ENRICO MANERA La scuola in cortocircuito

[Doppiozero, 24 novembre 2020]

In questi giorni, mentre si ipotizza che la riapertura delle scuole non avverrà prima del 2021 e si susseguono le dichiarazioni politiche sulla sua priorità, il lungo silenzio sui problemi della ripresa scolastica in presenza è stato rotto dalle notizie e dai commenti sulle proteste studentesche contro la Didattica a distanza che si stanno svolgendo un po’ ovunque. 

A Torino, un caso di cui si è parlato molto, nell’isolato pedonale dell’Università di Palazzo Nuovo, studenti e studentesse del liceo classico e linguistico “V. Gioberti” manifestano chiedendo di poter tornare alla didattica in presenza e sottolineando tutti i limiti della Didattica a distanza (Dad) nell’intero paese. Limiti che vanno dalla fruibilità dei contenuti per tutti alla diseguaglianza di opportunità legata agli strumenti digitali. È infatti cosa ben diversa potersi collegare, leggere documenti e comporre testi utilizzando un computer di ultima generazione con la fibra digitale oppure dover fare le stesse cose con un telefono cellulare e le offerte “sui giga”.

Le manifestazioni testimoniano il bisogno di luoghi di socialità e di stare insieme come condizione per un apprendimento efficace, una condizione in cui la condivisione tra pari e la fisicità del docente è sentita come necessaria. La visibilità della protesta passa anche attraverso la richiesta di non perdere lezioni, collegandosi on line, nello spazio antistante la scuola. O comunque di condizioni migliori di quelle che ci sono in casa, siano esse tecniche, ambientali o psicologiche, anche con l’approvazione delle famiglie stesse.

Si tratta di una manifestazione organizzata e autorizzata dalle forze dell’ordine, e simbolica, con non molte persone, con ragazzi seduti dietro piccoli banchi o per terra, che si è scontrata con alcune regole previste dall’Istituto, che recepiscono quelle generali, le applicano nel contesto e prevedono che i collegamenti debbano avvenire da luoghi idonei alla fruizione delle lezioni.   

All’interno di un più ampio piano della didattica, tesa a definire le caratteristiche della Dad e alleggerire il carico per garantire il diritto alla disconnessione, i regolamenti sono sorti nel tentativo di disciplinare atteggiamenti che potessero risultare impropri, nel rispetto delle norme della privacy familiare e in considerazione del fatto che la comunicazione online prevede un’etichetta e un codice comunicativo non immediati, soprattutto per gli studenti più piccoli. C’è poi la questione delle leggi nazionali e regionali sulla circolazione fisica delle persone e quella della tutela dei minori che la scuola deve garantire, rispondendo in primis ai genitori.

In sintesi, da un lato un amministratore pubblico, un dirigente scolastico o gli organi collegiali non possono andare contro ordinamenti più generali. Dall’altro ci sono le ragioni delle condizioni professionali dell’insegnamento e del diritto all’istruzione (anche dei molti che vogliono rimanere a casa), le richieste dell’adolescenza a manifestare il dissenso che – va ricordato – è rivolto alle istituzioni regionali e nazionali con la richiesta, peraltro mite, di poter tornare a scuola in sicurezza il primo possibile.

Sul piano teorico studenti o studentesse dovrebbero poter usufruire della Dad ovunque siano, e le scuole dovrebbero accogliere e vagliare ragioni e bisogni in modo che non siano pregiudicati l’ascolto, la concentrazione o l’operatività. I docenti dovrebbero poter valutare se le condizioni siano compatibili con gli standard di svolgimento della lezione. Normare tutto questo risulta molto complesso e difficilmente praticabile.

Gli studenti che manifestano spesso supportati dalle famiglie hanno dato una bella immagine pubblica, manifestando apprezzamento per la scuola e quanto questa manchi loro, mossi in definitiva dal desiderio di poter rientrarci. Obiettivi condivisi anche dai molti che la protesta non la fanno.

Nell’analisi di questo caso, che è paradigmatico, emergono tutti questi elementi che molti commenti non colgono, concentrandosi su luoghi comuni sociologici, sul costume, sul colore locale, sul rinvio alla fortuna mediatica dei Fridays for Future.

Del resto, la crisi dovuta all’emergenza sanitaria scompagina le logiche con cui affrontiamo le cose e rende difficile prendere posizione, evitare sconfinamenti, infrazioni e risolvere la situazione con una sintesi che accontenti tutti.

L’impressione è che il dibattito pubblico, frastornato dall’emergenza sanitaria e desideroso di normalità, si stia avvitando attorno a una visione della scuola stretta e idealistica. Il problema riguarda il sistema educativo in genere: in scala sistemica e su tutto il territorio nazionale, poter definire a priori come debbano essere le stanze e i luoghi di collegamento è una visione che non tiene adeguatamente conto dei dati di realtà, della convivenza prolungata delle famiglie, delle povertà abitative, del parco tecnologico, della scarsa connettività e della difficile infrastrutturazione generale.

La Dad è inoltre una soluzione temporanea, che se fortunatamente risolve alcune questioni immediate di ordine didattico, comporta complicazione e snaturamento del lavoro di insegnamento e lascia scoperta l’educazione che passa nella comunicazione viva e attraverso il bisogno di socialità dei soggetti in età evolutiva. Come è gia stato rilevato, la Dad, di cui tutti farebbero a meno, aumenta la dispersione scolastica.

La questione principale è il sostanziale fallimento del progetto ministeriale di messa in sicurezza della scuola, laddove la strada – per quanto difficile – da prendere fin dall’inizio sarebbe dovuta passare per altri luoghi: diminuire il numero di allievi per classe; assumere e formare nuovi docenti; trovare tempi e spazi differenti, più ampi e arieggiati, con rotazioni e orari differenziati; dotare di maggiori infrastrutture tecnologiche tutte le scuole (tra cui cablare e insonorizzare le aule); favorire gli screening di massa del personale; alleggerire il carico didattico sui progetti che è diventato complicatissimo fare per l’emergenza generale (come l’ex Alternanza scuola lavoro, Pcto); puntare sulle scuole aperte come presìdi di sicurezza e accoglienza.

Certamente la scuola ha subìto anche effetti dovuti ad altri elementi, di cui sono responsabili altre istituzioni, come ha mostrato il braccio di ferro tra governo e regioni, o e i singoli, come si è visto con le ricorrenti polemiche sulla socialità nel tempo libero.

Si trattava in ogni caso di operare in chiave di territorio e sugli spostamenti degli studenti in relazione ai trasporti.

Quello che è stato fatto non è bastato: i criteri per il distanziamento, a partire da quelli più concreti come le misurazioni degli spazi, non erano convincenti fin da settembre; le procedure per le assegnazioni dei docenti alle cattedre sono ancora in corso. Molto è stato annunciato, ma evidentemente dovevano essere messi in campo più finanziamenti e altre competenze, se davvero la scuola è un bene comune da salvaguardare con particolare attenzione.

Grandi sforzi sono stati fatti dal personale scolastico e da tanti colleghi e colleghe, è ingiusto non riconoscere il lavoro svolto da molti; dai decisori ultimi sarebbero dovute arrivare soluzione diverse, discusse e negoziate.

Si dirà che ci sono altre priorità, e oggi c’è l’emergenza. Eppure bisogna scegliere, la seconda ondata del virus era prevista e bisognava predisporre misure adeguate per tempo, cosa che non è avvenuta in diversi settori. La sensazione è che si punti sulla capacità di resilienza e di sopportazione della scuola e delle famiglie, facendo dell’educazione un problema minore a fronte di altri scenari critici.

Quello che viviamo in questi strani giorni dunque è uno scacco continuo, una crisi silenziosa dell’educazione e della ricerca, in cui addetti e lavoratori sotto pressione si ritrovano a discutere tra loro per risolvere problemi che c’erano già prima del Covid e che vengono da lontano, ora aggravati e difficilmente recuperabili nell’emergenza. Non raccontiamoci che non li vedevamo prima.

Come docente e formatore penso che sulle zattere che teniamo a galla ogni giorno la vita continui, con risultati più che dignitosi, con grande attenzione reciproca e con la volontà di trovare soluzioni. Ma mi sento anche di appartenere a una classe amareggiata, macerata a lungo nella disillusione, in cui ci sono solo soluzioni biografiche, anche eccellenti, mentre dal punto di vista generale e politico il senso di sconfitta e di schiacciamento è pesante.

Le aule scolastiche sono vuote, accessibili solo per gli allievi con esigenze specifiche di apprendimento e senza la classe, con laboratori che alcune scuole possono garantire per un numero ridotto di allievi e di ore. I costi sociali e psicologici della mancanza di scuola sono un prezzo altissimo e una ipoteca sul futuro.

Il silenzio delle aule è anche quello di un corpo docente dilaniato tra la preoccupazione della propria salute e il compito professionale ed educativo di continuare a insegnare. Dietro ognuno ci sono le legittime fragilità messe in luce o esasperate dalla pandemia, le esigenze di chi deve prendersi cura dei cari, dei figli e degli anziani e i disagi dei docenti e dei precari lontani da casa.

Si dirà che è così per tutti. Eppure bisogna decidere se la scuola ha un significato prioritario per il futuro delle comunità. Ed è un appello fatto anche dal Comitato tecnico scientifico su indicazione delle istituzioni internazionali che si occupano di educazione.

La generazione privata dall’emergenza Covid di una scuola in presenza ci sta chiedendo qualcosa. Cercare soluzioni, possibilmente insieme, è quello che dobbiamo fare.