Outside the dawn is breaking but inside in the dark I’m aching to be free (3)

La stampa internazionale comincia a domandarsi: cosa stiamo facendo? come sarà dopo? Il Financial Times è preoccupato: «Una prolungata assenza dai banchi di scuola significherà un vuoto di apprendimento e la perdita di preziose interazioni sociali» e ammette che «l’insegnamento online non sostituisce facilmente le lezioni in classe» e soprattutto: «Il blocco ha reso più evidenti le disuguaglianze». Un po’ di numeri: nell’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (Desi) l’Italia è al posto 24 su 28 paesi europei. Quasi un quarto delle famiglie italiane non ha accesso a internet. Nel Sud il 41,6 per cento delle famiglie non possiede un computer. Più di un quarto degli italiani vivono in condizioni di sovraffollamento abitativo. Risultato: 1.600.000 ragazzi non sono ancora raggiunti da alcuna forma di didattica (lo ha ammesso il ministro Azzolina). Il governo ha stanziato 70 milioni per permettere alle scuole di acquistare dispositivi da concedere alle/agli studenti in difficoltà. Ma rimane un dato sconfortante: spendiamo per l’istruzione meno di quasi tutti gli altri paesi occidentali (ci consola il fatto che ci seguono, nella classifica della spesa statale per studente, Spagna e Portogallo).

Alcune di queste informazioni (la gran parte sono di dominio pubblico) sono tratte da un articolo di Tobias Jones per il Guardian. Il giornalista britannico, ormai naturalizzato, osserva che la didattica a distanza ha generato un certo rinnovamento nel rapporto tra studenti e docenti. Questi ultimi non hanno più il bastone (e non è detto che sappiano usare la carota), ma non soffrono più di fronte a classi rumorose. Gli insegnanti più tradizionalisti non sono a loro agio, ma molti insegnanti hanno scoperto un nuovo lato dei loro studenti. Tutto questo non nasconde i problemi. Jones riporta due testimonianze piuttosto significative. Un insegnante di sostegno dice: «Chi andava bene a scuola, ora va anche meglio. Ma chi aveva delle difficoltà rimane ancora più indietro». Un insegnante di italiano calabrese è molto critico: «L’apprendimento a distanza è uno strano videogioco ma alla fine è una tortura. Davanti a uno schermo un insegnante non può nascondersi. Rischia di diventare budimensionale: un personaggio televisivo».

All’estero l’encomio della didattica a distanza non suona come un disco rotto. Si preferisce sottolineare che scuole chiuse significa meno scuola, meno trasmissione di conoscenze. «Anche le interruzioni brevi hanno effetti negativi» scrive l’Economist. La scuola non si è fermata, ma la didattica a distanza non è per tutti: «Circa il 90 per cento dei paesi ad alto reddito ha creato una qualche forma di apprendimento a distanza (rispetto al 25 per cento di quelli a basso reddito)». E nei paesi ad alto reddito le differenze sociali possono essere molto sensibili, non solo in termini di disponibilità informatiche: «I bambini provenienti da famiglie più povere hanno anche meno probabilità di avere genitori istruiti che li spingono a seguire le lezioni a distanza e che li aiutano con i compiti».

La stampa internazionale ci informa inoltre che la riapertura delle scuole in molti paesi d’Europa sta incontrando diversi ostacoli. Il premier francese Philippe sostiene «Dobbiamo imparare a convivere con il Covid-19. Un confinamento troppo lungo potrebbe avere effetti deleteri». Ma la riapertura delle scuole, su consiglio del comitato scientifico, slitta. L’11 maggio riapriranno solo scuole materne ed elementari. In Germania, una settimana dopo la riapertura delle scuole si è verificato un caso in un liceo (il titolo «War erst geöffnet worden: Gymnasium muss wegen Corona-Verdachts wieder schließen» significa che il liceo è stato aperto e subito dopo è stato chiuso). Forse è una bufala: le scuole in Germania non sono state ancora riaperte. Scuole riaperte in Danimarca dal 15 aprile, in Norvegia dal 27. In Austria e Islanda (dove, dice qualcuno, non sono mai state chiuse) riaprono il 4 maggio, in Grecia e in Olanda (solo la primaria) l’11 maggio. In Svizzera l’8 giugno. Anche la Spagna sta valutando la riapertura a giugno.

In Italia, intanto, a giugno, riaprono i nidi. Un educatore per tre bimbi, entrate e uscite scaglionate per non far incontrare i genitori, giochi basati sul distanziamento: nascondino (restando nascosti), battaglia navale (con una barriera di plexiglas), ping pong, ogni tipo di solitario.

 

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