MAURO PIRAS Di bocciature, voti e altre amenità

[Le parole e le cose, 13 aprile 2020]

Lo dico subito: questo è uno sfogo. Una reazione irritata a una serie di cose che abbiamo dovuto sentire in giro sulla scuola in queste settimane, nel pieno dell’emergenza. Una reazione ai luoghi comuni, alla pigrizia intellettuale, ai riflessi condizionati, o forse a una visione reazionaria della scuola talmente radicata nella cultura dell’italiano medio (del giornalista medio, del politico medio, dell’opinionista medio) che neanche ce ne rendiamo più conto. “È un 6 politico!”, “Se li promuoviamo tutti non c’è più serietà!”, “Così si deresponsabilizzano gli studenti!”, “Il lavoro dei docenti non ha più nessuna dignità!”, “Non ha più senso mettere i voti!”. Ecc. Tutto più o meno riassumibile nel sommo principio: “Signora mia, non c’è più la scuola di una volta!”. Cosa piuttosto commovente, a dire il vero, perché, a parte il caso ormai raro di qualche quasi ottuagenario brontolone, la maggior parte di questi spropositi viene pronunciata da gente come me, cinquantenni che hanno fatto la scuola degli anni ottanta, semisgangherata, che hanno fatto un esame di maturità superleggero, con due materie all’orale di cui una a scelta e l’altra pure, che non hanno mai vissuto sulla propria pelle un’emergenza di questo genere. Quindi quello che segue è un tentativo di tradurre in frasi leggibili la serie di contumelie e insulti che attraversano la mia mente quando leggo o sento quelle cose.

Primo, il “6 politico”. Che dire? Che non c’entra niente, che parlare di “6 politico” in questo contesto è solo sciatteria, approssimazione, pigrizia linguistica. L’espressione è venuta fuori appena si è iniziato a parlare di promuovere tutti. Intanto, promuovere tutti non vuol dire dare a tutti lo stesso voto, come vedremo dopo. Ma soprattutto, anche se questa promozione fosse una sorta di benedizione data a tutti gli studenti per chiudere quest’anno disastrato: ma che cosa c’entra il 6 politico? Il 6 politico è un’idea della contestazione studentesca, che aveva un chiaro significato politico (come dice appunto l’espressione): è l’idea che ogni valutazione è sbagliata, che va rifiutato qualsiasi voto, perché è classista e frutto del sistema sociale, cioè del dominio di classe; il voto serve solo a distinguere, secondo una borghese logica meritocratica che santifica i rapporti sociali esistenti. Quindi, l’unica è abolirlo. Ma non abolirlo e basta: abolirlo mettendo 6 a tutti, dando a tutti lo stesso ma il minimo. Niente bravi e scarsi. Niente primi e ultimi della classe.

Che cosa – c’entra – tutto – questo – con – l’emergenza – attuale? Niente. Lo ripeto: niente.

Promuovere tutti a causa di una emergenza che ha rischiato di far collassare il sistema scolastico italiano (che invece ha saputo reagire molto bene), o anche aiutare tutti a causa di questa emergenza non ha niente, ma proprio niente, di politico. È solo banale buon senso.

Se questa espressione serviva a dire che dobbiamo evitare di mettere tutti sullo stesso piano, usate un’altra espressione per favore (che so: “todos caballeros”). Ma fare questa osservazione è veramente fastidioso: infatti nessuno ha mai pensato di mettere tutti sullo stesso piano, e comunque, se ci mettiamo nelle condizioni degli studenti e di questa fine d’anno disastrata, bisogna anche pensare che vanno smussati gli angoli, che non possiamo impiccare tutti ai voti e alle gerarchie, già odiose. In ogni caso, anche quest’ultimo ragionamento, come quello sulle bocciature (su cui torno sotto) non ha veramente niente a che fare con il “6 politico” che, lo ripeto (mi vergogno di farlo), è un progetto “politico”, lo dice la parola.

E veniamo alla questione delle bocciature. Il governo ha annunciato che, a causa dell’emergenza, nessuno sarà bocciato: tutti promossi. Anzi, non il governo ma la ministra Azzolina: particolare non secondario. Perché la ministra è stata lasciata da sola in questa faccenda, nessuno dei suoi colleghi ministri, nessun Presidente del Consiglio si è fatto carico di sostenere e riprendere questa decisione, di richiamare all’ordine un’opinione pubblica scomposta che si è messa a sparare contro la ministra con ogni mezzo, calcando la mano su una persona più giovane, in apparenza più inesperta e, soprattutto, donna. Solidarietà totale alla ministra Azzolina, mi sia permesso di dirlo in questo sfogo in cui mi permetto di tutto.

Allora, le bocciature. All’annuncio del governo, e al decreto che lo ha confermato, si è scatenato il putiferio: “è una sanatoria”, “gli studenti non studieranno più”, “li stiamo deresponsabilizzando”, “il lavoro dei docenti così non ha nessuna dignità”. E così via. La cosa terribile, che fa perdere la lucidità, è che purtroppo alcune di queste cose, soprattutto le ultime, sono state dette anche da alcuni colleghi, da docenti che a quanto pare pensano che non sia possibile insegnare niente a nessuno senza lo spauracchio della bocciatura. Ma mordo il freno e cerco di mettere ordine nelle idee.

La bocciatura, cioè la ripetenza dell’intero anno, è molto controversa. Diversi studi affermano che è inutile e dannosa, perché non servirebbe davvero a recuperare gli apprendimenti e colpisce quasi sempre le classi sociali più deboli, oltre a essere un costo per le famiglie e per la società. Tuttavia, la cosa è controversa, appunto. Ci sono anche buone ragioni per difenderla: la necessità di seguire il ritmo di apprendimento delle persone, che non è uguale per tutti. Nella scuola democratica, se la bocciatura esiste, viene giustificata con un argomento del genere. Non ha più la funzione, che aveva una volta, di escludere dal sistema. Perché il sistema scolastico, se è democratico, è inclusivo.

Bene, in Italia la bocciatura esiste per queste ragioni. Deve quindi essere equa. Come può essere equa in queste condizioni? Come si può pensare di dire a un ragazzo: “beh, senti, qui il sistema scolastico è semi-collassato, noi da febbraio o marzo ti seguiamo alla meno peggio, però tu stai in campana: se eri insufficiente nel trimestre e se non recuperi studiando a casa in questa situazione improvvisata, noi ti bocciamo! O ti rimandiamo a settembre se ti va bene, dai. La scuola è una cosa seria! Se studi sarai promosso!”

Non riesco a trovare argomenti contro questa cosa perché mi sembra del tutto surreale. Ma il problema è che se anche la mia formulazione è caricaturale, il senso di chi vuole bocciare in queste condizioni è questo. Si dice cioè che se uno studia si vede anche in questa situazione, quindi chi non studia non può andare avanti.

Ma diciamola in modo più difendibile: si può dire, è stato detto, “c’è il problema di quelli che a settembre rientreranno in classe con gravi carenze, come facciamo a farli andare avanti?” È vero, c’è questo problema. Ma allora questa deve diventare una sfida: come tenere in classe studenti diversi con livelli diversi di apprendimento senza avere in mano questa arma di esclusione/selezione che si chiama bocciatura? È una sfida per la didattica, ma non è impossibile. Se solo imparassimo davvero a fare una didattica personalizzata, e non lasciassimo questa cosa unicamente alle Indicazioni ministeriali.

Insomma, bocciare è iniquo perché la scuola non può dare quello che deve, e quindi non si può chiedere agli studenti di dare esattamente quello che devono. Il patto formativo si è infranto per cause esterne, e va riformulato. Togliere la bocciatura, ma mantenere dei sistemi di valutazione e di recupero è il modo corretto di riformularlo, perché si evita l’effetto “todos caballeros”.

Poi ci sono quelli che hanno detto: certo, si sapeva che non avremmo potuto bocciare, ma non andava detto subito, andava detto all’ultimo momento, tipo il 9 giugno. Il ridicolo di questa posizioni si sovrappone all’indignazione per quella che espongo dopo (“senza la minaccia della bocciatura gli studenti non studiano”), ma mi limito al primo aspetto, per ora: quindi, se capisco bene, le regole del gioco non devono essere chiare, e non deve esserci lealtà e trasparenza nel rapporto tra scuole e studenti perché questi tendono solo a fregare, vogliono solo il voto e la promozione e quindi, essendo degli esseri privi di ogni autonomia intellettuale e morale, vanno trattati come dei bambinelli violenti e viziati. Una sorta di “ignobile menzogna”. Davvero possiamo pensare questo? Davvero vogliamo impostare la relazione didattica su questi principi? Mi fermo qui.

Ma veniamo al punto fondamentale, quello che fa più arrabbiare: “se non si può bocciare gli studenti non faranno più niente”, “i docenti non avranno più strumenti per farsi rispettare”, “ne va della dignità del lavoro degli insegnanti”. E infatti circolava quel meme odioso, con i due minions: sotto la scritta “tutti promossi per decreto” il minion “profe” e il minion “allievo”, e questo che se la ride e sbeffeggia il primo. Una cosa intollerabile, che mi ha fatto davvero infuriare (mettete pure la parolaccia), perché mediocre dal punto di vista di ogni vero insegnante. Questa è la cosa più grave, secondo me, perché parte dal presupposto che si possa insegnare solo usando la minaccia del voto e della bocciatura, altrimenti non si ottiene niente. Quello che fa arrabbiare qui non è la concezione deformata che viene data degli studenti, di cui ho già detto sopra: questa già basta, perché la realtà di una relazione è determinata da entrambe le parti, e se nella relazione didattica la parte più influente, quella del docente, imposta tutto sulla sfiducia, la relazione è già corrotta, e non per colpa dei discenti, per colpa del docente. Ma di questo ho già detto. Il problema più grave, qui, è la concezione della didattica che c’è dietro: l’insegnamento ha un solo obbiettivo, in questa concezione, verificare che i discenti abbiamo appreso, siano arrivati a dei “risultati”. E poi giudicare e selezionare, tra chi è arrivato ai risultati e chi no. In questa visione non c’è niente per un insegnamento fatto della condivisione di un comune ambiente di crescita e apprendimento; fatto del dialogo, della discussione e analisi comune dei problemi, della condivisione delle difficoltà, del confronto. Non c’è niente di una idea di apprendimento come crescita culturale e formazione, come acquisizione di competenze nella pratica quotidiana, pratica che è non solo del discente ma anche del docente, che procede per tentativi ed errori con il primo. Non c’è niente dell’idea che imparare, formarsi, farsi una cultura, acquisire delle competenze è anche frutto di un processo in cui si sta immersi, semplicemente, e che questo processo funziona anche se non si è sempre sotto la minaccia del voto e della bocciatura. Quello stesso tipo di esperienza culturale che noi tutti, pieni delle nostre letture, delle nostre visite ai musei, delle nostre conferenze, insomma della nostra cultura, conosciamo e pratichiamo sempre; ma a quanto pare questo apprendimento “per immersione”, nel processo, vale solo per i pochi privilegiati con cui ci identifichiamo, per gli uomini d’oro, non per gli iloti, non per gli uomini di bronzo e di ferro che sono i nostri studenti. Loro sono condannati a soffrire, a subire la scuola come una catena, come una costrizione fatta di minacce, voti e paura della bocciatura (o identificazione con la bocciatura, per i più sfigati), per i quali quindi è del tutto legittimo imbastire l’ignobile menzogna “vi possiamo bocciare anche se non possiamo”.

Chi non è d’accordo reagirà con il solito argomento pseudo-realista: “le tue sono illusioni, i ragazzi puntano solo al voto e alla promozione”. Questo argomento, apparentemente ovvio come ogni argomento realista, falsa invece la realtà. Primo, come ho già detto, siamo noi ad avere impostato una relazione didattica dominata da voti, verifiche, crediti e paura della bocciatura, quindi dire che i ragazzi sono così è solo una profezia che si auto-avvera. Secondo, parlare così vuol dire chiudere gli occhi di fronte a una parte enorme del nostro sistema scolastico che non funziona secondo questo schema comportamentista “stimolo-reazione”, cioè “minaccia-risultato”, ma funziona proprio nell’altro modo che ho descritto, cioè la scuola primaria, e anche buona parte della scuola secondaria di primo grado, poiché in entrambe si boccia poco o niente; e in realtà anche molta della secondaria di secondo grado, dato che davvero per molti docenti le cose non sono così, e non sono affatto spaventati all’idea che tutti verranno promossi. Terzo, se la scuola vuole essere democratica deve chiedersi una volta per tutte che cosa vuole fare: se vuole continuare a pesare come un incubo su molti studenti, o se vuole essere un processo comune di crescita e formazione. Infine, una cosa che molti insegnanti delle superiori avranno notato in questi giorni di didattica a distanza: ci sono studenti, di solito più fragili e introversi, che stanno meglio, lavorano meglio, proprio perché la gabbia si è allentata, inevitabilmente. E questo fenomeno dice molte cose su che tipo di clima si vive spesso in aula, nella relazione didattica.

(Firenze, 13 aprile 2020)

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