Da Scuola e insegnanti nella società neoliberale. Mutazioni antropologiche in atto
Negli ultimi decenni, il mondo dell’istruzione è stato investito da grandi trasformazioni volte a fare della scuola un organismo interno alle logiche di mercato, un’agenzia formativa fra le altre, caratterizzata dal tipo di apprendimento che sarebbe in grado di favorire; un apprendimento “formale”, ovvero intenzionale dal punto di vista del discente e convalidato da apposite certificazioni, distinto da quello “informale” risultante dalle pratiche della vita quotidiana (lavoro, famiglia, tempo libero) e da quello “non formale” che si ottiene mediante attività pianificate sebbene non esplicitamente in vista di un apprendimento (CCE 2000). Alla trasmissione del sapere e al valore un tempo assegnato alle conoscenze si va sostituendo “l’approccio per competenze” (Pellerey 2011); l’attenzione per la qualità dell’insegnamento lascia il passo a una retorica esaltazione dell’apprendimento (Biesta 2017), a sua volta funzionale alla personalizzazione dell’“offerta formativa” che finisce per neutralizzare la carica emancipativa dell’istruzione intesa come diritto universale; al sistema di classificazione per titoli e diplomi viene affiancandosi una sempre più pervicace attività di certificazione che, anziché giudicare il grado d’istruzione degli studenti e il livello di maturità raggiunto mediante l’acquisizione del sapere, pretende di misurare oggettivamente il loro “capitale umano” (Becker 1964). L’individuazione del fattore decisivo dell’investimento educativo nel capitale umano induce a considerare l’istruzione e la formazione come esterne ai luoghi istituzionali a esse deputati: la scuola e le università diventano “il terreno per una progressiva colonizzazione da parte del mondo dell’impresa” (Foucault 2005b), mentre qualunque tipo di relazione di cura e accudimento viene ricodificata come un’attività economica. L’attenzione per l’apprendimento a scapito dell’insegnamento apre la strada alla colonizzazione della pedagogia da parte di una psicologia resasi ormai funzionale a uno studio economico dei comportamenti, decisamente in linea, del resto, con una scienza economica sempre più interessata a trattare i comportamenti economici dal punto di vista psicologico (Hayek 1952). La formazione di docenti e educatori viene letteralmente invasa da teorie cognitiviste e comportamentiste, responsabili di un vero e proprio rovesciamento epistemologico coerente con l’imperativo politico neoliberale dell’adattamento (Stiegler 2019) e la retorica dell’empowerment che a esso si accompagna.
Se in base alla teoria del capitale umano diventa possibile rileggere economicamente tutta una serie di fenomeni non economici, questi non vengono, tuttavia, presentati come puri e semplici effetti di meccanismi economici in grado di sovrastare gli individui, spogliarli della loro libertà e asservirli a una macchina di cui non sono padroni. La dottrina neoliberale induce, piuttosto, i cittadini in qualità di lavoratori, consumatori, studenti, etc., a percepirsi come imprenditori padroni di sé stessi, titolari di comportamenti che sarebbero intrinsecamente imprenditoriali, avendo a che fare con null’altro che investimenti e redditi. La stessa formula dell’“innovazione” – nel nome della quale la scuola, l’università e tutti i settori del servizio pubblico vengono sempre più piegati alla logica manageriale – si rivela funzionale all’attuazione di nuovi e inediti processi di valorizzazione nella “società della conoscenza”, una società dove la conoscenza paradossalmente non conta più nulla, essendo venuto meno il suo carattere emancipativo e democratizzante. A essere ritenute fondamentali sono, invece, “competenze” caratterizzate da una non del tutto esplicitata afferenza al piano psicologico, evidentemente funzionale a determinare l’orientamento delle condotte e finanche “un’educazione del carattere” (CCE 1995, p. 27; Latempa 2018): l’homo oeconomicus deve “imparare a imparare”, ossia farsi “flessibile” (Sennet 1999), pronto a essere “imprenditore di sé” (Foucault 2005b) e capace delle migliori performance nella “società della prestazione” (Chicchi e Simone 2017). Lo scopo è quello di impegnarsi costantemente al fine di rendersi “occupabile”, senza per questo avere il diritto a un’occupazione: il vero lavoro è, infatti, cercare lavoro. È in funzione di questo che l’homo oeconomicus deve vivere una vita in formazione, deve cioè sottoporsi a una “formazione continua lungo tutto l’arco della vita” (Lifelong Learning). In breve, è la vita stessa a essere messa a lavoro (Fumagalli e Morini 2009).