ILARIA DAMIANI (Collettivo NiNaNd@) Oltre la Dad, le classi differenziali. La scuola secondo Eraldo Affinati

Abbiamo letto con incredulità l’intervista a Eraldo Affinati. La scuola sta vivendo un momento drammatico, è chiusa da oltre 3 mesi e «riaprirà» a settembre nel caos, il mondo della scuola – genitori, insegnanti e soprattutto loro, i giovani, gli adolescenti, i bambini e le bambine – è stremato e allarmato; e lo «scrittore vicino alla scuola» fa i salti mortali per buttarla in caciara. Non troviamo altro modo per definire la sua intervista apparsa su Repubblica il 30 maggio 2020.
Di fronte alla mannaia che sta per abbattersi sulla scuola, sul diritto all’istruzione di un’intera generazione, con un taglio di tempo scuola che nemmeno la Gelmini aveva osato proporre (lo sottolineiamo: la scuola è un diritto dei giovani ed è a loro e a tutta la società che viene sottratta), Affinati si fa avanti per fornire una stampella ideologica ad un progetto inaccettabile di normalizzazione dell’emergenza, anzi di utilizzo dell’emergenza per dare un colpo mortale alla scuola pubblica statale, alla scuola di tutti, alla scuola istituto costituzionale per il superamento delle discriminazioni sociali e per il diritto universale all’istruzione.
Dice Affinati, con l’«abile» tecnica retorica di partire da un luogo comune per sferrare un colpo basso, che «il livello di attenzione dei nostri adolescenti è calato. […] Meglio 40 minuti di ascolto attivo che un’ora di passività». Quindi secondo lui un adolescente incapace di mantenere la concentrazione per più di un quarto d’ora può essere efficacemente sottoposto ad uno stringente susseguirsi di moduli da 40 minuti che propongano solo «ascolto attivo».
Ma l’importante è distribuire fendenti alla cieca, così senza por tempo in mezzo eccolo partire all’attacco degli insegnanti con un altro abusato luogo comune: vanno svecchiati, basta lezione frontale, gli studenti siano protagonisti. È per questo che vuol togliere loro il tempo scuola? 60 minuti sono troppi per essere protagonisti? Come se lo immagina Affinati un laboratorio, un lavoro di gruppo, un percorso che renda gli studenti e le studentesse artefici del proprio sapere? 40 minuti bastano per uscire all’aperto e andare in un parco? La domanda sorge spontanea: lo scrittore/insegnante/consulente del MIUR ci è mai entrato dentro la scuola? Ha idea, ha veramente idea, di che cosa significhi lavorare con bambine e bambini, ragazze e ragazzi?
Non basta ancora. L’esperto di Don Milani spara a zero anche sul gruppo classe: basta lavorare con ragazzi «uno diverso dall’altro»; facciamo «moduli» di livello.
Trasecoliamo? Sì, trasecoliamo. Quanto lavoro di svecchiamento viene buttato alle ortiche in poche righe e in tanta foga distruttrice! quanto disprezzo e accanimento contro il lavoro di costruzione di una scuola inclusiva, democratica, laica, critica, solidale!
Dov’è finito il riconoscimento che le differenze di «livello» dei bambini e dei ragazzi hanno origine nelle differenze sociali delle loro famiglie? dov’è finita la denuncia, centrale nel messaggio di Don Milani, delle discriminazioni di cui diventa complice e artefice una scuola che selezioni e separi invece di unire e andare avanti insieme? dov’è finita la valorizzazione delle diversità, che è una ricchezza, non un ostacolo alla crescita?
Due decenni di aggressione ideologica e materiale a chi ha lottato concretamente per costruire nei fatti la scuola delineata dalla Costituzione hanno prodotto questo: lo sdoganamento di un discorso reazionario che chiede senza vergogna di farla finita con alunni «uno diverso dall’altro», con le classi miste, con la promiscuità sociale, con una scuola dai tempi distesi che garantiscano tutto questo; basta far vivere il disabile insieme agli altri, basta consentire al figlio dell’operaio di confrontarsi con il figlio del dottore, al ricco di imparare dal povero, al rom al cinese e all’italiano di conoscersi.
Basta con un modello di scuola in cui studenti e insegnanti possano imparare a guardare e leggere la realtà, e a TRASFORMARLA. Un discorso che riporta la scuola indietro di 100-150 anni, altro che svecchiamento.
Noi non siamo disposti a rinunciare alla scuola. Vogliamo il raddoppio delle aule (per la sicurezza sanitaria e l’agibilità pedagogica), degli insegnanti (che possano insegnare e non solo fare una comparsa-spot), del personale ATA e delle pulizie (su cui ricadrà l’onere della sanificazione), l’internalizzazione degli AEC (indispensabili per una scuola realmente inclusiva) e dei lavoratori e lavoratrici delle mense (che nutrono i nostri figli e i nostri alunni); vogliamo un rafforzamento del tempo scuola e del tempo pieno, altro che l’obbrobrio irricevibile di lezioni di 40 minuti. Servono risorse? Sì, e le vogliamo: vogliamo le risorse che rendano possibile e reale tutto questo; che il ministero si metta immediatamente al lavoro, reperisca gli spazi, avvii subito i lavori necessari, curi i giardini, stabilizzi e assuma il personale.
Vogliamo tutto questo, senza ambiguità, senza mischiare nel torbido di un sistema complesso. Non stiamo chiedendo la luna, stiamo chiedendo la scuola.

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