GUSTAVE FLAUBERT L’inquietudine di Emma

Da Madame Bovary

Tornò la primavera. Emma provò a volte un senso di soffocamento, ai primi calori, quando fiorirono i peri.

Fin dai primi giorni di luglio, cominciò a contare sulle dita quante settimane mancavano per arrivare al mese di ottobre, nella speranza che il marchese di Andervilliers forse avrebbe dato ancora un ballo alla Vaubyessard. Ma tutto il mese di settembre trascorse senza che giungessero lettere o visite.

Dopo quella delusione, il suo cuore rimase vuoto ancora una volta, e la serie delle giornate tutte uguali ricominciò.

Ormai si sarebbero susseguite dunque, così, tutte in fila, monotone, anonime, e senza portare con sé proprio nulla? Le altre esistenze, per quanto piatte fossero, avevano almeno la probabilità di un avvenimento imprevisto, e gli avvenimenti imprevisti provocano talora peripezie senza fine, e tutto cambia. Soltanto per lei non succedeva mai niente, Dio aveva voluto così! L’avvenire si presentava come un corridoio nero in fondo al quale v’era una porta sprangata.

Non si interessò più di musica. Perché sonare? Chi l’avrebbe ascoltata? Dal momento che non avrebbe mai potuto esibirsi con un abito di velluto con le maniche corte, a un concerto, su un pianoforte Erard, facendo correre le dita leggere sui tasti d’avorio, e sentire intorno a sé, circondarla come una brezza, un mormorio estatico, non valeva la pena di annoiarsi a studiare. Lasciò in fondo a un cassetto anche i fogli da disegno e i ricami. A che serviva? A che serviva? E poi, cucire la innervosiva.

“Ho già letto tutto” si diceva.

E restava lì a far arroventare le molle nella brace del camino o a guardar cadere la pioggia.

Che tristezza, la domenica, quando sonava il vespro! Ascoltava con una concentrazione attonita battere a uno a uno i rintocchi sordi della campana. Sul tetto un gatto camminava lentamente facendo la gobba, sotto i raggi di un pallido sole. Il vento sollevava nugoli di polvere sulla strada maestra. Di tanto in tanto, un cane lontano ululava: e la campana, a intervalli regolari, continuava i suoi rintocchi monotoni che si perdevano nella campagna.

Intanto la gente usciva di chiesa. Le donne avevano gli zoccoli lucidati, i contadini le bluse nuove, i bambini piccoli, senza cappello, saltellavano davanti a loro; tutti si avviavano verso casa. E fino a notte cinque o sei uomini, sempre gli stessi, restavano a giocare al turacciolo, davanti alla porta dell’osteria.

Fu un inverno freddo. I vetri, la mattina, erano coperti da uno strato di gelo e la luce che filtrava attraverso essi, biancastra come quella dei vetri smerigliati, si manteneva talvolta uguale per tutta la giornata. Alle quattro del pomeriggio bisognava già accendere il lume.

Nelle belle giornate, Emma scendeva in giardino. La brina aveva posato sui cavoli merletti d’argento con lunghi fili chiari che andavano da un cespo all’altro. Gli uccelli tacevano, tutto sembrava addormentato, la spalliera coperta di paglia, e la vigna, simile a un grande serpente malato sotto la sporgenza del muro, dove, avvicinandosi, era possibile scorgere i centopiedi trascinarsi sulle innumerevoli gambe. In mezzo agli abeti nani, il curato con il tricorno, che leggeva il breviario, aveva perduto il piede destro e il gesso, sfaldandosi con il gelo, gli aveva coperto di croste bianche il viso.

Poi rientrava, chiudeva la porta, attizzava il fuoco e abbandonandosi al calore del caminetto sentiva ripiombare su di sé, ancora più pesante, la noia. Desiderava scendere in cucina a chiacchierare con la domestica, ma una specie di pudore la tratteneva.

Tutti i giorni alla stessa ora il maestro di scuola, la berretta nera di seta sul capo, apriva le imposte di casa sua e la guardia campestre passava con la sciabola sul camiciotto. La sera e la mattina, i cavalli della posta, a tre a tre, attraversavano la strada per andare a bere al fontanile.

Di tanto in tanto la campanella della porta di un’osteria tintinnava e quando c’era vento si sentiva cigolare sui ganci che lo reggevano il catino d’ottone che serviva da insegna alla bottega del barbiere. Questa bottega era decorata da una vecchia illustrazione di un giornale di moda incollata contro un vetro e da una testa femminile di cera dai capelli gialli. Anche il parrucchiere si lamentava della sua vocazione soffocata, del suo avvenire rovinato, e sognava una bottega in qualche grande città, come Rouen, per esempio, sul porto, vicino al teatro, e intanto passeggiava su e giù tutto il giorno, fra la chiesa e il municipio, imbronciato e in attesa di clientela. Quando la signora Bovary alzava gli occhi, lo vedeva sempre là, come una sentinella, di guardia con la papalina di traverso e una giacca di raso.

Nel pomeriggio, talvolta, dietro i vetri della sala, nella via, compariva una testa d’uomo, dai favoriti neri e dal volto abbronzato, sul quale si stendeva lentamente un largo sorriso dolce che scopriva i denti bianchi. Subito si facevano sentire le note di un valzer e sopra l’organino, in una minuscola sala da ballo, ballerini dame in turbante rosa, tirolesi alti un dito, in giacchettino, scimmie in marsina nera, cavalieri in pantaloni a coscia giravano e giravano fra le poltrone, i divani, le mensole, moltiplicandosi nei pezzetti di specchio tenuti insieme da una carta d’oro. L’uomo girava la manovella guardando a destra e a sinistra e verso le finestre. Di tanto in tanto lanciava contro un paracarro un lungo getto di saliva scura e appoggiava su un ginocchio il suo strumento, la cui cinghia dura gli stancava la spalla; ora triste e lenta, ora gioiosa e veloce, la musica dell’organino si diffondeva attraverso una tendina di taffetà rosa o una grata di ottone ad arabeschi. Erano motivi in voga nei teatri, motivi che venivano cantati nei saloni, che accompagnavano, la sera, le danze sotto i lampadari splendenti, echi del mondo dai quali Emma veniva raggiunta. E allora sarabande senza fine si srotolavano nella sua mente: come una baiadera su un tappeto a fiori il suo pensiero saltellava con le note, ondeggiava di sogno in sogno, di malinconia in malinconia. L’uomo, dopo aver ricevuto l’elemosina che gli veniva gettata nel berretto, copriva l’organino con una vecchia coperta turchina, se lo passava sulla schiena e si allontanava con passo pesante. Emma lo guardava andar via.

Soprattutto all’ora dei pasti sentiva di non poterne più: in quella stanzetta al pianterreno, dove la stufa faceva fumo, la porta cigolava, i muri trasudavano e i pavimenti erano sempre umidi, le sembrava che tutta l’amarezza della sua esistenza le venisse servita nel piatto e, come il fumo del bollito, salivano dal fondo dell’anima sua altrettante zaffate di tedio insulso. Charles mangiava con lentezza, Emma sgranocchiava qualche nocciolina o si divertiva, appoggiata a un gomito, a disegnare linee con la punta del coltello, sulla tela cerata.

Adesso trascurava del tutto l’andamento della casa e la suocera, quando andò a Tostes a trascorrere una parte della quaresima, si stupì molto di questo cambiamento. Infatti, la nuora, un tempo tanto diligente e scrupolosa, trascorreva ora intere giornate senza vestirsi, portava calze di cotone grigio e si faceva lume con la candela. Ripeteva che bisognava fare economia, perché non erano ricchi, dichiarava di essere del tutto soddisfatta e felicissima, diceva che Tostes le piaceva molto e continuava con nuovi argomenti che tappavano la bocca alla suocera. Inoltre Emma non sembrava più disposta a seguire i suoi consigli. Una volta, essendosi la vecchia Bovary azzardata a dire che i padroni devono sorvegliare la religiosità dei domestici, Emma le aveva rivolto uno sguardo così irato e un sorriso tanto gelido, che la buona donna non aveva più fiatato.

Emma divenne capricciosa e difficile. Ordinava per sé pietanze che poi non toccava nemmeno, un giorno beveva soltanto latte e il giorno dopo dozzine di tazze di tè. Spesso si ostinava a non voler uscire di casa e subito dopo si sentiva soffocare, apriva le finestre e indossava abiti leggeri. Dopo aver strapazzato duramente la domestica, le faceva dei regali o la mandava a passeggio dalle vicine, e talvolta perfino gettava ai poveri tutte le monete d’argento che aveva nel borsellino, benché non fosse di animo tenero né si lasciasse commuovere facilmente dalle pene altrui, come del resto la maggior parte di coloro che discendono da una stirpe contadina e conservano nell’anima qualcosa che ricorda la callosità delle mani dei padri. Verso la fine di febbraio, papà Rouault, memore della sua guarigione, portò di persona al genero una superba tacchina e si fermò tre giorni a Tostes. Fu Emma a tenergli compagnia, perché Charles era occupato con i malati. Papà Rouault fumò in camera, sputò sugli alari, parlò di colture, di vitelli, di mucche, di pollame e di consigli municipali; tanto che Emma, quando gli chiuse la porta alle spalle, fu presa da un senso di soddisfazione tale da lasciare stupita lei stessa. D’altro canto non nascondeva più il suo disprezzo per cose e persone; a volte manifestava opinioni bizzarre, biasimava ciò che otteneva l’approvazione di tutti e giudicava benevolmente perversità e immoralità da tutti riprovate: questi atteggiamenti facevano spalancare tanto d’occhi a suo marito.

Quella miserevole esistenza sarebbe durata per sempre? Non le sarebbe mai stato possibile uscirne? Era convinta di non valere meno di tutte le altre che vivevano felici. Alla Vaubyessard aveva visto duchesse più grasse di lei e dalle maniere più volgari delle sue ed esecrava l’ingiustizia del Cielo; appoggiava il capo al muro e piangeva; invidiava le vite tumultuose, i balli mascherati, i piaceri sfacciati con tutti quegli smarrimenti che lei ancora non conosceva, ma che certo dovevano causare. Impallidiva e soffriva di palpitazioni. Charles le somministrò valeriana e le faceva fare bagni alla canfora. Qualsiasi cosa si tentasse, serviva soltanto ad aumentare il suo nervosismo.

V’erano giorni in cui parlava con un’irruenza febbrile; a tali esaltazioni facevano d’improvviso seguito torpori duranti i quali rimaneva muta e immobile. Allora soltanto in un modo riusciva a rianimarsi, versandosi sulle braccia il contenuto di un flacone di acqua di Colonia.

Quel continuo lagnarsi di Tostes indusse Charles a supporre che la causa dei suoi malori dipendesse da qualche influsso dei luoghi, e, convinto di essere nel giusto, egli cominciò a prendere seriamente in esame la possibilità di andare a stabilirsi altrove.

Da allora Emma si mise a bere aceto, per dimagrire, si buscò una tossettina secca e perse del tutto l’appetito.

A Charles dispiaceva non poco lasciare, dopo quattro anni, Tostes, e proprio nel momento in cui la sua posizione cominciava a consolidarsi. Ma se era indispensabile!… La condusse a Rouen, per farla visitare dal suo ex maestro, il quale diagnosticò una forma nervosa e consigliò un cambiamento d’aria.

Dopo numerose ricerche, in diversi luoghi, Charles venne a sapere che nel dipartimento di Neufchâtel v’era una grossa borgata chiamata Yonville-l’Abbaye il cui medico, un esule polacco, se ne era andato da una settimana. Allora scrisse al farmacista del luogo per sapere il numero degli abitanti, a quale distanza si trovasse il più vicino collega, quanto guadagnasse in un anno il suo predecessore, eccetera. Le risposte furono soddisfacenti e venne così deciso di traslocare, verso la primavera, se nel frattempo la salute di Emma non fosse migliorata.

Un giorno, mentre in previsione del trasloco, Emma stava riordinando un cassetto, qualcosa le punse un dito. Era un filo di ferro del suo bouquet di nozze. I fiori d’arancio erano gialli di polvere e i nastri di raso orlati d’argento si sfilacciavano ai bordi. Emma lo gettò nel caminetto. Prese fuoco più in fretta della paglia secca, e rimase sulla cenere come un cespuglio che si consumava a poco a poco. Rimase a guardarlo mentre bruciava. Le piccole bacche di cartone scoppiettavano, il filo di ottone si contorceva, il gallone d’argento si fondeva e le corolle di carta, raggrinzite, si dondolavano lungo la piastra del camino, come farfalle nere, per sparire poi su per la cappa.

Quando partirono da Tostes, nel mese di marzo, la signora Bovary era incinta.