FRANCESCA COIN La statua di Montanelli ci spiega perché l’Italia non è innocente

[Internazionale, 17 giugno 2020]

La lotta iconoclastica che sta attraversando le piazze del mondo pone al centro del dibattito internazionale il tema della memoria e dei criteri che ogni società sceglie per rappresentare se stessa attraverso la toponomastica, gli anniversari, i monumenti e gli eroi che decide di celebrare o di far cadere nell’oblio. In Italia al centro di questa discussione c’è Indro Montanelli. Celebre giornalista e fondatore del quotidiano il Giornale, convinto fascista in giovane età, comandante di una compagnia di àscari durante l’invasione dell’Etiopia, proprietario di Destà, una bambina di dodici anni comprata per 350 lire con un prezzo di favore dal padre, Montanelli è diventato il simbolo controverso dei valori che definiscono la storia coloniale e la cultura italiana. Il dibattito sulla memoria è sempre stato complicato. In Comunità immaginate (1983) il sociologo Benedict Anderson ha parlato di “legami affettivi del nazionalismo” per descrivere il modo in cui la memoria è stata a lungo usata per generare un senso di appartenenza nazionale. La storia di questa appartenenza, tuttavia, è spesso controversa, inserita dall’epoca moderna in una lunga sequela di campagne di conquista, violenza e saccheggio, celebrate di solito come eroiche dai vincitori. In questi giorni, i movimenti sociali di tutto il mondo hanno portato alla luce come dietro la sacralità dei monumenti eretti per celebrare la storia occidentale e le sue vittorie, non ci siano gesta eroiche ma truci storie di violenza intrise di razzismo e di misoginia, che hanno inflitto un dolore acuto a una parte molto grande della popolazione mondiale. Nelle ultime settimane sono stati abbattuti i principali baluardi di questa storia: dalla statua di Cristoforo Colombo, decapitata a Boston e buttata pancia a terra in Minnesota, quale simbolo stesso del tentativo di celebrare il colonialismo europeo come un’avventura piuttosto che come l’atto inaugurale del genocidio delle popolazioni indigene, da allora espropriate, ridotte in schiavitù, chiuse in riserve come racconta Benjamin Madley in An american genocide (2016); fino a Leopoldo II, il re del Belgio che ha brutalizzato il Congo, torturato e mutilato milioni di africani, tolto dal suo piedistallo e decorato con la parola “razzista” prima di essere rimosso ad Anversa. Negli stessi giorni, il Regno Unito gettava nel fiume la statua di Edward Colston, trafficante di schiavi responsabile del prelievo forzoso e della deportazione di centomila africani nelle colonie contro la loro volontà, mentre a Oxford il movimento studentesco Rhodes must go chiede la rimozione dalla prestigiosa università inglese della statua di Cecil Rhodes, convinto assertore del primato della razza bianca nel mondo, suprematista bianco e imperialista ammirato da Hitler per la sua fede nel ruolo benefico del giogo coloniale in Africa. Un razzismo strutturale Le proteste che incalzano la celebrazione eroica della storia coloniale si susseguono ovunque, ma sono divampate anzitutto negli Stati Uniti, dove 114 monumenti confederati su 1.747 sono stati rimossi negli ultimi cinque anni, in seguito alla sparatoria nella chiesa di Charleston di Dylann Roof, suprematista bianco che nel 2015 ha ucciso nove afroamericani per dichiarare l’inizio della guerra razziale. La brutalità di quel gesto ha gelato il paese, inaugurando un difficile processo di riflessione sui valori che sigillano la storia nazionale, un processo che ha chiamato in causa il tema spinoso della memoria e i monumenti che gli Stati Uniti hanno scelto per rappresentare la propria identità. Uno dei momenti chiave di questo processo è stata la manifestazione Unite the right del 2017 durante la quale diversi movimenti di suprematisti bianchi si sono riuniti a Charlottesville, Virginia, per opporsi alla rimozione della statua del generale della confederazione Robert E. Lee. Erika Doss racconta in Memorial mania (2010) come all’indomani della fine della guerra civile americana siano stati eretti centinaia di monumenti dedicati a politici e militari della confederazione, a indicare la decisione di unire il nord e il sud nel nome della supremazia bianca. La narrazione messa in scena nel film di David Wark Griffith del 1915, Nascita di una nazione, nel quale gli schiavi liberati apparivano come mostri e stupratori, mentre il Ku Klux Klan era presentato come il ritratto patriottico della libertà, si riflette nell’iconoclastia statunitense, evidenziando come il “legame affettivo” che sigilla la nascita della nazione sia il dominio razziale. Il rapporto pubblicato dal Southern poverty law center Whose heritage? Public symbols of the confederacy (2019), lo dice chiaramente: dopo la fine della guerra civile americana, la memoria pubblica statunitense si è dedicata ampiamente a celebrare i generali che lottavano per difendere la supremazia bianca. È il caso dei 230 monumenti dedicati a Robert E. Lee; dei 152 monumenti dedicati a Jefferson Davis; dei 112 monumenti dedicati a Stonewall Jackson; dei 57 monumenti dedicati a P.G.T. Beauregard, per citarne alcuni. Se questi nomi non significano molto, in Italia, basti pensare che Robert E. Lee, “il grande generale del sud, il grande capitano della sua epoca” era un proprietario di schiavi, un separatista e un suprematista bianco per il quale la schiavitù era necessaria per “educare i neri come razza”. Questi monumenti sono il promemoria quotidiano di un presente razzista Nel suo nome i bianchi americani si sono opposti per molti anni alla fine della segregazione razziale stabilita dalle leggi Jim Crow (1877–1964), e hanno sostenuto la necessità di non mescolare le razze. Non è un caso che, per tornare alla manifestazione di Unite the right del 2017, i sindacalisti presenti ricordassero come la stessa legislazione antisindacale negli Stati Uniti sia stata sempre guidata dalla volontà di garantire lo sfruttamento dei neri, anche dopo la fine della schiavitù. Quando Vance Muse inizia la sua crociata contro il sindacato in Texas, il problema era impedire che i bianchi si mescolassero con le “scimmie nere” e che acquisissero diritti in modo da garantire che lo sfruttamento continuasse ininterrotto anche dopo la fine della segregazione razziale. Il diritto di continuare a trattare gli afroamericani come schiavi è il sottotesto delle reazioni alle proteste contro le statue dei confederati. Proteste che sono il riflesso dell’incarcerazione di massa, della brutalità della polizia e, in generale, della segregazione e della disumanizzazione strutturale e sistematica dell’America nera. Come ha dichiarato Lecia Brooks del Southern poverty law center, questi monumenti non sono solo simboli del passato, sono il promemoria quotidiano di un presente razzista, in cui essere neri significa essere disoccupati, incarcerati o malati di più rispetto a tutti gli altri, come è avvenuto anche in questi mesi di pandemia, durante i quali il numero degli afroamericani morti è tre volte superiore a quello dei bianchi. Come ha scritto in Golden gulag (2007) Ruth Wilson Gilmore, docente nera alla City university of New York e figura di primo piano del movimento per l’abolizione del carcere, il razzismo è questo: la diseguaglianza nella vulnerabilità alla morte. La lotta iconoclasta sta costringendo la società occidentale a fare i conti con il razzismo strutturale della sua storia. In questo senso non si tratta di un processo simbolico, ma di una crisi di identità, che mette in discussione l’aura sacra con cui è stato celebrato per vari secoli il colonialismo europeo come riflesso di una sollevazione antirazzista e anticoloniale. Black lives matter significa questo, che la supremazia bianca che vive nella cultura occidentale deve essere messa a nudo e rivelata per il ruolo che esercita nelle istituzioni, nella cultura e nei monumenti della nostra società, non solo ai tempi di Cristoforo Colombo, ma anche nel 2020, ai tempi dell’omicidio di George Floyd. In Italia In Italia le richieste di rimuovere la statua di Montanelli dai giardini di porta Venezia è stata ricevuta come un oltraggio. L’ha definita così Carlo Cottarelli, per il quale “quello che Indro Montanelli ha fatto non giustifica l’oltraggio alla sua statua”. L’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini ha difeso Montanelli in quanto “uomo di grande integrità”. L’attuale sindaco di Milano Beppe Sala che ha definito quelle di Montanelli “leggerezze” che non legittimano una richiesta di rimozione perché “di errori ne facciamo tutti”. Enrico Mentana ha parlato di un gesto da vigliacchi e ha ricordato che Montanelli è intoccabile perché fu colpito da un commando delle Brigate rosse nel 1977. Per continuare con Gad Lerner, che ha paragonato la statua di Montanelli al Mosè di Michelangelo e ha chiesto di ridimensionare la critica al suo passato perché in fondo anche nella Bibbia si parla di schiavismo e patriarcato. Aldo Cazzullo, infine, è stato il più chiaro di tutti: “La memoria di Indro Montanelli è sacra” e “la statua di Montanelli, opportunamente ripulita, sta bene lì dov’è”. Il concetto di sacro in questo contesto è importante. Dire che la memoria di Montanelli è sacra significa richiedere la sospensione del giudizio e pretendere un’adesione incondizionata. La levata di scudi di un’ampia parte del giornalismo maschile italiano a protezione di Montanelli, in questo senso, non è problematica solo in sé, ma in quanto difende ciò che ha rappresentato, l’adesione impunita e impenitente al suprematismo bianco, la capacità di presentare la violenza razzista come eroismo, la nostalgia per l’invincibilità del dominio occidentale, e con essa, di quel modello di uomo che può esercitare sulle sue prede lo stesso dominio che i militari esercitano in guerra. Nei suoi scritti questi elementi emergono in modo chiaro. Il 1 gennaio 1936 sul mensile Civiltà Fascista Montanelli parlava del razzismo e lo definiva come “un catechismo che, se non lo sappiamo, bisogna affrettarsi a impararlo e ad adottarlo. Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità”. Riferendosi forse alle truppe che comandava e forse al suo bottino di guerra, Destà, ammoniva, inoltre, di non cedere ai sentimentalismi. Non occorre un intuito psicologico freudiano per avvedersi che un indigeno ama il bianco solo in quanto lo teme o in quanto lo tiene infinitamente superiore a sé. Niente indulgenze, niente amorazzi. (…) Il bianco comandi. Ogni languore che possa intiepidirci di dentro non deve trapelare al di fuori. In queste righe Montanelli associa all’amore la capacità di dominare, e ricorda che solo quando si sente sotto minaccia da parte di un individuo “infinitamente superiore” l’indigeno può amare il bianco. Sta parlando di uno stato di soggezione intriso di crudeltà, che intreccia in modo magistrale dominio dei corpi e supremazia bianca, misoginia e fascismo, in una concezione del dominio bianco che in Italia non è mai stata messa in discussione. Da questo punto di vista, il suo rapporto con Destà e la conquista coloniale sono per Montanelli la stessa cosa: un’avventura con la quale il colono poteva divertirsi, nel sesso e in guerra, forte del suo dominio incontrastato. Quanta sofferenza vi sia dietro a queste gesta è l’unico aspetto di questa storia di cui in Italia non è dato parlare. La violenza, le razzie, le scorrerie e gli eccidi della storia coloniale italiana, il massacro di massa guidato dal macellaio Rodolfo Graziani e l’uso di gas tossici contro gli etiopi per placarne la resistenza, sono non solo questioni che Montanelli ha negato per cinquant’anni ma parti della storia italiana, che il dibattito pubblico si rifiuta di affrontare. In After empire (2004) il teorico Paul Gilroy scriveva che il disagio, la vergogna e la perplessità che si provano di fronte alla storia coloniale sono importanti, perché è solo affrontando il disagio che la violenza inflitta ad altre popolazioni può essere trasformata. La negazione, il silenzio e la volontà di sminuire alimentano invece un’altra catastrofe, perché consentono la ripetizione della violenza coloniale nel presente. Le strategie retoriche usate per liquidare le critiche alla storia di Montanelli rivelano precisamente quest’ultima tendenza. Difendere Montanelli in quanto vittima delle Br, in quanto uomo indipendente, in quanto grande giornalista, riflette il tentativo di spostare il discorso dalla violenza che caratterizza la storia italiana e dalle sofferenze che ha causato, per continuare a celebrarla come eroismo. Il punto è che i frammenti cancellati del nostro passato devono essere ricostruiti, come insegna lo storico della University of central Lancashire Alan Rice, che ha dedicato la sua vita a confrontarsi con i retaggi della schiavitù nel nordovest inglese, e questo non per cambiare il passato ma per cambiare il presente. L’analisi pubblica e collettiva della vita di Montanelli, in questi giorni, non è importante solo in relazione al suo passato, ma per il nostro presente. Il problema non è Montanelli in sé, il problema è il modo in cui la levata di scudi nei confronti della sua storia ostacola il tentativo di fare i conti con il razzismo attuale della società italiana. È impossibile negare, infatti, che mentre Montanelli ha difeso per molti anni la rappresentazione della storia coloniale come un’avventura innocente, nella sua cassetta degli attrezzi teorica restava negli anni una sostanziale fiducia nel primato bianco. In un testo pubblicato sul Corriere della Sera il 3 ottobre 1962 che sta circolando molto in questi giorni, Montanelli commentava gli scontri razziali del 29 settembre di quell’anno a Oxford, quando i segregazionisti del sud protestavano contro l’iscrizione all’università del Mississippi di James Meredith, un nero veterano dell’esercito. Nel commentare il ruolo della supremazia razziale negli Stati Uniti, la stessa di cui abbiamo discusso sopra, Montanelli osservava che, per quanto grave sul piano dei princìpi, quella violenza era il risultato inevitabile del tentativo catastrofico di mescolare le razze. Piano piano l’America sta rendendosi conto che con questo problema essa deve convivere perché non lo può risolvere. O meglio, lo può risolvere solo nell’ambito giuridico della parità dei diritti civili. Biologicamente, no. Perché sarà ingiusto, sarà ripugnante, sarà razionalmente inesplicabile e inaccettabile; ma è un fatto che il meticciato coi neri ha dato risultati catastrofici dovunque lo si è praticato. So di dire un’eresia, per i tempi che corrono, ma preferisco l’eresia all’ipocrisia. L’onestà trasparente con la quale difende la separazione razziale è ancora più esplicita in questo commento successivo, nel quale evidenzia che i soprusi compiuti dai suprematisti di Oxford fossero ispirati da una preoccupazione legittima: quella della salvaguardia biologica della razza bianca: Gli studenti bianchi di Oxford, opponendosi all’ingresso del loro collega Meredith nell’università, hanno commesso un errore e un sopruso perché un privilegio di razza nel campo dei diritti politici e civili è inaccettabile e indifendibile. Tuttavia questo errore e questo sopruso sono stati un eccesso di difesa ispirato da una preoccupazione che purtroppo è legittima: quella della salvaguardia biologica della razza bianca. So di tirarmi addosso, scrivendo queste parole, fulmini e saette. Ma non è colpa mia se un’esperienza di secoli ha dimostrato che il meticciato tra bianchi e neri ha dato e seguita a dare il più catastrofico dei risultati. Non sarà giusto, ma questi sono i fatti. La rilettura collettiva di questi scritti di Montanelli, oggi, è un avvenimento importante. In Italia come negli Stati Uniti, la lotta iconoclasta sta costringendo l’Italia a fare i conti con la sua storia e a mettere in discussione l’aura sacra con cui è ancora celebrato il colonialismo italiano. Black lives matter, in Italia, significa questo, che nel paese esiste un problema razziale, ed è attualissimo, perché la nostra legge sulla cittadinanza è una delle più arretrate al mondo; perché le coste italiane sono diventate da troppi anni un cimitero; perché la cultura italiana dalle tv ai giornali alle università è quasi interamente maschile e bianca; perché tutti i lavori ad alto tasso di sfruttamento, dalle consegne a domicilio all’agricoltura, sono fortemente pervasi da discriminazioni razziali; perché il discorso suprematista è il perno della politica istituzionale di alcuni dei principali partiti italiani; perché la “caccia al nero”, come ha dimostrato Traini a Macerata, è ancora praticata; perché in Italia ci sono braccianti che muoiono ancora carbonizzati nelle campagne, e si potrebbe continuare. Può la discussione su Montanelli cambiare tutto questo? Certo che no, ma è evidente nel contempo che ignorare le critiche e celebrare una cultura suprematista con una statua nel centro di Milano non è una scelta innocente, ed è una grande fortuna che le nuove generazioni lo stiano facendo notare.

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