MASSIMO GARGIULO I prof non sono eroi? Il Talmud come antidoto di civiltà

[Toscana Today, 21 giugno 2020]

Per chi insegna lasciare un segno è la vera soddisfazione, sentirsi dire dagli ex alunni ad anni di distanza, di avere segnato la loro vita

Qualche settimana fa un quotidiano italiano ha scelto come titolo di prima pagina: “I prof non sono eroi”. La causa immediata era la mancanza di presidenti di commissione per l’esame di Stato, che il Ministero ha scelto di far svolgere in presenza. La causa di contesto era l’implicito paragone con il personale sanitario, meritevole di aver svolto il proprio lavoro a diretto contatto con il covid e che poteva vantare un’adesione volontaria massiccia alla chiamata per prestare servizio nelle zone maggiormente colpite. E questo è un gesto sicuramente significativo, che cioè produce segno, elemento sul quale tornerò.

La causa più remota e vera era, nel clima di perenne creazione di consenso che caratterizza l’Italia, quella inveterata concezione della destra liberale in base a cui il pubblico ha un che di irriducibilmente parassitario, poiché lavora poco e a spese di attività produttive strozzate dalle tasse, nel caso della scuola per di più con l’aggravante di essere un mondo tendenzialmente di sinistra. È cioè quella concezione che rende precari gli stessi medici e infermieri che poi glorifica.

Una eventuale risposta a quel titolo poteva partire dal rigetto dell’idea stessa della necessità di eroi. Oppure poteva sottolineare la grande abnegazione mostrata dal mondo della scuola – docenti, alunni e famiglie – nell’inventarsi da sé, senza alcuna formazione o struttura pubblica, la didattica a distanza. Poteva fondarsi sulla voce degli insegnanti che chiedono un piano di investimenti serio per tornare subito in classe e di non usare circa quaranta milioni di euro per far svolgere il solo esame in presenza, dopo tre mesi di abbandono e poca chiarezza da parte del Governo che hanno pregiudicato l’intero anno. Poteva fondarsi sul fatto che la volontà di garantire questo rito di passaggio era sostenuta senza le opportune misure di sicurezza per i docenti, i maturandi e il personale della scuola. Ma, piuttosto che ribattere con argomenti di buon senso a chi urla solo per strizzare l’occhio a un pezzo di paese e alla sua pancia, vorrei sfruttare l’occasione per un primo rapidissimo sguardo a come la scuola è vista in una cultura e un testo apparentemente molto lontani da noi, il Talmud.

La scuola nel Talmud

Il Talmud è uno dei tre pilastri del giudaismo classico (quello che va dalla distruzione del Tempio da parte di Tito nel 70 d.C. al Medioevo) insieme alla Bibbia e alla Mishnah. Il titolo significa “insegnamento” e ne esistono due redazioni, palestinese e babilonese, databili più o meno al IV e VI sec. d.C. In estrema sintesi si può dire che è costituito dalla gemarah, cioè il completamento delle discussioni avviate nella Mishnah per ricavare dalla Bibbia precetti che regolassero la vita quotidiana nelle mutevoli condizioni storiche e geografiche: è quindi la Legge orale che affianca la Torah scritta, entrambe consegnate a Mosè sul Sinai.

Per prima cosa è da dire che l’educazione dei ragazzi è una una mitzvah, un precetto, esplicitamente menzionato nel celebre brano biblico dello shema‘ (Deut. 6,6-9; 11,7-20). Mosè è il prototipo dell’educatore poiché trasmette ai figli di Israele gli insegnamenti di Dio e perciò il titolo affiancato al suo nome è rabbenu “il nostro maestro”. Molto meno noto per noi è Yehoshua Ben Gamla, sommo sacerdote negli ultimi anni del Tempio, al quale però il Talmud attribuisce un merito grandissimo (trattato Bava Batra del Talmud babilonese):

Veramente sia buono il ricordo dell’uomo che risponde al nome di ben Gamla! Se non fosse stato per lui la Torah sarebbe stata dimenticata da Israele. All’inizio chiunque avesse un padre, quest’ultimo gli insegnava la Torah, mentre chi non lo aveva, non la imparava […] Decisero poi di stabilire maestri per i bambini a Gerusalemme […] Ma lo stesso, colui che aveva un padre, questi saliva con lui e lo istruiva; colui che non lo aveva, non poteva salire e imparare. Allora decisero di stabilire maestri in ogni singolo distretto, […], fino a che arrivò Yehoshua ben Gamla e decise di stabilire maestri dei bambini in ogni singola provincia e in ogni singola città e che vi facessero andare i bambini all’età di sei e sette anni.

Rimando al prossimo articolo ulteriori approfondimenti. Per ora solo alcune piccole considerazioni. Il testo attribuisce a ben Gamla uno dei doni maggiori nella tradizione ebraica, vale a dire il ricordo. Non per nulla il suo merito è aver evitato la dimenticanza della Torah, ciò che per noi sarebbero Omero, Virgilio, Dante, Manzoni e la stessa Bibbia.

Ebbene, chi insegna è chiamato così perché dovrebbe lasciare un segno, una traccia di ricordo. Forse la soddisfazione più grande per i prof è proprio quella di sentirsi dire dagli ex alunni, magari ad anni di distanza, che in qualche modo ne hanno segnato la vita e sono, perciò, ancora ricordati. Molto meglio che essere eroi.

Ma il Talmud ci dice tanto altro: che cioè quella comunità riconosce il valore fondamentale della istituzione creata da ben Gamla e perciò è pronta a santificarne il ricordo. L’educazione lì è vista come perno centrale della vita e della identità comunitarie. Ben altro rispetto a chi, da decenni, vede la scuola in Italia come un settore da tagliare, da tenere lì fin che regge stressandone di continuo la capacità di resistenza. Infine, il Talmud ci dice che l’educazione è così importante che non può essere appannaggio solo di chi può, di chi ha il padre che lo fa salire, bensì che ben Gamla, non un eroe eppure sempre ricordato, stabilì in ogni provincia maestri per tutti i bambini. Non lo dimentichiamo.