MARIO ISNENGHI La trincea

Da «Breve storia d’Italia a uso dei perplessi (e non)»

Anche l’assalto, il bombardamento, i primi aeroplani e (sul fronte occidentale) carri armati costituiscono atroci luoghi della memoria per i popoli europei coinvolti in una lotta di proporzioni e violenza inaudite, che qualcuno ritiene si possa considerare una specie di «guerra civile», date le comuni origini e la lunga storia di coinvolgimenti reciproci propria di quelli che la combattono. Trincea e mitragliatrice possono tuttavia considerarsene riassuntive. Esse ci dicono l’essenziale di ciò che rende diversa rispetto a tutte le altre che l’avevano preceduta quella guerra e ne fanno anche un’espressione della modernità e dell’ingresso generale nella società di massa e nella civiltà delle macchine. Infatti, tutti gli eserciti sono ormai basati non più sui militari di professione, ma sulla coscrizione obbligatoria; si mobilitano milioni di uomini, sulla linea del fuoco, nei servizi, nelle retrovie (si calcola che, all’incirca, su sette uomini solo uno combatta, mentre tutti gli altri sono impiegati nei vari punti della catena di montaggio della guerra moderna): non è ancora la «guerra totale», capace di coinvolgere i civili quanto i militari, come avverrà nel secondo conflitto mondiale, ma ci stiamo avvicinando. Sono dunque i grandi numeri che contano, la capacità – diversa da paese a paese – di mettere in campo, pagare e far funzionare una grande e complessa macchina economica, militare e organizzativa. Questo non significa che i fenomeni di volontariato, di partecipazione ideale, le doti individuali, il sentimento civico, morale non contino: contano molto, invece, proprio perché vanno misurati sulla media e non più sulle punte. Tutti, a questo punto, diventano rotelline di un ingranaggio, quasi nessuno insostituibile e tutti, a loro modo, decisivi: l’Italiano normale e il tedesco normale, l’uomo medio, appunto, e anche la donna media, il fante, ma anche l’operaio, il cittadino colto e politicizzato e l’uomo dei campi la cui vita si è svolta finora in ambienti tradizionali e ristretti, ignari degli orientamenti che maturano nelle città. Insomma, nella prima guerra mondiale, quello che vince ○ che perde, è il paese tutt’intero, non quella sua parte separata che era, nelle guerre di una volta, l’esercito: tant’è vero che gli Imperi Centrali, e soprattutto i Tedeschi, perdono la guerra non perché battuti militarmente, ma perché impossibilitati a resistere e a sostenere, dal paese, l’esercito.

Ebbene. uno dei luoghi primari di incontro e di rifusione del paese nell’esercito è proprio la trincea. È in questi fetidi budelli scavati più o meno profondamente nella dura roccia del Carso o nei prati della Somme, in Francia, che si realizza un incontro fra classi sociali, condizioni, culture, provenienze regionali, mestieri -che in tempo di pace, probabilmente, non si sarebbe mai realizzato. Vivere a così stretto contatto di gomito con degli sconosciuti e spesso, dei diversi, senza più intimità e privato, produce, nei singoli, sia assuefazione che nevrosi, sia cameratismo e durevoli memorie, sia anonimato e perdita della personalità. Sono fenomeni di adattamento e disadattamento con cui i medici militari, gli psichiatri e gli psicologi del tempo hanno dovuto misurarsi. Da noi, fra gli altri, a studiare il soldato-massa ci si mette un frate, Agostino Gemelli, in buonissimi rapporti con il generale Cadorna e quindi ammesso a studiare il «materiale umano» con le sue armi di medico e di studioso dei comportamenti. In una serie di studi medico-psicologici dedicati a Il nostro soldato (1917) il futuro fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano, e grande regista della cultura clerico-fascista fra le due guerre, si compiace dei processi di spersonalizzazione indotti dalla vita passiva e monotona della trincea, perché, secondo lui, regge meglio ai bombardamenti e alla privazione di notizie e di responsabilità su ciò che accade ed è più facile che sia un buon soldato il bruto di natura o l’automa prodotto dalla vita in trincea, piuttosto che il giovane intellettuale, con tutti i suoi buoni sentimenti e valori. Insomma – potremmo dire -, Gemelli come Cadorna sono per il gregario e, coerentemente, diffidano del militare consapevole. La mitragliatrice, in effetti, non guarda in faccia a nessuno e, quando spazza con i suoi proiettili sparati velocemente in successione tutto il terreno davanti alla trincea, le probabilità di essere colpito o di farcela a passare hanno a che fare più con il caso che con i valori. Fatto sta che il condizionamento della trincea non riesce con tutti e che la follia – vera e clinicamente accertabile oppure simulata – rappresenta una sorta di malattia professionale dell’uomo comune costretto a vivere per settimane fra i topi, che la fanno da padroni, e fra i cadaveri dei suoi compagni, che si alternano ai sassi e ai sacchetti di sabbia nel fargli da riparo contro i colpi del nemico accucciato in un buco simile al suo a qualche decina di metri di distanza.