MARIO FILLIOLEY Andare a piedi

[post su facebook, 6 maggio 2020]

Un problema che secondo me si sta facendo piuttosto serio con la didattica a distanza (che funziona benino, la verità) è che tante scuola stanno cercando in questi giorni di fornire a chi non ce li ha un ulteriore stock di dispositivi elettronici adeguati. Io, per esempio, sto facendo diversi giri di telefonate coi genitori della classe che m’è toccata quest’anno (una prima) e devo dire che per norma le famiglie mi rispondono: no, ma tutto sommato noi siamo a posto, non ci possiamo lamentare, magari questo dispositivo lo lasciamo a qualcuno che è proprio a piedi (essere a piedi, nel siracusano, significa tante cose, ma in generale sta per «essere privi di una cosa fondamentale», come ad esempio la macchina o il motorino o una bicicletta per gli spostamenti). È un atteggiamento sano, pure da encomiare, però non so bene quanto e se sia utile.
Voglio dire, man mano che cerco di farmi col massimo del tatto possibile i fatti di quella famiglia che mi sta dicendo, no, grazie, tutto sommato noi siamo a posto, mi rendo conto che non è che siano davvero a posto, perché il ragazzo si collega col telefono, e in effetti, poi mi vado a controllare la cartella in cui raccolgo tutti i suoi temi, i suoi esercizi, i suoi compiti e le sue verifiche e mi accorgo che sono tutte quante foto fatte al quaderno e spedite con WhatsApp. Sì, è vero, quindi: in quella famiglia ci si arrangia, il ragazzo è puntuale, consegna tutto, e loro non fiatano, il nostro non è vero bisogno, tutto sommato un telefono da dare al ragazzo ce l’abbiamo.
In pratica però non è tanto vero, perché emerge questo problema: le famiglie ce l’hanno un’dea di quale sia un dispositivo adeguato alla didattica a distanza? Sanno davvero che restituire un compito con la foto di un quaderno non è come restituire un file condividendolo con l’insegnante sul drive, un file su cui tu poi fai le correzioni, i commenti, fornisci le spiegazioni e crei una forma di apprendimento più o meno 20 volte più efficace (a distanza, eh, parliamo sempre di distanza) di come fai quando ti arriva la foto di un quaderno? Sanno che comporre un file di testo con il telefono è una cosa, e comporlo con un computer un’altra? Sanno che allegare un file o salvarlo su un telefono o tramite un telefono è un calvario e invece con un computer no? In generale, poi, lo sanno che anche se si sa maneggiare un telefono come se si fosse la dea kali dalle molte mani, imparare a usare un computer, allo stato attuale, è ancora abbastanza importante? Sanno cioè che il computer non è ancora una tecnologia obsoleta, e che non è stata affatto sostituita dal cellulare, che certo, serve a fare un sacco di cose, ma non è esattamente uno strumento di lavoro o di studio?
Ecco, diciamo che il piano che la scuola sta approntando per sopperire allo svantaggio tecnologico dovrebbe far domandare AI DOCENTI E AI DIRIGENTI SCOLASTICI: lo sappiamo di cosa abbiamo bisogno per fare studiare il ragazzo? Perché forse dovremo deciderlo un po’ noi insegnanti, o noi amministratori scolastici: guardate, servono a tutti quanti degli oggetti con questa, questa e quest’altra caratteristica, controllate, per favore, ce li avete? No? Allora vi serve, ve lo diciamo noi. Voglio dire: perché dovrebbero essere i genitori a sapere cosa serve a noi per fare lezione coi ragazzi?
E poi un’altra cosa: c’è stata un’epoca, nemmeno troppo lontana, in cui la scuola forniva ai ragazzi con pochi mezzi economici le scarpe. Il ragionamento era liscio come l’olio: «andare a scuola», nell’espressione c’è il verbo andare, e le persone nei posti (la scuola, quando non è a distanza, è un posto) ci vanno camminando, e se non hai le scarpe dove vai? «Sei a piedi», non ci puoi andare, figuriamoci se puoi studiare. Allora la scuola distribuiva le scarpe ai ragazzi che non potevano comprarsele, o non potevano comprarsele abbastanza spesso (il piede cresce, oppure a forza di fare andata e ritorno dalla scuola le scarpe si sfondano). Però, prima, che cosa faceva questa scuola (o questo Stato, che praticamente sono quasi la stessa cosa, e mi pare che sia sempre una cosa bellissima questo fatto che ancora, in qualche modo, queste due entità continuino a coincidere)? Chiedeva alle famiglie dei ragazzi: voi a scarpe come siete messi? Siete a piedi oppure siete a posto? E il fatto era questo: le scarpe che distribuiva la scuola erano quelle là, di quel modello e di quel colore e di quella qualità là, si riconoscevano, le vedevano tutti e tutti sapevano che erano le scarpe della scuola, e avercele ai piedi significava una cosa sola: che la tua famiglia era a piedi. Allora c’erano tante famiglie che alla domanda: voi a scarpe come siete messi? rispondevano: ma sa, tutto sommato siamo a posto, qualche paio del fratello più grande ancora ce l’abbiamo, magari quest’anno lo passiamo al ragazzo più piccolo, è meglio se queste scarpe della scuola le lasciamo a qualcuno che ne ha bisogno veramente. La risposta era sincera? Suppongo di sì, però era per metà bellissima, per l’altra metà invece era dettata da vergogna e dal non sapere, in effetti, con quante papole nei piedi il ragazzo arrivava a scuola ogni mattina.
Io quindi non lo so bene cosa si deve fare per evitare questo fatto, però secondo me a fare certe domande dobbiamo stare attenti. Cioè le dobbiamo fare, ci mancherebbe altro, però le dobbiamo fare giuste, precise. In modo che le risposte siano utili, oltre che belle.

 

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