RENATA PULEO Valutare in tempi di Covid19

[Roars, 2 aprile 2020]

Mentre continua il balletto dei comunicati da parte della Ministra Azzolina sui temi legati alla didattica a distanza – anche questi sospesi nella zona d’ombra fra legalità e legittimità – si mantengono aperte tutte le questioni che hanno a che fare con la didattica, generale e disciplinare. Rimane decisivo per il futuro della scuola, nel dopo pandemia, il tema della valutazione. Forse, nel tempo attuale e in quello che ci aspetta, è necessario rimettere in campo una critica serrata al Sistema Nazionale di Valutazione, a cura dell’INVALSI, alla sua funzione di stampella all’autonomia delle istituzioni scolastiche e al rapporto che tale insieme di dispositivi intrattiene con la libertà di insegnamento.

Scrivo – come in altre occasioni – di valutazione, tema che provo ad aggiornare al periodo che stiamo vivendo, di cui la scuola con le sue problematiche specifiche rappresenta un dato emergenziale.

Uso spesso da qualche tempo una figura retorica per definire il ruolo della valutazione rispetto ai processi di insegnamento/apprendimento: la sineddoche dell’educare, la parte per il tutto. Il tutto è rappresentato da ogni contesto di vita in cui tali processi si manifestano, dunque sempre, essendo essi stessi vitali e specie-specifici dell’umano. In due forme:

  1. Tempi e luoghi dell’apprendimento che iniziano nel periodo della neotenia, dell’infanzia, proseguono nella vita adulta, fino al limite a cui può arrivare l’esser in grado di imparare.
  2. Tempi e luoghi specifici dell’apprendimento intenzionale, in situazioni istituzionali, diciamo di servizio.

Nel primo caso, la valutazione si esprime in giudizi sul cambiamento, in intuizioni relative alla buona riuscita del processo. Nel secondo, essa mostra attraverso atti, pratiche, strumenti, la bontà o meno di atti, pratiche, strumenti tipici di quella che chiamiamo didattica. Didattica in generale, legata alle problematiche dell’insegnamento/apprendimento in età evolutiva e adulta, quella specifica per discipline. Oggi, la situazione impone altre modalità sotto la locuzione didattica-a-distanza (DaD).

La didattica è sempre confutabile, la protezione teorica di cui gode è sempre instabile, in quanto attività legata ai contesti, alla pragmatica della comunicazione, alla non replicabilità, diciamo scientifica, delle esperienze. Nessuna unità didattica, nemmeno la più rigorosa nell’impianto sarà mai uguale alla sua replica. Quindi anche per la valutazione le metafore del termometro e della fotografia, tanto care all’Invalsi e alla Ministra Azzolina, sono usurate, mancanti di efficacia. Potremmo semmai parlare – soprattutto a proposito di test in uso all’Invalsi e di verifiche nell’apprendimento a distanza – di istantanee scattate sui processi di apprendimento, che subito lasciano scarti, dunque si accompagnano alla necessità della discussione, del trattamento discorsivo dell’errore.  Molti, fra gli esperti più o meno improvvisati che frequentano i social in questo periodo, mi hanno fatto notare che milioni di studenti accedono già a corsi a distanza. Ho replicato che il lavoro di valutazione del loro impatto – la protezione teorica, la dimostrazione dell’efficacia – è dovuta alla diffusione delle piattaforme e delle connessioni: una conferma tautologica, che gira su se stessa. Ѐ la diffusione che si incarica di dimostrare l’efficacia.

Spendo qualche riflessione (molto è già stato scritto) sulla nota ministeriale – nota, ovvero al fondo nella scala delle fonti normative – a firma di Marco Bruschi, Capo Dipartimento. Un funzionario che interpreta il suo ufficio di burocrate – fin dai tempi della Gelmini – non in funzione esecutivo-applicativa degli indirizzi politici, ma in chiave normativa mediante la quale detta modelli di comportamento. Sappiamo che le maggiori Organizzazioni Sindacali ne hanno chiesto il ritiro. Così come, dopo il discorso al Senato delle Ministra, è stato fatto rilevare il vuoto pneumatico delle sue risposte, proprio in merito a ciò che la lunga nota avrebbe voluto chiarire.

Mi rifaccio al paragrafetto finale della nota dedicato alla valutazione Il breve richiamo si trasforma in una sorta di mossa del gaffeur. Tutti sappiamo che ci sono discipline non valutabili con la modalità a distanza.  Sappiamo che le attività di laboratorio, essenziali negli ordini scuola tecnico-professionali, non sono – ovviamente – valutabili in questa fase. Ma si potrebbe dire ugualmente per una traduzione da una lingua antica o moderna, suscettibile di progressivi aggiustamenti, le cui versioni – tra l’altro – abbondano in internet e qualunque studente vi può avere accesso.

A livello più tecnico, di legittimità giuridica, sappiamo che non sarà possibile utilizzare i voti del primo quadrimestre (in un futuro post Covid riusciremo anche a parlare degli strumenti di misura della valutazione?), ma anche solo esprimersi sul rendimento, sia pregresso, sia legato alla contingenza della didattica a distanza. Farlo esporrebbe a ricorsi avverso la loro parzialità e in considerazione del radicale mutamento dei contesti di apprendimento. La sottolineatura della nota sull’importanza delle riunioni collegiali virtuali non risolve, anzi, complica il problema con nuovi inediti aspetti, di tipo tecnico e di legittimità, come viene sottolineato quotidianamente. Una piattaforma Rousseau per la DaD? Per non parlare degli esami di fine ciclo, della maturità nello specifico, della validità, non solo dell’anno scolastico, ma dello stesso titolo di studio. Insomma ne va del ruolo e della funzione della scuola pubblica. A tutt’oggi, su tutta questa partita solo balbettii da parte del MIUR.

Al livello della possibilità lasciate agli insegnanti in questa fase, riconducibili alla libertà di insegnamento, alcuni sostengono che ci sono modalità di incunearsi nelle contraddizioni della nota e delle strategie lì delineate. Usare Bruschi contro-malgrado Bruschi. Leggo sulla rivista del CIDI Insegnare un articolo di Marco Guastavigna a cui è seguito anche un appello pubblico su i pregi delle classroom,  Ridurre i danni della mancata presenza, firmato con un vecchio teorico della valutazione, Mario Ambel. L’idea è quella di impossessarsi degli spazi offerti dalla scuola virtuale, nell’ottica di uno svecchiamento della didattica tradizionale. Ammesso e non concesso che sia ancora il caso di battere il tasto della scuola gentiliana, della lezione ex cattedra, dell’insegnamento discendente, credo che sia sbagliato parlare di spazi apertisi quasi all’insaputa di chi ci governa. Gli spazi sono stati tutti chiusi, solo un salto di paradigma ci può aiutare a ripensare la scuola. Deve cambiare completamente il piano della riflessione, occorre un riordino complessivo, teorico, politico del fare scuola, quella dei saperi disinteressati, nell’ottica della utilissima inutilità dei saperi, ossimoro di gramsciana memoria.

Concludo con un’annotazione frutto di quel che ci arriva da insegnanti e genitori, di si trova traccia anche in una serie di interviste pubblicate sulla stampa quotidiana intorno a quello che succede nelle case con la scuola virtuale. Case prive di ambienti adatti allo studio on line, ma anche appartamenti che non si vorrebbero mostrare a compagni e professori, perché la povertà ha la sua ombra di vergogna. Case prive di possibilità di connessione. I comodati d’uso per le dotazioni sono ancora in elaborazione, malgrado le rassicurazioni della Ministra che il 26 marzo ha firmato il decreto specifico.

Agli studenti che sono cresciuti in un ambiente altamente informatizzato a cui sembrano adattati cognitivamente e emotivamente tanto da apparire un’altra specie antropologica, mancano lo sport, la musica ascoltata in gruppo, i centri di aggregazione sociali. Mancano i compagni di classe nella loro presenza fisica, anche abituati come sono ad avere fra loro sempre un cellulare. Questi nostre creature piccole hanno bisogno, e lo manifestano, di relazione profonda umana, non solo mediata da un dispositivo.

Questo post è apparso in forma più ampia sul blog del gruppo NOInvalsi di Roma

 

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