Oggi è uno degli ultimi giorni di scuola, di una certa scuola, di un certo anno.
Un certo insegnante fa svolgere una verifica scritta in classe, vuole avere un riscontro, il più possibile attendibile, del livello delle conoscenze acquisite dai ragazzi.
Allora mette in chiaro le regole: non si può copiare, i banchi devono essere distanziati l’uno dall’altro, su di essi niente zaini, astucci e materiale vario, solo il foglio di carta, la penna, la calcolatrice, il righello, nient’altro.
I cellulari sono banditi, se qualcuno verrà sorpreso ad utilizzarne uno, gli verrà ritirata la verifica che sarà valutata negativamente.
Non sarà dato nessun suggerimento sullo svolgimento del compito, solo qualche chiarimento sulle richieste della traccia, per chi avesse dei dubbi.
Queste regole sono già state annunciate nei giorni precedenti, non cadono dal cielo improvvisamente e, in qualche misura, derivano anche dal totale disinteresse mostrato da molti nelle ultime lezioni.
Oltre ad avere illustrato abbondantemente e ripetutamente tutti gli esercizi del compito durante le lezioni, è stato fornito con congruo anticipo tutto il materiale didattico per studiare ed esercitarsi anche a casa, in altre parole, tutti sono stati messi nelle condizioni di poter svolgere completamente e correttamente il compito della verifica.
Adesso parlo in prima persona, non vorrei personalizzare troppo il discorso, ma quell’insegnante sono io, e in tutta sincerità devo dire che non sono sempre così inflessibile in tutte le classi e in tutte le situazioni, invece tengo sempre conto di diversi fattori: l’età degli studenti, il loro livello di preparazione e maturazione, le eventuali fragilità… e regolo la mia azione educativa sulla base di queste condizioni, ma si sa, bisogna esperire tutte le strategie possibili per raggiungere gli obiettivi educativi e didattici stabiliti, e in questo caso, avendo constatato che la flessibilità non portava buoni frutti, queste sono le regole.
«Fate attenzione ragazzi, vi prometto che mi impegnerò al massimo per farle rispettare rigorosamente», ho detto proprio così.
C’è subito qualcuno che protesta in modo non coerente: «Ma perché dobbiamo fare questa verifica a fine anno, con questo caldo, la scuola è praticamente finita, lei ha già i voti che le servono…݁».
Avverto una certa opposizione, una certa resistenza alla rigidità di queste regole, i ragazzi sentono di non poter fare affidamento su nessuno se non sulla propria preparazione, ma proprio questo vuol dire sostenere una verifica seria.
La verifica si fa, tengo il punto, le promesse si mantengono, i ragazzi analizzano ogni tuo comportamento, soppesano ogni tua parola, e se vuoi coerenza la devi mostrare: nessun suggerimento per nessuno, solo qualche chiarimento sulle richieste della traccia, esercito una vigilanza attenta, scopro un ragazzo con un bigliettino che riporta una parte di un esercizio, me lo faccio consegnare, in sede di correzione valuterò con calma e attenzione il da farsi, i ragazzi respirano l’aria dell’esame, io sento la fatica, è necessario gestire la tensione collettiva affinché sia contenuta sempre nei limiti fisiologici, e mantenere una corretta vigilanza, che comunque deve essere assolutamente rispettosa di tutti.
Il solito pedagogo da salotto mi potrebbe accusare di essere troppo severo, di avere un atteggiamento poco motivante, poco inclusivo, mi ricorderebbe che si può imparare anche con il sorriso, senza che il docente si trasformi in una sentinella che monti la guardia a una polveriera.
Il punto però è che questo è un momento di verifica, c’è già stato il tempo dei sorrisi e dell’apprendimento anche giocoso, c’è stato anche il tempo dello studio e dell’impegno, come detto sono state esperite tante strade diverse per raggiungere gli obiettivi desiderati, ora è il momento di verificare i frutti maturati, tenendo naturalmente conto del percorso educativo e didattico compiuto da questa classe.
Ed è un momento importante, segna un passaggio decisivo, in una scuola sempre più ingombra di mille progetti, orientamenti, educazioni civiche, percorsi trasversali, competenze non cognitive, questo invece è il momento in cui si fa il punto sulle conoscenze disciplinari acquisite, sulla capacità di applicarle e di esercitare il pensiero razionale, prerequisito irrinunciabile per arrivare allo sviluppo di un autentico pensiero critico, non è un’attività accessoria, è la necessaria conclusione del processo formativo che costituisce la vera essenza della scuola.
È un’attività impegnativa anche per me, una verifica scritta richiede un tempo di lavoro preliminare per idearla e redigerla, in modo che sia perfettamente aderente alle conoscenze da valutare, non troppo difficile, non troppo facile, e naturalmente richiede un tempo di lavoro successivo per la sua correzione e valutazione, per non dire che, essendo fatto di carne e ossa, e non di titanio, la stanchezza di fine anno si fa sentire.
Eppure sento il dovere morale di valutare in modo equo e rigoroso, insomma è giusto chiedersi cosa hanno acquisito questi ragazzi dopo un anno di lavoro.
È vero che io già lo so a grandi linee, perché ormai li conosco, ma è bene avere un’ulteriore conferma che affini la valutazione complessiva, ed è bene che anche gli studenti comprendano che il lavoro svolto, o non svolto, è soggetto a verifica, che non si scappa davanti alle proprie responsabilità, che fare i furbi non paga.
Non è accanimento sadico, come potrebbe insinuare il solito pedagogo da salotto, è un compito educativo fondamentale dell’insegnante, forse un insegnamento ormai superato per chi è totalmente perso nelle cattive consuetudini dell’aggiramento delle regole e delle scorciatoie, non certo per un insegnante, che ha il dovere di educare all’onestà intellettuale e alla responsabilità.
Nella fantasia di qualcuno esiste un mondo incantato in cui tutti gli studenti hanno una voglia irrefrenabile di imparare, di studiare, sono curiosi della tua disciplina, sono attenti e motivati, durante la lezione pongono domande pertinenti di chiarimento o di approfondimento della spiegazione; sarebbe bello se tutte le classi fossero così, ma queste visioni idilliache possono germogliare solo nella mente fantasiosa di qualche pedagogo da salotto, che magari non ha mai insegnato in una scuola vera.
La realtà è ben diversa, soprattutto in funzione del contesto sociale e culturale in cui ci si trova, nel mondo reale le classi sono tutte diverse, come anche i ragazzi naturalmente, ci sono classi dove spesso, quando entri, leggi negli sguardi degli studenti pensieri come questi: «E questo che vuole adesso? Oggi non è proprio aria, oggi proprio non mi va con tutti i casini che ho a casa, e poi con questo caldo…».
Classi in cui la motivazione allo studio è sotto i piedi, e devi provare a costruirla tu, pazientemente giorno dopo giorno, dove durante la lezione le uniche domande che ti vengono rivolte sono quelle di richiesta di andare in bagno o al distributore di panini e bevande, dove ogni lezione è una fatica e, al tempo stesso, una conquista, dove prima di poter fare lezione devi educare al rispetto e alla responsabilità, dove per fare una verifica seria devi sostenere un piccolo conflitto, dove probabilmente un pedagogo da salotto nemmeno ci vorrebbe mettere piede.
Ed è proprio in queste classi che serve maggiormente una solida educazione all’impegno, alla responsabilità e allo studio.
Il sistema scolastico, inoltre, spesso non supporta adeguatamente questo lavoro, anzi lo può indebolire quando sovraccarica gli insegnanti di adempimenti burocratici, sottrae tempo prezioso alle loro lezioni, interrompe ripetutamente la continuità del processo formativo, e affolla il percorso scolastico degli studenti di una miriade di attività e percorsi extradisciplinari la cui qualità ed efficacia educativa risultano, nella migliore delle ipotesi, molto discutibili.
Bene, anche oggi sono tornato a casa stanco, ho il dovere morale di educare alla responsabilità e all’amore per la conoscenza, e non voglio eluderlo.
Ma che fatica!
In fondo, a ben pensarci, dovremmo tutti prendere coscienza di una verità scomoda ma sempre più evidente: insegnare bene è ormai un atto di resistenza, contro un sistema che, più o meno consapevolmente, ce lo vuole impedire.
ROBERTO IGNAZIO IPPOLITO La fatica dell’insegnare