SARA DI CARLO Ceci n’est pas une école

[Le parole e le cose, 3 maggio 2020]

È il lontano 1951 quando Isaac Asimov scrive il racconto breve The fun they had in cui immagina la scoperta, a opera di un ragazzino di nome Tommy, di un vecchio libro sul quale viene descritto il sistema scolastico del XX secolo. Tutto si srotola attraverso la sorpresa che Tommy e la sua amica Margie provano nel rendersi conto che nel passato l’istruzione non era affidata a un insegnante elettronico ma a esseri in carne e ossa, che esistevano luoghi comunitari chiamate scuole in cui ci si incontrava e si imparavano cose. E così, a chiosa del racconto, Margie pensa a quanto i bambini potessero aver amato la scuola e chiude: “Chissà come si divertivano!”.

Non è stato necessario arrivare al 2157 – anno in cui Asimov colloca la propria storia –, poiché dall’oggi al domani ci siamo trovati sprofondati nella distopia di quell’ipotesi narrativa. A dire il vero, come tutti i nodi che stanno venendo al pettine in questi giorni di sospensione, è solo una falsa percezione quella che ci fa credere che tutto sia arrivato senza preavviso, che il nuovo si sia disposto davanti ai nostri occhi con forma d’irruzione.

Se è vero che il presente era nell’ordine della barbarie del neoliberismo, del suo violento rifiuto per un pensiero che sia ecosistemico, della sua perversa necessità di procedere arricchendo esiguità e affamando moltitudini, se è vero che la pandemia era stata predetta da virologi, sociologi, antropologi etc. e che oggi i governi, senza nessuna dialettica possibile, decidono di spostare su tutti noi le responsabilità della propria sordità, della propria crisi, è ugualmente vero che la stessa identica dinamica si riproduce nell’ambito della scuola.

Sono decenni che gli attori del mondo scolastico – dai docenti agli studenti al personale A.T.A. – lamentano il problema dell’edilizia scolastica e delle classi pollaio, sono anni che noi docenti ci ritroviamo a fare i conti con un obbligo di formazione – non normato in modo chiaro ma tristemente effettivo – relativo a piattaforme di didattica virtuale senza che sia dichiarato il senso di quella formazione, di utilizzo di registri elettronici in strutture dove spesso manca la connessione (e questo in aggiunta al cartaceo, ragion per cui non si realizza uno snellimento né amministrativo né ecologico); sono anni che veniamo sollecitati a sfruttare le infinite potenzialità delle L.I.M. che però poi sono di fatto presenti a singhiozzo nelle nostre aule; sono anni che, qua e là, si sopperisce alla mancanza di spazi facendo ricorso in via sperimentale a un monte ore di didattica virtuale.

E così da marzo scorso tutti questi segnali, sulla scorta della situazione emergenziale, hanno preso la forma precisa della didattica a distanza. Precisa non è aggettivo corretto, però, dato che l’articolazione di questo esperimento sociale procede a suon di indicazioni vacue, note, decreti, circolari che delineano contorni la cui definizione trova gradualmente la sua fisionomia scabrosa. In un limbo di ambiguità ricattatoria, il governo rinuncia per forza di cose a un discorso netto, dal momento che dichiarare con parole quello che insegue nei fatti significherebbe mettere nero su bianco lo scavalcamento della Costituzione (pensiamo all’articolo 3 sulla necessità di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, ma anche ovviamente al 33 sulla libertà d’insegnamento) e del contratto collettivo nazionale di lavoro; si procede in una dimensione che corre il rischio, per la nebulosità e la fretta nella quale attecchisce, di non permettere nessuna riflessione articolata.

Eppure dovrebbe stare nel genoma del nostro stesso mestiere il fatto di andare a cortocircuitare gli ingranaggi, a comprenderne dinamiche e fini, a cercare le maglie nella rete. Fatto sta che la scuola riproduce, oggi più che mai, lo sgretolamento e l’atomizzazione della società che vuole insegnare ad abitare: quella scuola dove da decenni gli organi collegiali hanno perso via via il loro potere, la scuola dell’autonomia e delle competenze, non è di certo da marzo scorso che ha in buona parte dismesso il suo compito dialettico e comunitario.

Ma da marzo il silenzio è di certo più assordante perché siamo pochi, siamo pochissimi, a pensare che sia ancora e tanto più necessario agire…il più delle volte se avanzi critiche ti verrà risposto: “ma ti sembra il momento di fare polemiche?”. Tanto più ci sembra necessario avviare riflessioni, per estendere, per mettere a tema ciò che a fatica viene assunto come problema. Michel de Certeau ne L’invenzione del quotidiano ci ha insegnato come alle strategie del potere è possibile rispondere dal basso attraverso tattiche, più o meno consapevoli, movimenti imprevedibili che a partire proprio dal linguaggio che viene dall’alto ne rielaborano la grammatica, sovvertendola. Detto che non credo che il nostro compito sia produrre risposte – che andranno piuttosto elaborate nel tempo -, trovo però sia doveroso agire in una qualche maniera il conflitto, ora più che mai.

Nei giorni scorsi ho ripreso in mano Descolarizzare la società di Ivan Illic e ho provato a rileggerlo nell’ottica della didattica a distanza: ci sono elementi che in effetti, anche nella loro semplicità, sembrano quanto mai attuali. Il primo tra gli obiettivi che un buon sistema scolastico dovrebbe porsi, dice Illic, è quello di “assicurare a tutti quelli che hanno voglia d’imparare la possibilità d’accedere alle riserve disponibili, in qualsiasi momento della loro vita” (torniamo al succitato art. 3 della Costituzione!). Mentre la ministra Azzolina dichiara a gran voce e con fierezza che la DAD avrebbe raggiunto la gran parte delle studentesse e degli studenti italiani, a noi balzano agli occhi esperienze dirette e dati che vanno nella direzione opposta: e cioè che un terzo delle famiglie italiane non ha computer o una connessione adeguata, il 42% nel nostro Meridione (e non mi si venga a dire che vabbè, molti hanno gli smartphone e possono utilizzare quelli, perché non è una soluzione neanche lontanamente proponibile!). Ci balza agli occhi la difficoltà – che a volte diventa impossibilità – di interagire in forma virtuale con studentesse e studenti disabili. Ci balza agli occhi che altri grandi dimenticati di tutta questa storia sono i malati oncologici, i bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze costretti nei letti d’ospedale; i grandi dimenticati sono tutti coloro che seguono la scuola in carcere e che non sono stati messi nelle condizioni di portare avanti coi propri docenti alcun prosieguo della didattica (il Garante nazionale dei detenuti e delle persone prive di libertà personale ha inviato una lettera di protesta al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Giustizia per sollecitare provvedimenti).

Il digital divide riproduce per forza di cose le polarizzazioni sociali già esistenti e corre il rischio di produrre una nuova forma di drop-out, un’esclusione, una forma diversa della dispersione scolastica a cui siamo abituati, per certi versi ancora più inquietante.

Parafrasando Illic, dunque, potremmo dire che per la maggior parte delle persone l’obbligo della didattica a distanza è un impedimento al diritto di apprendere; ed in questo emerge lo zoccolo duro e reazionario dell’indicazione neoliberista secondo cui tutto è possibile (anche portare a termine l’anno scolastico quando sembrava impossibile!) ma non per tutti.

Ma immaginiamo pure benevolmente un futuro prossimo in cui il digital divide sia superato: bene, come dimenticare che entrare a gamba tesa nelle case delle nostre studentesse e dei nostri studenti non è operazione semplice e neutrale? Come dimenticare che esiste un pudore non valicabile che descrive gli stati d’animo dei nostri alunni? Che qua e là esistono case che di casa hanno ben poco, famiglie scompaginate e logorate, genitori problematici, sorelle e fratelli disfunzionali?

E qui raggiungiamo pure il discorso – che però merita un’attenzione precipua – della questione del capitalismo della sorveglianza, del controllo e del possesso dei nostri dati che passa per le piattaforme virtuali. Immaginiamo pure benevolmente un futuro prossimo in cui sia superata la questione big data, in cui siano superate le problematiche economiche tout court e di conseguenza quelle relazionali: bene, la scuola che vogliamo è quella che immagina nel suo racconto Asimov?

La risposta è secca, ed è no. Perché con tutti i grossi limiti che la didattica in presenza ha attualmente, continuiamo a credere che sia l’unica forma di negoziazione del sapere cui spetti a pieno titolo il nome di “didattica”: nel suo produrre comunità, nel suo produrre incontri di corpi permette, per dirla con lo psicoanalista argentino Miguel Benasayag, la “partecipazione a un ambiente significante”.

Del resto, una didattica virtuale normalizzata sarebbe tossica. Lo stesso Benasayag lo dice bene nel suo saggio Il cervello aumentato: la riduzione della distanza tra uomo e macchina, uomo e tecnica produce un effetto di ibridazione che conduce inevitabilmente all’atrofizzazione di zone cerebrali.

La promiscuità con la tecnologia provoca cambiamenti finanche sui nostri corpi, per via di quella delega di funzioni che insegue un paradigma produttivista, la performatività, la riuscita impeccabile. E invece il vivente funziona diversamente: una memoria sana è una memoria che dimentica e che modifica il ricordo, una memoria plastica; un apprendimento sano è quello che include la difficoltà, la non riuscita, la vulnerabilità. Tutte cose che possono darsi solo in una relazione fatta di spazi e corpi che li abitano.

Corpi che, nello spazio della scuola (anche oggi con gli svariati limiti già denunciati), provano quantomeno a scambiarsi gesti e sintomi, zigzagando tra movimenti e parole, convergendo e allontanandosi talvolta, scambiandosi – più che informazioni – esperienze, con l’obiettivo principale di condividere solidarietà. E invece è possibile scambiarsi una solidarietà senza corpi?

Come dice Benasayag, non si tratta di essere tecnofobi o tecnofili (la realtà è già ibridata!) ma di riflettere in forma conflittuale su quanto abbiamo dinanzi e farci trovare pronti quando e se proveranno a trasformare l’eccezione nella regola, l’emergenza in quotidianità. Non so se noi fino a febbraio a scuola ci divertivamo: purtroppo non credo, avevamo da ripensare davvero troppe cose, da sistemarne altrettante; fatto sta che oggi assistiamo a un arretramento pericoloso.

Io intanto, mentre ragiono con alunni, compagni e colleghi sul tutto, mentre con loro scovo tattiche, al termine della spiegazione su Spinoza ho detto alle mie ragazze e ai miei ragazzi: “Fatevi un favore: nei prossimi giorni per qualche ora staccate tutto, disconnettetevi, prendete i colori e meditate su una delle definizioni degli affetti dell’Etica, quella che più vi colpisce. E poi…disegnate! E sarà un lavoro collettivo, dato che alla fine metteremo insieme i disegni di ciascuno e andremo a formare un’immagine di Dio, ovvero della Natura. Perché Spinoza questo ci insegna: che siamo parte di un tutto e che stiamo bene se mettiamo insieme i pezzi, se moltiplichiamo relazioni con ogni essere del mondo organico e inorganico, se facciamo in modo che i nostri corpi si incontrino; se facciamo in modo che questa condizione innaturale che vede ognuno di noi, da solo, chiuso in una stanza, davanti a un pc, non si ripeta più”.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: