You fucked up old hag

Le proposte dell’Anp per la riapertura delle scuole a settembre. I presidi non sono stati alla finestra. La pandemia è stata una «straordinaria opportunità» (secondo Lina Azzo «grande opportunità») per portare avanti il progetto di scuola robotica. Il linguaggio della lettera dei presidi è aggressivamente tecnocratico. La scuola a settembre deve riaprire perché lo dice la Costituzione (sotto forma «di dovere costituzionale di garantire a tutti gli studenti un servizio d’istruzione obbligatoria e di qualità») ma soprattutto perché alla scuola «è rivolta una domanda di erogazione di servizio che produca apprendimento ed è assegnata una funzione generativa all’interno del welfare generale» (i corsivi, tranne welfare, sono miei). La didattica in presenza deve essere garantita almeno per i più piccoli, che devono recuperare una relazione con compagni e insegnanti e sviluppare le competenze di base.

L’esperienza della didattica a distanza e dello smart working (il corsivo è loro) come unica modalità di insegnamento-apprendimento, anzi no, come «unico mezzo per curare gli apprendimenti degli alunni», si è rivelata inefficace, insufficiente e/o ha mostrato alcuni punti critici, ad esempio non ha raggiunto un un milione e 600.000 studenti. E anche gli studenti che ha raggiunto, chissà come li ha raggiunti. Macché: «ha posto ogni scuola davanti alla consapevolezza che gli strumenti digitali sono ormai diventati indispensabili supporti formativi e di organizzazione». Quod erat demonstrandum: tutti, partendo da zero, hanno compiuto un balzo in avanti verso la robotizzazione. O per meglio dire, «per poter dare risposte concrete ai bisogni formativi di alunni e studenti». Ma tutti chi? Non gli insegnanti, le istituzioni scolastiche.

Nel documento spirito critico compare solo a proposito di utilizzare con spirito critico le tecnologie (lo spirito critico dei robot, ne avete sentito parlare?), criticità invece compare 6 volte, ma prelude sempre a una soluzione tecnocratica: le «criticità desumibili dalla eventuale scelta di ridurre la presenza degli studenti negli edifici scolastici» portano alla necessità di affiancare la didattica a distanza a quella in presenza, le criticità di BES e DSA si possono risolvere attraverso dosi massicce di DAD, la criticità «in relazione alla più giovane età degli allievi» che a differenza dei grandi (e medi) hanno bisogno di una vera socialità. Per quanto riguarda l’esclusione degli studenti svantaggiati socialmente dal meraviglioso mondo della DAD viene utilizzata la parola sofferenza, che sembra più carica emotivamente di criticità, e invece è un concetto economicistico. E viene snocciolato tutto un catalogo di supporti elettronici da mettere in mano agli studenti lungo 3 pagine.

Il corsivo scandisce le parole chiave che la lettera distribuisce con generosa ridondanza: e-government della scuola, con tanto di spiegazione, media education, educazione ai media (non so se è la stessa cosa), le agenzie formative, le immancabili competenze digitali, le risorse umane, flipped classroom, PBL, EAS, design thinking, la pratica del tutoring e del peer-to-peer, gli stakeholders, stage, webinar. Questo linguaggio che finora abbiamo subito un po’ di malavoglia ora diventerà l’unica lingua consentita: «a settembre il mondo della scuola non potrà più replicare quello precedente all’emergenza».

Ed ecco le proposte. Il ruolo del dirigente deve essere liberato da vincoli e costrizioni. Per dire che gli organi collegiali devono essere aboliti e i docenti contrastivi messi in condizione di non nuocere i presidi fanno ricorso alle migliori risorse del linguaggio robotizzato: «I docenti dovranno volgere decisamente la loro attività alla promozione dell’apprendimento autentico, attraverso un approccio di school improvement, ossia attraverso comportamenti di agevolazione del processo di formazione in uno scenario orientato alla cultura della competenza. L’introduzione di un vero middle management di supporto al dirigente non appare più rinviabile» (i corsivi sono loro, da middle management ho tolto il grassetto perché sul mio blog lo uso solo per i titoli). Ma nella conclusione la richiesta è più diretta: il testo unico deve essere aggiornato «per evitare disfunzionali sovrapposizioni e conflitti con le prerogative dirigenziali».

Viceversa, i dirigenti devono essere sollevati da qualsiasi responsabilità nel caso sfortunato, ma non imprevedibile, che le cose non vadano per il verso giusto. Qui non si usano né corsivi né parole flippate: «si dovrà evitare, tramite intervento legislativo, di esporre la dirigenza a responsabilità penali per la mancata adozione di misure che non siano state adeguatamente dettagliate e finanziate».

Per raggiungere l’obiettivo della completa robotizzazione servono interventi di sistema: la didattica non deve essere schiacciata dentro un’aula («flessibilità degli spazi di apprendimento»), bisogna adottare un approccio multiprospettico (il rigurgito dell’inter-, pluri- e multi-disciplinare), potenziamento delle infrastrutture di rete, device tecnologici a tutti gli studenti, incremento degli organici per garantire «insegnamenti differenziati e personalizzati, animazione digitale e assistenti tecnici», ma anche più soldi ai dirigenti, «l’aggiornamento della governance delle scuole, cioè delle competenze degli organi collegiali» che sono ormai dei dinosauri (sono regolate, pensate, da una legge del 1974), costo standard per studente, rimodulazione dell’orario e snellimento dei curricoli (bastano i saperi essenziali, il corsivo è mio), superamento del voto decimale in favore dei certificati di competenza, formazione obbligatoria per i docenti da subito (settembre è vicino), da inserire nel contratto. Dubbio: chi lo firma il contratto dei docenti: i presidi?

Anche se non c’è un piano governativo per la riapertura a settembre (nemmeno i presidi per la verità ne hanno uno), è probabile che «la ripresa delle attività didattiche potrebbe comprendere anche una componente curricolare di didattica a distanza». O anche auspicabile. E allora attrezziamoci. Finora abbiamo improvvisato. Ognuno si è organizzato con i propri studenti. Ora si fa sul serio: un «team di sostegno alla DAD» gestirà la rete dentro e fuori dalla scuola, individuerà la piattaforma per le videoconferenze e per il repository (parola orrenda per dire deposito di materiale didattico digitalizzato, detriti di robotizzazione mentale).

Qualcuno è rimasto senza didattica, in questi mesi. Non ha usufruito del diritto allo studio. Mappiamo tutte le situazioni critiche. A tutti gli studenti, risparmiando sulle dotazioni di libri o firmando convenzioni con aziende del settore, lo Stato fornirà un device adeguatamente performante con un giga al giorno di dati e una connessione di almeno 100 Mbit/s (4G per la rete mobile). Ai docenti no. Non i docenti a t. i. che «usufruiscono già da cinque anni di un bonus con cui è possibile l’acquisto annuale anche di tecnologie, indispensabili per il loro lavoro». Strano, pensavo che il bonus fosse legato alla cultura, e nessuno mi aveva detto che un device fosse indispensabile al mio lavoro.

E ho imparato anche un’altra cosa leggendo questa lettera: la didattica a distanza si chiama DAD, la didattica in presenza si chiama DIP. La didattica mista blended.

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