PAOLA NICOLINI Fare scuola fuori dalla scuola

[Comune-Info, 6 maggio 2020]

Dopo essersi sgolati in tutti i modi possibili, tra esperti di varia natura e provenienza, da pediatri a psicologi, da educatori a pedagogisti, da neurologi a psichiatri per dire che il ricorso a strumenti tecnologici come tablet e smartphone va fatto con molta cautela, solo per pochissimo tempo, solo in rarissimi casi, solo se accompagnati da un adulto, solo dopo una certa età e comunque non prima dei cinque-sei anni ma qualcuno in più non sarebbe male, ecco che ci siamo trovati in emergenza a spazzare via tutte le raccomandazioni e a “fare scuola” online, con dosaggi di utilizzo proprio di quei dispositivi che basterebbe per il resto della vita di un bambino o di una bambina.

Ci siamo detti che è stata una didattica di emergenza, ha svolto un ruolo di surrogato in mancanza di altre possibilità di risposta in tempi brevi. Ce ne siamo dovuti in gran parte fare una ragione, di necessità si fa virtù, ben si sa.

Mi piace chiamarla didattica di emergenza, come ci ha indicato Franco Lorenzoni, proprio per delinearne bene il confine temporale. E anche perché l’espressione didattica a distanza, per molti di noi, suona come un ossimoro. Sto parlando di coloro che intendono la didattica non come mera scelta di tecniche ma come accoglienza degli alunni e delle alunne come persone, in tutte le dimensioni che questa accezione comporta, fisiche, sociali, emotive e cognitive.

Ora però, pensando alla riapertura a settembre, non saremo più in una emergenza. Sebbene possano esserci recrudescenze dei contagi, come per la sanità, anche nel campo dell’educazione avremo potuto far tesoro di quanto messo a frutto, sia durante la fase di espansione della pandemia, sia delle conoscenze e competenze costruite nel periodo precedente.

Modelli per “essere scuola” da settembre in poi ne abbiamo, già collaudati, già sperimentati, già documentati e rispondenti alle mutate esigenze di distanziamento fisico. Sono modelli di cui si conoscono e riconoscono i risultati, che si rifanno a pilastri teorici di grande spessore, frutto di pensatori e pensatrici dell’educazione molti dei quali di origine nostrana: Maria Montessori, Mario Lodi, Lorenzo Milani, Loris Malaguzzi, Howard Gardner, Jerome Bruner, solo per citarne alcuni.

Parliamo di agri-nido e agri-infanzia, delle piccole scuole di montagna, di scuole nel bosco, di orti scolastici, di scuole in natura, di Bimbi-svegli, di scuole fuori dalle mura. Abbiamo ampia scelta per ampliare le possibilità e andare alla ricerca di modelli più rispondenti, in tutti i sensi, all’attualità. “Andiamo a scuola” e formiamoci presso queste esperienze, per essere in grado di replicarne le modalità di attuazione. Facciamo un piccolo sforzo per evitare che le interazioni insegnamento-apprendimento si appiattiscano sulla bidimensionalità dello schermo e possano invece guadagnare la tridimensionalità della realtà.

Perché già sapevamo che pensare che l’apprendimento possa avvenire stando per ore seduti a un banco ad ascoltare un insegnante che parla, era una pia illusione. Perché non c’è apprendimento significativo senza esperienza, non si educa al comprendere senza la fisicità del corpo, non si interagisce con le teorie ingenue solo con le parole.

Ci ha salvato l’interazione tra pari, che i bambini e le bambine si sono presi nonostante l’insofferenza di molti docenti, alcuni dei quali impegnati a insegnare come stare in fila e a stare seduti composti, a scrivere improbabili decaloghi, a governare la socialità che prorompe. E per fortuna – direi – utilizzando una visione vygotskiana, che la socialità tracima, perché ormai lo sappiamo che la conoscenza più profonda e radicata deriva dalle interazioni con i propri coetanei. L’orizzontalità e la diffusione hanno una funzione molto più pregnante di qualsiasi interazione verticalizzata, sia nel senso che indica la direzione dall’alto verso il basso, sia nel senso che indica la specializzazione dei saperi.

Sappiamo i poteri dell’educazione in natura, sappiamo il benessere che sprigiona l’apprendimento cosiddetto outdoor, sappiamo gli anticorpi fisici e mentali che sviluppano le esperienze degli agri-nido e agri-infanzia, conosciamo il modello possibile per una scuola diffusa (leggi anche Una scuola oltre le mura di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli), tutte opportunità a cui poter fare riferimento per ripensare una scuola aperta, un apprendimento situazionato, i compiti di realtà, gli apprendimenti informali e non formali, le competenze trasversali, l’esercizio della cittadinanza attiva e globale. Sono queste alcune tra le parole chiave sulle quali appoggiare le nuove opportunità di essere scuola.

Si può pensare a uscire dunque dalla scuola e a usare tutte le risorse disponibili nei diversi contesti, come aule a cielo aperto: le piazze, i vicoli, i giardinetti, i parchi, i musei, le serre, i boschetti, i campi, tutto quanto è raggiungibile e a tiro, dopo aver fatto una ricognizione di quel che è disponibile, a portata di “piede”, visitabile, sufficientemente sicuro.

E se piove? E se c’è vento? E se non c’è il pulmino? E se…

Qui incontriamo un nodo cruciale, perché se da un lato abbiamo i modelli, dall’altro per poterli praticare manca un pezzo essenziale, sul quale lavorare velocemente per chiudere il cerchio, vale a dire la revisione del patto formativo tra scuola e famiglie. Ci siamo messi all’angolo da soli, incartandoci e avviluppandoci con i lacci e i lacciuoli della sicurezza, della responsabilità, delle reciproche accuse e diffidenze. Su questi aspetti legati alla collaborazione educativa della comunità degli adulti è urgente rimettere al più presto mano.

L’iperprotezione delle nuove generazioni di genitori verso i propri figli ha già causato molti danni a scapito dello sviluppo della loro stessa autonomia e capacità di autoregolazione. È noto che bambini e bambine, ma anche adolescenti, fanno fatica a posticipare anche di poco la soddisfazione dei loro bisogni, essendo continuamente prevenuti per evitare i fallimenti, le privazioni, le attese, le differenze. Una caduta perciò può diventare un dramma, un graffio una denuncia, un salto fatto in modo improprio un contenzioso. I docenti si sono via via ritirati da ogni possibile spazio di esplorazione, per la paura delle ritorsioni. Non c’è stata sufficiente volontà, competenza o forza per reclamare il diritto all’esercizio della propria professionalità, che si assume anche la dimensione della pedagogia del rischio. Questa è l’occasione d’oro per rimettere insieme le parti e convergere su forme di collaborazione educativa, che non può che far bene a tutti, bambini e bambine in prima istanza.

Perché non è che stare di fronte a un tablet sia più sicuro che andare a piedi in una piazza, solo che i danni sono meno evidenti. C’è già letteratura su questi aspetti, per esserne certi, come indicato proprio all’inizio. In emergenza non si va per il sottile, può anche andare bene, ma far assurgere la didattica d’emergenza a sistema, sarebbe un grave errore. Pensare a metà gruppo in aula e metà gruppo connesso da remoto, a turni alterni, oltre a creare una gran confusione nella mente dei bambini e delle bambine, e delle loro famiglie, sarebbe una duplice disfatta, su entrambi i fronti: dalla padella nella brace.

Facciamo che la crisi non sia passata invano, facciamo che i bambini e le bambine a cui abbiamo ristretto la libertà di vivere, non debbano pagare ancora a lungo la nostra inerzia e mancanza di impegno nei loro confronti.

Facciamo uno scatto in avanti perché la scuola progredisca innovando le proprie pratiche e la comunità degli adulti ritrovi la necessaria sintonia, tale da permettere il passaggio ormai più che urgente da vecchi modelli trasmissivi a nuove modalità realistiche e sensate, evitando l’appiattimento sullo schermo della dinamica educativa e didattica.

Facciamo ai bambini e alle bambine un duplice dono: adulti che si rimettono insieme per garantire loro benessere e sviluppo equilibrato e una scuola in grado di rispondere alle loro effettive esigenze in modo serio e innovativo, se fare scuola fuori dalla scuola può essere considerata una innovazione.

Paola Nicolini è docente di Psicologia dello sviluppo e Psicologia dell’educazione all’Università di Macerata.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: