GIOVANNI COCCHI Scuola: perché tutto torni come prima (e anche peggio)

[post su facebook, 12 maggio 2020]

Ho ingenuamente sperato che almeno questo virus riuscisse laddove il buon senso, la pedagogia, la Costituzione e la politica non erano arrivate: che le esigenze sanitarie oltre che obbligare a piccoli gruppi ci facessero finalmente capire che solo così, oltre che la sicurezza, può essere garantita una relazione significativa, un’educazione inclusiva, una didattica efficace, una scuola democratica ed egualitaria (“rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”).

Confesso di aver pensato: “e se fosse la volta buona che si spazzassero via per sempre le classi pollaio o semipollaio, che si dessero tutti i sostegni necessari ai disabili, l’alfabetizzazione ai migranti, che ci fossero abbastanza bidelli, che si aprissero cantieri per allargare e costruire tante nuove scuole, che…”?

Chiedo perdono, ho peccato: di ingenuità, di speranza, di visionarietà.

Capisco oggi, ogni giorno di più, che ci stiamo invece attrezzando solo per il tempo di far arrivare il vaccino, perché poi tutto torni come prima; se andrà bene con qualche bagno in più, se andrà male con classi poi ancor più numerose e meno insegnanti di sostegno per ripagare i debiti economici.

Leggo ovunque proposte tutte riconducibili a questo schema: classi dimezzate. Giusto.

Ma poi: mentre la metà sta in classe, l’altra metà segue “a distanza” (a casa da sola, o in altro luogo con educatori/volontari/terzo settore a fare tante belle cose, tipo arte, ed. fisica, teatro, danza…) o va al pomeriggio (doppi turni). Insomma: scuola vera dimezzata, “a rotazione”. Per metà tempo istruzione ed insegnanti, per metà tempo animazione ed intrattenimento – nella migliore delle ipotesi – “agenzia educativa”. Meno istruzione, meno sapere, meno scuola.

È notizia di oggi l’assunzione di 16.000 insegnanti in più, di 1,5 miliardi in più per la scuola. Bene. Ma una goccia nel mare.

L’età mi permette di ricordare che negli ultimi decenni la scuola è stata usata come bancomat per le finanze dello Stato. Unicamente per citare il dato più eclatante: solo con la riforma Gelmini le furono sottratti 10 miliardi e 100.000 insegnanti (dati certificati dalla UE), oltre che personale ata e tanto altro.
Secondo dato. Siamo gli ultimi in Europa per quanto destiniamo alla scuola: poco più del 3% del Pil contro una media del 4,5%. Un punto del Pil significa circa 15-20 miliardi.

Certo non si può pretendere il tutto e subito, di restituire il frutto di decenni di rapine. Ma almeno un segnale, quello sì, lo si poteva dare: un piccolo segnale sostenibile, l’indicazione che si vuole cambiare il paradigma e non semplicemente aspettare che passi l’epidemia per tornare alla “normalità” di sempre.

Intendo dire che almeno le nuove classi prime, quelle più delicate perché di passaggio, almeno quelle fossero formate in modo e numeri nuovi, così da avere almeno loro scuola piena e vera: ad esempio, e senza esagerare, le prime sezioni dell’infanzia a 18 invece che a 26/29, le prime elementari a 20 invece che a 25/28, le prime medie a 22 invece che a 28/30, le prime secondarie a 25 invece che a 30 ed oltre.

E continuando così negli anni a venire – lentamente, gradualmente, senza estremismi, con “compatibilità economica” – nel giro di una ventina d’anni arriveremmo al traguardo di una scuola vera, a misura delle bambine e bambini, ragazze e ragazzi. Alla misura di un Paese che finalmente avesse capito.

È davvero così impossibile, neppure pensabile?

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