misero alla curva del ponte. In quel punto l’automobile era costretta a rallentare la marcia; più facile la mira.
Si misero sparsi, e rapidamente ravvicinabili, quali cittadini disoccupati, amanti del sole.
Alle dieci si avvicinò l’automobile. I quattro si mossero, come avevano fatto alle prove. La luce disegnava la geometria della città.
L’automobile era col tetto scoperto, e così l’usavano o per spavalderia o per esser più pronti, osservando per ogni raggio.
Alla curva le ruote diradarono i giri.
I quattro, trovatisi come per caso a sfiorare le ruote, spararono. Ognuno aveva designata la sua testa. Ognuno doveva tirare due colpi, tanto ancora turbava la dittatura che si desiderava ripetere per convincersi della verità.
Nessuno si sbagliò. Quattro gappisti, quattro morti. Fecero un calmo tiro a segno. L’automobile, cieca per l’autista colpito, andò a sbattere contro il muro del ponte.
I cittadini di S. sono sempre stati sin dall’antico curiosi e quasi avidi dei delitti, ma coloro che in quell’ora si trovarono a passare sul ponte continuarono il cammino come ignorassero la cosa.