Pena di morte

[testo tratto da: Albert Camus, Riflessioni sulla pena di morte, 1957]

Quando i nostri giuristi ufficiali parlano di far morire senza far soffrire, non sanno quel che dicono, e soprattutto mancano d’immaginazione. La paura devastatrice, degradante che s’impone al condannato per mesi o per anni, è una pena più atroce della morte, e che non è stata imposta alla vittima. Persino nel terrore della violenza mortale che le viene fatta, nella maggior parte dei casi la vittima precipita nella morte senza rendersi conto di quel che accade. Il tempo dell’orrore le viene conteggiato con la vita, e probabilmente non perde mai la speranza di sfuggire alla follia che si abbatte su di lei. Invece al condannato a morte l’orrore viene inflitto al dettaglio […]. Il condannato sa con un grande anticipo che verrà ucciso, e che soltanto la grazia, simile per lui ai decreti divini, potrà salvarlo. In ogni caso non può intervenire, né difendere sé stesso, e neppure convincere. Tutto avviene al di fuori di lui. Non è più un uomo, è una cosa che attende di essere manipolata dai carnefici. È mantenuto nella necessità assoluta, quella della materia inerte, ma con una coscienza che è il Suo peggior nemico.

Quando i funzionari, il cui mestiere consiste nell’uccidere quest’uomo, lo definiscono un pacco, sanno quel che dicono. Non poter nulla contro la mano che vi sposta, vi trattiene o vi respinge, non equivale, infatti, a essere un pacco, una cosa, un animale impastoiato? […]. Il pacco non è più sottomesso ai casi che governano I’essere vivente, ma a leggi meccaniche che gli consentono di prevedere esattamente il giorno della sua decapitazione.

Quel giorno perfeziona la sua condizione di oggetto. Durante i tre quarti d’ora Che lo separano dal supplizio, la certezza di una morte impotente annienta tutto; la bestia legata e sottomessa conosce un inferno che gli fa sembrare ridicolo quello con cui lo si minaccia. I greci, dopo tutto, con la loro cicuta erano più umani. Lasciavano ai condannati una libertà relativa, la possibilità di ritardare o di accelerare l’ora della morte. Permettevano loro di scegliere tra il suicidio e I’esecuzione. Noi, per maggior sicurezza, facciamo giustizia con le nostre mani. Ma si potrebbe parlare propriamente di giustizia solo se il condannato, dopo aver comunicato la sua decisione molti mesi prima, fosse penetrato in casa della vittima, l’avesse immobilizzata informandola che entro un’ora sarebbe stata uccisa, e se infine avesse utilizzato quell’ora per mettere a punto lo strumento della morte. Quale criminale ha mai ridotto la propria vittima in una condizione cosi disperata e passiva?

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