FEDERICA CAPPUCCIO Il pensiero di Andrea Gavosto sulla riapertura della scuola

Un piano del ministero per la riapertura non c’è, il plexiglass non va bene, è claustrofobico e antididattico (ma ha fatto parlare di sé per una settimana), con la didattica a distanza si è avuta una caduta degli apprendimenti del 30, 40, 50 per cento. Quanto ci piace a Confindustria quantificare gli apprendimenti. Tra l’altro sono dati americani. Cosa ci incastra la scuola italiana con gli americani? E poi vai a sapere cosa intendono questi qui per apprendimenti. Vedi infra. La generazione che ha subito il distanziamento didattico ne porterà una «cicatrice indelebile, che renderà più difficile sia il proseguimento degli studi sia l’ingresso nel mercato del lavoro». Non dimentichiamolo: la quarantena ha interrotto anche i PCTO, con tutti danni che ne conseguono. Fine delle premesse.

Seconda parte. Il programma. Il pensiero di Andrea Gavosto sulla riapertura della scuola si può condensare in una ricetta semplice: accorciare le lezioni (e nel frattempo interrogarsi su cosa di quello che si insegna a scuola è davvero essenziale, ma essenziale per cosa è la domanda), assumere docenti solo per il tempo che serve e pagarli a cottimo («Si negozia in sede contrattuale un periodo transitorio a orario prolungato e con stipendio maggiorato per chi è disponibile a farlo»: si può contare sull’acquiescenza dei sindacati. No, cioè, è una domanda). Rispetto alla proposta dell’Assopresidi di abolire lo status disciplinare delle materie e sostituirlo con assi culturali Gavosto è del Soviet.

Ora, secondo voi, la ministra, la viceministra, lo staff della ministra, il comitato di saggi (task force) ascoltano i docenti o la fondazione Agnelli? Oppure, volendo pensare male: l’idea dell’ora di 40 minuti alla ministra chi gliel’ha data, Confindustria o Eraldo Affinati?

Qui di seguito l’articolo.

Le troppe incognite che pesano sull’anno scolastico in arrivo

L’approvazione del decreto scuola ha evitato al governo una crisi surreale. Il decreto, però, poco si occupa della cosa più importante – la riapertura delle scuole a settembre. Un articolo assegna a sindaci e presidenti di provincia poteri commissariali per interventi urgenti di edilizia scolastica in vista del prossimo anno: una misura ragionevole, anche se nei mesi estivi non si potranno fare miracoli.
Per il resto, la confusione regna sovrana. Turni sì, turni no. Sdoppiamenti di classe sì, no, forse. Lezioni di 30, 40, 50 minuti. Ora anche il plexiglass fra i banchi, con costi elevati, difficoltà di smaltimento, effetti claustrofobici e inadeguatezza didattica. Servirebbe chiarezza negli indirizzi e coerenza nelle dichiarazioni. Le famiglie sono da tempo esasperate, ora cominciano a esserlo anche i dirigenti scolastici, i più avvertiti dei quali stanno già lavorando a soluzioni meno semplicistiche della plastica.
In attesa che arrivino linee guida tali da permettere a ogni scuola di trovare la soluzione più giusta per il proprio caso, resta centrale il tema dei docenti. Sarebbe infatti fondamentale che, a partire da settembre, ci si dedicasse in primo luogo a recuperare l’enorme perdita di scuola subita quest’anno a causa del virus. I dati americani parlano di una caduta degli apprendimenti fra il 30 e il 50% rispetto a un anno di scuola normale: da noi, non sarà troppo diverso. Il rischio è che questa generazione sia segnata da una cicatrice indelebile, che renderà più difficile sia il proseguimento degli studi sia l’ingresso nel mercato del lavoro. Sarebbe bene, perciò, cominciare con tutti gli insegnanti al loro posto. E anche che gli studenti potessero contare sugli stessi docenti dell’anno prima, anziché vederne cambiare 1 ogni 4, come accade di solito, a scapito della continuità didattica.
Temiamo che così non sarà. Non condividiamo l’ottimismo della ministra Azzolina, che ritiene addirittura possibile fare a meno il prossimo anno di molti degli attuali supplenti annuali. Intanto, come ha fatto notare Maddalena Gissi della Cisl, va fatta chiarezza su una cosa seria come i dati: in realtà le supplenze dell’anno scolastico 2019-20 sono passate dalle 109mila del 30 settembre – il dato fornito da Azzolina al Sole 24 Ore – a circa 187mila qualche mese dopo. Da anni, il 30 settembre è presto per tirare le somme.
Per fare scendere questo numero enorme – a cui vanno aggiunti i posti lasciati liberi da circa 30mila nuovi pensionamenti – a poco serve ormai assumere in ruolo dai due canali tradizionali: le graduatorie dei vincitori dei vecchi concorsi e le graduatorie a esaurimento. Sappiamo che in molte regioni e per molte materie entrambe sono vuote o vicine a esserlo. Non a caso da 4 anni il ministero riesce a fare solo metà delle assunzioni autorizzate.
Né a settembre saranno in cattedra i vincitori dei nuovi concorsi, perché il primo di questi – quello straordinario per 32mila docenti delle secondarie – sarà in autunno.
Nemmeno – temiamo – aiuterà granché la cosiddetta “call veloce”, che permetterebbe ai docenti con i titoli di entrare in ruolo in regioni diverse. Il principio è corretto, ma in pratica significherebbe trasferirsi, quasi sempre dal Sud al Nord, con un obbligo di permanenza di 5 anni. Già fallito in passato, difficile che il tentativo funzioni oggi, con i timori per il virus. Molti preferiranno restare un altro anno precari a casa propria.
Insomma, i supplenti a settembre sono destinati ad aumentare ancora, superando quota 200mila. Più supplenti ci sono, più è difficile averli in cattedra dai primi giorni, più ne soffre la continuità didattica. Quest’ultima poteva essere aiutata congelando la mobilità dei docenti di ruolo e dei supplenti. Si è scelto di non farlo.
Si badi: questo quadro già critico vale nell’ipotesi che il prossimo sia un anno come il precedente, senza la necessità, cioè, di aumentare il numero dei docenti. Ma alla riapertura dopo l’emergenza Covid-19 si potrebbe avere bisogno di più ore a scuola, se la giornata andrà riorganizzata.
Vediamo tre soluzioni, che non si escludono a vicenda. Si accorcia la durata delle lezioni e nel contempo ci si comincia a chiedere sul serio se tutto, nella singola materia e nel curricolo, sia davvero essenziale. Si negozia in sede contrattuale un periodo transitorio a orario prolungato e con stipendio maggiorato per chi è disponibile a farlo. Si assumono più docenti a tempo determinato, per l’esigenza contingente e il tempo che servirà, con un’attenzione specifica alla scuola dell’infanzia e alla primaria, dove è opportuno fare al più presto rientrare in presenza tutti. Realisticamente, nessuna soluzione risolverà tutti i problemi. Ma il tempo stringe ed è necessario dare indicazioni su come la scuola riaprirà a settembre. Con tutti gli studenti, ma anche con tutti gli insegnanti che servono.

Andrea Gavosto

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