FEDERICA LUCCHESINI La scuola è nuda. Appunti sulla Dad

[Gli Asini, 18 aprile 2020]

Qui al nord abbiamo lasciato la scuola il 21 febbraio e non siamo più rientrate.

Tra poco saranno due mesi senza scuola e i sentimenti, i propositi, i ricordi trascolorano, per grandi e piccoli. Cosa è un gruppo classe senza un luogo di vita e lavoro comune? Pensiamo alla scuola di base, a persone che hanno tra i sei e i tredici anni: due mesi sono pieni di eventi, esperienze, cambiamenti. Altre abitudini, relazioni, modi hanno preso il posto della scuola. Ognuno di noi alla fine della quarantena racconterà la sua storia, di come e dove la ha vissuta. In quale casa, con chi, con quali sentimenti, piaceri e sofferenze. E ognuno racconterà una diversa esperienza di scuola a distanza, ogni insegnante, ogni genitore, classe, ragazzino o ragazzina avrà ricordi e sensazioni differenti.

Tuttavia sono quasi certa che adesso, dopo le settimane frenetiche della ricerca del contatto, dei tentativi su svariati canali zoom-jitsi-meet eccetera (sempre inadeguate a sostenere 28 contatti di ragazzini che usano lo smartphone da paesi e divani di pochi giga); dopo la scelta della piattaforma e del canale giusto (tante scuole non avevano né google classroom né microsoft né piattaforme d’istituto ed è stato “armatevi e partite” in ordine sparso); dopo la strana allegria per questa insperata libertà, per le inedite alleanze con genitori e colleghe, per le tante cose nuove da imparare; dopo la scoperta che la chat è cosa viva e la scrittura in diretta restituisce i toni e i colori della voce; dopo la polverizzazione dei regolamenti sulla privacy e la consegna al mondo del proprio numero di telefono e nickname skype; dopo la compulsazione notturna dei vari siti di giochi didattici e prontuari di didattica digitale che da anni prof smanettoni e generosi compilavano per noi e l’esplorazione dei materiali messi a disposizione dalle case editrici (power point e filmati mai abbastanza belli, raramente oltre l’animazione di una pagina stampata); ecco dopo tutto questo quando finalmente ci sono routine e orari confermati (sebbene alcune colleghe continuino a caricare materiali e mandare messaggi alle 23 di sera o alle 14 di domenica) proprio adesso qualcosa comincia a sfuggire.

Le scoperte più interessanti, le lezioni da non scordare; le incazzature più nere verso chi interroga o spiega uguale a come faceva in classe e intima di tenere accesa la web-cam e ripete che c’è un programma da finire; tutti gli appunti per il dopo, le promesse di ricerca e sfida cominciano a sbiadire, infiacchite dalla reclusione e dall’isolamento.

Cosa è un’esperienza educativa e un lavoro di apprendimento culturale senza gli scambi e i corpi? Ecco che sale la febbriciattola palingenetica, uno dei piccoli accessi umorali tipici delle giornate di quarantena: anche chi ha sempre fatto quella scuola là, quella che vogliamo cambiare e oltrepassare, si renderà conto di non avere in mano nulla. Il respiro palingenetico si espande, si fa delirio utopico: tutti si renderanno conto che desiderio, carne e parola sono la ridda inscindibile da cui ogni conoscenza si distilla.

Ma non è vero. La lotta continua sempre e sempre si ripeterà.

Quindi su questa Dad – didattica a distanza o didattica dell’emergenza – tocca prendere parola e sforzarsi di chiarire, cercare analisi e produrre saperi condivisi, perché se fino a ieri abbiamo voluto cambiare la scuola e le didattiche autoritarie trasmissive logocentriche classiste, oggi è uguale.

Per noi (delle pedagogie attive e dell’emancipazione) è ovvio che materiali e mezzi diversi richiedano tecniche e procedimenti diversi e domandino analisi differenti. Ma per tutte coloro che continuano nella stessa maniera (solo peggio, solo con più difficoltà) e non pensano, ci saranno altri che stanno organizzando e predispongono un rientro a scuola digitalizzato. Non è questione di complotto o agenzie del male ma è la solita logica che ci ha portato fino qui: individualismo competitivo e meritocratico tramite cui si governa l’accesso alle risorse materiali e immateriali fomentando le diseguaglianze e distruggendo luoghi e forme di politica democratica locale; scollamento dall’ambiente di vita e dalla sua cura da parte delle comunità; uso puramente consumista dei mezzi di informazione digitale; limitazione di ogni esperienza di autorganizzazione e autogestione riducendo la padronanza dei processi primari di costruzione e condivisione dei beni; immiserimento delle relazioni di prossimità e di contesti sensati in cui vivere esperienze di emancipazione e di espressione autonome.

Dunque? La scuola andava ripensata ieri ed è così anche oggi, non serve rimpiangerla in quanto tale ma ci conviene desiderarla e descriverla diversa con più dettagli, in modo che dal vuoto legislativo e organizzativo di questi giorni emergano altre parole e nuove proposte per fare fronte ai peggio progetti che i cantori della Dad e dell’informatizzazione stanno approntando per noi. Potete dubitarne? Non basta descrivere la disparità di mezzi e di accesso alla rete e ai device, sottolineare la discriminazione irrimediabile che si porta appresso; non basta proporre buone pratiche e nemmeno ripetere le nostre persuasioni, cioè che le scuole – pur differenti nei diversi luoghi – potrebbero tutte tendere a una pratica emancipatoria e liberatoria della conoscenza, fedeli alla promessa illuministica del farsi maggiorenne di un popolo di individui ciascuno con la facoltà di esprimersi in società.

Adesso dobbiamo allearci e produrre molto, nonostante tutto. La battaglia c’è anche adesso, nella didattica a distanza, tra una didattica a distanza e un’altra. Cercherò quindi di argomentare su quattro punti, sebbene questo dovrebbe essere il tempo delle scritture collettive e dei manifesti pubblici.

Sarà un’altra scuola. Quella che troveremo dopo l’epidemia sarà una scuola in cui il vecchio conflitto-trappola tra educare e istruire riprenderà virulenza (scusate la metafora). Una regressione ci attende se si farà finta che istruire si può senza educare. Abbiamo visto che si possono sistemare per bene i contenuti, confezionare pillole di lezione registrate, a vari livelli e con vari trucchi (a cartoon; con mappe; transmediali). La tentazione sarà di dire: ecco guarda che bello il programma, il manuale, i giochi, fallo tu come e quando vuoi e poi mandaci il test.

Il ritardo colpevole c’era, sì. Docenti che non avevano mai attivato la versione digitale dei libri di testo scoprono che esistono e che si può facilitare enormemente il lavoro a casa, mandando i filmati, le mappe interattive, le lezioni personalizzate videoregistrate. Chi si sta dedicando con impegno, perdendoci gli occhi, sta imparando molto; chi ha fatto sempre poco oppure male continua a farlo e magari fatica e si ingegna ma pur sempre fa lezione frontale, verbosa, monologante, autoritaria. Almeno però si è finalmente liberato del corpo a corpo, dei tempi della relazione, dei giochi, della vita segreta del corridoio e del sottobanco che produce brusio e imprevisti. Liberi da tutti quei cascami residuali e interferenze disturbanti che sono in realtà il fermento e il sale dell’invenzione didattica e dei processi di apprendimento, se si sanno ascoltare e invitare al banchetto del sapere. La repressione di quei “residui” creava disaffezione nei ragazzi e nelle ragazze e frustrazione nelle docenti mentre era il mezzo più potente per educare alla parola espressiva e alla fatica dell’imparare. Ricordiamoci di rivendicarlo se no con la presenza nelle aule sparirà il senso di imparare assieme nelle differenze. Adesso parliamo dei giga, della connessione, dei device, dei genitori che seguono o invece lavorano; di quelli che stanno male e sclerano oppure si mettono a fare gli insegnanti; della case con lo spazio e i libri oppure senza. Ma non con queste differenze non si facevano i conti prima, e adesso nemmeno. Tutto ciò dovrebbe cambiare con 70 milioni in tablet? Anche prima c’erano le/i prof brave e bravissime che lo sapevano e quelle che non lo capivano, solo che adesso mancano le classi, i progetti, la varietà di incontri e scambi che iniziavano alla vita sociale bella o brutta che sia, tutte le microrelazioni multiformi che tra mense e cortili mitigavano, arricchivano. Che scuola sarebbe senza?

Forse dovremmo chiederlo ai ragazzini e alle ragazzine. Gli manca la scuola? Di certo mancano i compagni e gli intervalli. Chi con le docenti aveva costruito relazioni significative di rispetto e dialogo, vissuto col gruppo classe esperienze di lavoro e creazione culturale significative si sarà ritrovato con più facilità, riuscirà a stare assieme sulle piattaforme, attraverso gli schermi, senza dispetti, sospetti di noia e disinteresse, con desideri ancora accesi. Ma anche gli altri, quelli che la scuola è noia e morte, accendono i pc e si ritrovano con le prof, classi quasi complete con cui continuare a fare a guardie e ladri, gridando a lettere maiuscole nelle chat di skype che non si fanno foto di nascosto, non si buttano fuori i compagni, non si gioca di nascosto ai videogame nelle finestre aperte a lato. Perché si connettono lo stesso questi ragazzine e ragazzini se non è più obbligatorio? Credo che sia perché, come tutti, vogliono esistere per gli altri; vogliono identità e riconoscimento, un ruolo e uno statuto. La scuola è ciò che glielo dà. Sono “socialmente” allievi allieve studenti e studentesse. È questo che gli abbiamo sempre detto e per esistere – adesso che c’è solo la casa e mai la strada e la città – è normale che alla scuola chiedano quello, di avere il loro luogo di riconoscimento. Ovviamente, non illudiamoci, molte e molti non rimpiangono la scuola, dicono che così si segue meglio che ci sono vantaggi come la padronanza del tempo, le ore di sonno… eppure moltissimi altri vorrebbero tornare. Sospetto che siano soprattutto quelli che non hanno famiglie super accudenti e benestanti. Per tanti – per quanto “torturante”– la scuola era lo spazio proprio, fuori di casa, oltre la famiglia, un mondo di azione e riconoscimento autonomo, un’esperienza separata ma organizzata, con senso ed etichetta.

La domanda rivolta adesso alla scuola, attraverso questa Dad, è quella di un senso e di un ruolo. La risposta non può essere il programma, il libro, la pagella, il diploma, vero? Alla scuola, ora che non c’è, si chiedono cittadinanza e comunità in cui giovani e bambini siano soggetti pienamente riconosciuti nel loro statuto autonomo. Al liceo, alle superiori, dai 17 anni molte e molti studiano per il futuro, l’interesse, la carriera, un progetto. Ma fino ai 14-16 anni si studia anche per stare con gli altri, per avere come tutti un lavoro che ci dica chi siamo ora e subito.

Senza desiderio non si accende la fatica di imparare: potremmo (ri)scoprirlo in questi giorni. E il desiderio si nutre negli scambi con gli altri e nell’imprevisto dolce e spaventoso che sempre ci riservano. Il corpo a casa, sulla sedia, di fronte al monitor si sfianca prima. Per come è fatto lo schermo, sì, ma anche perché nella solitudine appassiamo. Da anni leggiamo le statistiche: c’è una scuola che disamora, che respinge, che crea distacco e sofferenza. O semplicemente che non insegna. Non vogliamo tornare a quella. Se a casa ci si collega solo per le minacce del papà o per la buona educazione ricevuta da mamma, dopo un po’ il motivo e la qualità del lavoro crollano. Ci vuole il desiderio e quindi le occasioni di scambio e relazione. Col pc si può fare qualcosa, sì, ma non per tutti, non per bene. Sicuramente ci sarebbero volute indicazioni e buoni documenti di orientamento dal Ministero. Eppure a due mesi dalla sospensione ancora non esistono. Crisi dei saperi e delle istituzioni, anche per la scuola.

I saperi e i luoghi. Lasciamo stare tutto quello che non ha funzionato a livello istituzionale durante l’epidemia. Non hanno funzionato gli ospedali, i governi federali, non ha funzionato neanche la scuola. I canali dedicati sulla Rai e i documenti ministeriali su come comportarsi li stiamo ancora aspettando. Ma da prima, molto prima della Dad e dell’emergenza, sapevamo che mancava una riflessione cruciale: cosa vale la pena imparare a scuola? Oggi tutti parlano dei programmi da finire e dei voti da mettere, di cosa sia la valutazione formativa non hanno idea: quindi la formazione delle docenti negli ultimi decenni ha fatto schifo. E prendiamo atto anche di quella balla colossale che è la certificazione delle competenze: dal 2017 resa obbligatoria per legge alla fine del primo ciclo d’istruzione – la terza media – consiste nella produzione di carte che nessuno legge e senza valore. Tra le competenze che si certificano infatti c’è quella digitale: forse in qualche bella scuola di Modena o della Toscana si fa sul serio ma nella stragrande parte d’Italia No. Nei documenti del Miur si legge(va): “La compilazione dei modelli è il momento conclusivo di un processo educativo e formativo che stimola la ricerca di nuovi approcci didattici, coerente con un continuo ripensamento dell’intero curricolo, come auspicato dalle stesse Indicazioni Nazionali per il curricolo”.

Ma non è mai stato ripensato un cavolo e volete che si faccia adesso? Chiusi in casa, con l’urgenza di far veder a colleghe presidi e famiglie che si sta lavorando, che si mettono voti? La Dad ci porterà dalla carta alla realtà per magia? Chi già lavorava secondo le Indicazioni Nazionali lo sta continuando a fare, per le altre/i si tratta di tagliare pezzi delle programmazioni che ti hanno passato le colleghe e che consistono negli indici – ripresi pari pari – dei libri di testo.

Dunque cosa mostra questa Dad? Che imparare a usare il pc e lo smartphone, a lavorare con la risorse del web, a usare le tecnologie digitali per creatività e progetti sarebbe importantissimo. Quanto saper formulare un progetto e volerlo portare a termine, che si tratti di uno scherzo o di imparare a suonare uno strumento, modificare una foto, montare un audio. Che è fondamentale avere il desiderio di interrogare la realtà e di prendersi cura di sé. Le carte ufficiali per la scuola di base dicono cose simili, che la scuola dovrebbe servire a questo: tipo superman insomma.

In realtà sappiamo che alla scuola sarebbe da chiedere una cosa in particolare e soprattutto: che oltre e nelle differenze individuali a ciascuno sia data la possibilità di esprimersi in società e di partecipare al farsi delle leggi comuni. Per il resto diciamoci una cosa: a educare non basta solo la scuola. E nemmeno l’internet e la tv.

Abbiamo toccato con mano che molte e molti non sapevano aprire word, fare un padlet, giocare e creare col pc. Tra le docenti l’improvvisazione ci ha spalancato mondi: programmi per organizzare e scambiare, registrare podcast, montare filmati, eccetera. Ma nonostante le certificazioni digitali, prima non lo sapevamo fare e ora lo facciamo male. Le nostre scuole non avevano dotazioni ragionevoli, i libri digitali sono poveri, i repertori organizzati e di alto livello di risorse educative on line non esistono. Le scuole e le università sono colpevoli, ora è più chiaro. Ma non tutto può essere fatto lì dentro.

Alla scuola si chiede cultura, ma la cultura (anche per chi la scuola la fa!) deve essere diffusa sui territori tramite varie istituzioni e luoghi attrezzati. L’attacco di delirio utopico palingenetico riprende: la ricchezza non arriva mai per gli ultimi, il vero benessere non c’è mai stato e dunque se volessimo trarre una lezione da questa emergenza dovremmo attrezzare i quartieri delle città e i paesi con sale per l’aggregazione e l’educazione, ricche di strumenti e di materiali, dove possano lavorare educatori ed educatrici in gamba e dove ci si scambino saperi e competenze. Se volessimo usare le scuole per questo, durante i pomeriggi, si potrebbe fare ma ricordando che se un’aula è un luogo di vita con lavori in corso ed esposti, non può essere sbaraccata in toto ogni giorno. E che se si moltiplicano i luoghi di formazione culturale, le scuole possono ridurre o modulare differentemente i loro orari e la loro organizzazione. Biblioteche, mediateche, sale prove, teatrali, informatiche o di arti applicate in cui hackers makers artisti artigiani possibilmente sui 20 e 30 anni potrebbero insegnare molto e bene ai ragazzini e anche ai loro docenti. … Ah, ma questo è socialismo libertario, scusate, non è concepibile che organizzazioni locali socializzino la cura e l’acculturazione usando le risorse della collettività.

Dunque torniamo coi piedi per terra e alla questione dei saperi: l’ossessione del programma e della valutazione popola ogni consiglio di classe o docente su zoom in questi giorni. Le paginette del libro da imparare a memoria, i quiz sul Capitolare di Quierzy. Le fasce climatiche e le catene montuose della Spagna, va bene! Per alcune di noi ogni cosa fa brodo. I contadini medievali son perfetti, poveretti, per discutere del rapporto città campagna e delle politiche alimentari con gente di undici anni. Ma chi lo fa? Troppo poche/i. La didattica è il problema, vicina o lontana, e il tempo perso non è quello di questo secondo quadrimestre ma le immissioni in ruolo di insegnanti senza formazione per decenni. I 500 euro non bastavano o almeno non dati così.

E quindi i soldi i soldi i soldi. Teniamo d’occhio come e dove saranno spesi i soldi per la scuola. Dove andranno i milioni di euro promessi? Probabilmente la formazione sarà scadente oppure vana e i materiali nuovi immessi nella cornice sbagliata. Altrimenti le aule informatiche e le aule con le Lim ci avrebbero preparato meglio, risparmiandoci il patente disastro di un analfabetismo digitale di massa (mi ripeto a scanso di equivoci, molti e ottimi esempi di scuola sì, ci sono, ma nella stragrande maggioranza dei casi no, non funziona).

Alcune formazioni per docenti son state fruttuose ma in generale le ore seduti a vedere le slide e a sentire le parole giuste non hanno cambiato nulla. Se non fai fare le cose con pazienza, per giorni, con attività e materiali costruiti assieme in loco, le pratiche, gli impliciti e gli assunti che ti governano non cambiano. Lo abbiamo imparato allora nel dopoguerra vero, quando i Cemea e gli Mce e tutti i movimenti per la trasformazione in senso egualitario ed emancipatorio delle istituzioni non-più-fasciste ricorrevano alle residenze formative, in cui si abitava assieme, si parlava durante e dopo le attività, si coltivavano pensieri e sentimenti condivisi. Lo sappiamo adesso quando gruppi di pratica e di ricerca nascono dopo esperienze formative forti e intensive, in cui si fa e costruisce assieme. Le slide non muovono le pratiche, il vivere assieme in un ambiente che si trasforma e si cura assieme sì. A Cenci, nella casa-laboratorio guidata da Franco Lorenzoni e Roberta Passoni che adesso in molti conoscono, le Officine matematiche o della lingua e i villaggi educativi si tengono da anni: durano da quattro giorni a una settimana.

Di solito le insegnanti sono ritenute privilegiate, destinatarie di condizioni contrattuali scandalosamente vantaggiose (un mestiere per chi fa la mamma). In questi giorni si moltiplicano petizioni assurde: che le docenti cedano un quinto degli stipendi per gli ospedali; che diano il bonus docente (500 euro destinati a libri o corsi) per comprare i tablet a chi non li ha. Tanto loro non lavorano o lavorano poco. Le e gli insegnanti non stanno lavorando? Moltissime sì e con grande fatica perché non c’è serenità e senso in questa invenzione accelerata al fare da lontano. Moltissime, soprattutto alle materne e alle elementari, no, non stanno lavorando, non sanno immaginare e improvvisare un modo sensato. Tra quelle che lavorano, soprattutto nelle secondarie di primo e secondo grado, c’è chi si sfianca e si esaurisce per fare l’impossibile, cioè insegnare uguale attraverso il pc, interrogando, controllando, usando corpi o lavagne che non son lì. Tuttavia sui diritti non conviene mai tagliare ma sempre allargare. Sui doveri invece ci vorrebbe quello di partecipare a formazioni di qualità e di controllare e verificare a chi andranno i soldi, a quali think tank e gruppi per fare quale scuola post covid. Il re è nudo, diciamolo ancora: anche quando insegnano nella scuola normale le/i docenti sono pagate e i risultati sono scarsi, molte e molti non fanno altro che aprire il libro e leggere e ripetere. Altro che cooperative learning e compiti di realtà e didattica personalizzata. Ma comunque si sfiancano e lavorano, non solo per la folle burocrazia, ma per amministrare il dispositivo, state fermi non parlate eccetera. Imponi, grida, obbliga e somministra verifiche assurde e contempla la fatica di Sisifo per cui gli ultimi sono sempre ultimi e lazzaroni. Ci vogliono scuole più ricche, con classi meno numerose e più dispositivi, con regolamenti veri e condivisi. Ma in primis ci vuole formazione di qualità: residenziale, immersiva, attiva. E ciò che è vero per i prof, è vero per le ragazze e i ragazzi. Di questi milioni quanti serviranno per offrire settimane residenziali in strutture nella natura con educatori formati a bambini e bambine che sono stati chiusi a casa di fronte a televisioni e consolle per mesi? Gli asili boschivi e le scuole all’aperto potrebbero non essere più solo la zattera di lusso per i più colti borghesi ma una soluzione adeguata alla mancanza di scuola da febbraio a giugno. Delirio utopico-palingenetico?

Comunque dobbiamo insistere e attestarci: la distanza dalla scuola in cui siamo state messe deve farcela desiderare e immaginare finalmente diversa, migliore cambiata. Non possiamo permetterci di ritrovarci il singolo legato davanti al pc, nei cui occhi si riversano luci e colori di conoscenze che saranno dette ridette rifatte per un consumo sempre orientato a produttivismo economicista. I nostri soldi vanno spesi per una scuola vera. Le cose insegnano, i quaderni, l’ordine delle giacche dei banchi dell’armadio dei libri; i rituali e le cornici che scandiscono i tempi di lavoro: tutto questo manca nella Dad e fa potere e produzione nell’esperienza culturale.

Come recupereremo ciò che abbiamo perso? In questa occasione c’è chi non ha avuto nulla chi ha avuto troppo. Troppe lezioni on line, troppi voti, troppe ripetizioni clandestine a casa di prof temerari, troppe ore di televisione videogiochi e tic toc; troppe schede da compilare e paginette da imparare a memoria; troppa assenza e solitudine. Abbiamo imparato che si può archiviare meglio il lavoro didattico, che potremo usare creativamente e intensamente il bendiddio delle Tic, in particolare se ci daranno formazioni di qualità da parte di esperti in gamba, sia ai docenti che agli studenti. Abbiamo imparato a parlare più fluidamente nelle chat, su whatsup, su skype e che ci si possono scambiare i lavori con meno formalità, valutando diversamente, studiando altro. E che sempre e comunque sono indispensabili cornici ritmi scansioni rituali del lavoro, altrimenti si sbraca e si abusa. Sì. Ma quante e quanti di noi? Non abbastanza. Se si riuscirà a contare scommetto che la Dad magnifica lo sarà stata per la una minoranza.

Quindi di certo c’è questo: siamo in un vuoto di normative e c’è urgenza di recuperare tempo e qualità di scuola. È un’opportunità ed è una sfida. Dobbiamo prendere parola per normare questo non normato con leggi che permettano libertà e uguaglianza per tutte le bambine e i bambini. La scuola per cui abbiamo sempre lottato è quella in cui la fatica e il desiderio si coltivano assieme nella condivisione di scopi e ragioni, di gesti tempi e spazi. Se la Dad è qui per restare noi non ci saremo e non ci staremo più a perpetuare incolmabili e inaccettabili differenze di potere e ricchezza. Le occasioni di inclusione e di uguaglianza, di alta qualità culturale per una vera partecipazione democratica saranno solo in presenza, in scuole diverse e migliori, da subito. Cerchiamoci, alleiamoci, scriviamo.

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