GABRIELE RIZZA Dalla socialità dei banchi alla solitudine del computer: la didattica a distanza è un mostro

[La Critica, 2 maggio 2020]

La diffusione del Coronavirus ha ricordato l’importanza vitale di due istituzioni: la sanità e la scuola. Se la sanità cura le persone, la scuola coltiva la conoscenza, l’educazione e la formazione di ragazzi e bambini. Negli ultimi anni la discussione pubblica e politica sul ruolo della scuola era caduta così in basso da rendere questione cruciale l’utilizzo o meno dei tablet a supporto della didattica e come educazione ai dispositivi elettronici. Dimenticando che, prima di chinare la testa sui libri o su uno schermo, si apprende e si cresce guardando negli occhi il proprio insegnante e i propri compagni di classe.

Il virus ha imposto la chiusura delle scuole ma non dell’insegnamento, abbracciando in massa per la prima volta la didattica a distanza. Stravolgendo così la vita degli insegnanti e degli studenti. Dalle parti del MIUR e dei salotti buoni qualcuno ne ha addirittura elogiato l’efficacia e l’opportunità offerta. Certo, ha permesso a studenti e insegnanti di restare in contatto, dematerializzando però quel luogo di socialità, incontro e scontro che è un edificio scolastico. Come spiega l’insegnante Elisa Viapiana: “La scuola è vita, si esplica nella socialità. L’individuo apprende in virtù del proprio rapporto con l’altro, in virtù di un confronto che stimola le capacità critiche e sociali. Ci hanno sommerso per anni di letteratura psicologica, pedagogica e sociologica che ci dice che si apprende se c’è l’altro, nella socialità. Ora ci dicono che la DaD funziona, che può far parte di noi, separati da schermi, mentre l’innovazione didattica si tramuta in sterile scambio di files, in una didattica dei contenuti”.

Tra i banchi di scuola corrono timidezze e caratteri ribelli, fiammate di passione improvvisa, s’impara sinceramente a chiedere scusa e a dire grazie. Si impara la lezione e prima di tutto la si elabora e si capiscono gli errori, corretti e soprattutto spiegati dal docente: “Se l’ambiente di apprendimento è esclusivamente digitale, come mai è avvenuto nella storia della scuola italiana, casa e device sono la scuola. Tutto diventa scuola. E se tutto è scuola, niente è scuola. La didattica a distanza non è una strategia. È la rivoluzione del concetto di scuola. La scuola senza scuola. Senza valutazione, senza esame, senza consapevolezza, senza senso. Tra poco senza alunni. Di fronte al mostro DaD rimane anche la solitudine del docente, che lavora ben oltre le otto ore al giorno”, spiega così l’insegnante Salvatore Giugliano, aprendo un altro risvolto della didattica a distanza: la dura vita degli insegnanti, la categoria più bistrattata nonostante siano loro a consegnare il futuro in mano alle nostre ragazze e ragazzi. Elisa Viapiana racconta ancora:” Siamo quelli che nella realtà sorreggono il Paese intero, abituati agli occhi vispi e interessati, al sorrisetto annoiato, e perché no, al disinteresse che si trasforma in amore. C’è il nostro rammarico perché le dieci ore e oltre di lavoro al giorno non bastano, perché siamo soli a sorreggere il peso del futuro di una società, che non ci ha mai guardato, ma ci ha visto come quelli che hanno festeggiato alla chiusura dei portoni della scuola, mentre noi vivevamo il momento più triste della nostra carriera: la chiusura di un mondo in cui siamo davvero tutti uguali, in cui davvero nessuno rimane indietro.”

Resta, nonostante tutto, l’amore incondizionato verso il proprio mestiere e la voglia di non lasciare i propri alunni, come racconta Federica Ferreri: “Sono sacrifici che si fanno per dovere e per amore della scuola, ma in primis, perché io e i miei studenti vogliamo mantenere un contatto, seppur virtuale, in un mondo che ci costringe a restare lontani. Non è il mio modo di intendere questa professione, che è prima di tutto scambio umano. Ma ci si adatta perché mantenere un legame, oggi, è più importante di tutto”.

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