RETE BESSA Brodo di DAD. Appunti per non farsi bollire a scuola durante e dopo l’emergenza coronavirus

[Giap, 20 aprile 2020]

con fotografie di Michele Lapini e una postilla di Wu Ming

1. Distopia

«Ora come ben saprà ci sono le restrizioni, tutto bloccato, non ci possiamo fare niente!»
Quest’anno ho fatto solo supplenze intermittenti, un paio di mesi di seguito al massimo e tanti giorni sparsi. Ma da tre giorni ci sono le restrizioni. Con la chiusura delle scuole, niente più chiamate di presa in carico, niente stipendio, unica via l’indennità di disoccupazione. Ma servono gli ultimi contratti, appunto, e i rispettivi pagamenti. Che mancano.

«Non le sono arrivati gli stipendi di dicembre?»
Con quattro mesi di ritardo, sì. Come spesso, come a tant*. Sono andati a coprire il debito dei mesi precedenti. Ma poi cosa c’entra? Il punto è che devo chiedere la disoccupazione.

«Poi, insomma, lei è solo una MAD!»

MAD, Messe A Disposizione, ossia il personale docente convocato una volta che si è esaurita la graduatoria. Ti chiamano perché hai lasciato il curriculum nel posto giusto al momento giusto. Chi è convocato in questo modo rappresenta l’ultimo anello della precarietà nella scuola. Per questo motivo MAD è sinonimo di
 mesi passati a coprire malattie e permessi, di colleghe di ruolo che si aggrappano alla speranza di un* supplente, che progettano il lavoro in classe sulla sicurezza della tua presenza, di organizzazione del personale scolastico che galleggia scientemente sulla disponibilità costante di docenti precari*… Mi decido a prendere parola:
«
La avviso che se non mi consegnate i miei contratti prenderò provvedimenti: sindacati, avvocati, diffide, messe in mora….»
«Signorina… Se le va bene ci vediamo alla Coop? Così firma i contratti e glieli consegno.»

Eccoci lì, sul muretto vicino al supermercato, tra mascherine e guanti, a fianco di una coda con carrello.

L’odio.

Non tanto nei confronti di colleghe o colleghi decisamente non affini con cui devi per forza collaborare, o di quella parte del personale scolastico che si permette di trattarti come una pezza da piedi arrivando a farti firmare il contratto alla Coop.

L’odio pulsante contro il sistema scuola, i suoi non-detti e le sue gerarchie.

Sono più di vent’anni che la scuola è in emergenza, con buchi clamorosi nel personale, con discorsi e riforme aziendaliste e ora lo schifo viene a galla. Come nella sanità, ma quella è un’altra storia… o forse no?

Ma lasciamo da parte i dubbi: #lascuolanonsiferma è andata dicendo la Ministra Azzolina, mentre qualcun* alla lotteria dei contratti ha beccato quello sbagliato e di fatto è stat* costrett* a fermarsi. E a restare a casa.

Queste assenze ovviamente pesano su chi le subisce, ma hanno l’effetto di indebolire tutta la scuola: dal resto del personale scolastico, che si trova ad avere una persona in meno su cui contare, a studentesse e studenti che con quella persona lasciata a casa avevano costruito un rapporto. È in questo contesto che si innesta l’emergenza che stiamo vivendo.

Per questo, ci siamo talmente concentrat* sulle forme di didattica online, sugli strumenti, sulle piattaforme, che rischiamo di dimenticarci delle persone, dei corpi materiali che permettono di costruire relazioni, senza i quali la didattica è impossibile, anche quando non è a distanza.

In realtà la fregatura è chiara. «Non riusciamo a portare avanti un milione di domande cartacee», ha dichiarato la ministra affermando, con suo sommo dispiacere, che quest’anno non saranno aggiornate le graduatorie, ossia le liste sulla base delle quali i/le docenti precari* trovano lavoro nella scuola. Secondo il governo, dunque, sono necessari strumenti tecnologici per reggere ogni giorno lezioni a distanza per 8,3 milioni di student*, con tanto di video, slide, immagini, ma un portale in cui ricevere dei file pdf è inimmaginabile.

L’odio.

2. Fideismo tecnologico

Sono un docente ingenuo, non so come fare DAD, didattica a distanza. Vado sul sito del ministero dell’istruzione e vedo il link: «Didattica a distanza». Clicco. Ci sono due menù: il primo è «Esperienze per la didattica a distanza», l’altro «piattaforme».

Sotto questo secondo punto sono elencate tre piattaforme: Google, Microsoft, Amazon. Tre enti privati tra i più potenti al mondo schiaffati in bella mostra. Per capire cosa questo voglia dire occorre fare un passo indietro nel ragionamento.

Nel suo intervento al parlamento la ministra dell’Istruzione ha stanziato un investimento di 85 milioni di euro per rendere possibile la didattica a distanza su tutto il territorio italiano. Dell’intera somma, solo 5 milioni sono stati dedicati alla formazione del personale. È l’unica misura economica prevista dal primo intervento della ministra. Esplicitando: prima gli strumenti e poi la garanzia economica di chi fino al giorno prima della chiusura aveva contratti precari. Il fatto che la scuola non debba gravare ulteriormente sullo Stato è dapprima implicito e poi confermato nel decreto del 6 aprile (articolo 8).

Nessun problema: in fondo le piattaforme per la didattica online suggerite dallo Stato sono ad uso gratuito e l’utilizzo, per esempio, di servizi Google è già diffuso; moltissim* insegnanti, infatti, al momento della presa di servizio sono obbligat* ad attivare l’account istituzionale su Gmail. Ma in questo momento l’accelerazione è evidente: molt* insegnanti
1) hanno usato le chat del cellulare per rientrare in contatto con le loro classi, utilizzando in molti casi l’accounto Google registrato sul loro dispositivo;
2) utilizzano Google Meet per svolgere attività sincrone come le videolezioni;
3) utilizzano Google Classroom per lo scambio di materiali; infine,
4) hanno partecipato ad attività succedanee a Consigli di Classe e Collegi Docenti su piattaforme Google.

Già i registri elettronici sono gestiti da enti privati e sono massicciamente utilizzati (perché obbligatori dal 2012), ma trascurare la forte ingerenza da parte di enti privati in un’istituzione pubblica è molto rischioso. E il fatto che ciò stia avvenendo in maniera acritica – tranne rare eccezioni – produrrà mostri.

Il silenzio acritico che accompagna questo ingresso “molecolare” del privato nella scuola pubblica è allarmante per diversi motivi. Innanzitutto il fatto che queste piattaforme siano il luogo in cui molti istituti prendono decisioni collegiali in teoria non legittime, ma pronte a diventarlo in funzione di deroghe o decisioni future. In questo modo, le major sono oggi essenziali per il funzionamento della governance scolastica.

In secondo luogo, c’è la questione della cosiddetta “privacy”, rispetto alla quale le discussioni e i contenuti delle circolari sono indietro di una ventina d’anni. Viene quasi da dire: «Scusi, ma ha mai sentito parlare di Cambridge Analytica?»

Dobbiamo cominciare a dire che pensare la privacy esclusivamente da un punto di vista individuale oggi è fortemente limitante. Il problema principale non è solo il contenuto del singolo messaggio, ma il fatto che i flussi di dati che mettiamo a disposizione rivelano le nostre abitudini, i nostri gusti, le nostre necessità a chi poi non farà altro che monetizzarli e sfruttarli per i propri interessi.

Il problema non è (solo) che il Grande Fratello ti punisce se non la pensi come lui, ma che usa i tuoi dati per capire come guadagnare su di te. Da questo punto di vista Google e Microsoft sono tutt’altro che trasparenti, tanto che dove Google è già stato ampiamente testato il dibattito è piuttosto feroce, mentre in alcuni paesi gli strumenti Google sono stati banditi dalla scuola.

«Prof, perché non usiamo Meet? È più facile!»

La questione è enorme dato che non ci sono, attualmente, piattaforme free in grado di garantire servizi altrettanto funzionanti ed efficienti, per una massa così spropositata di utenti. Tuttavia possiamo condurre alcune forme di resistenza che nessun Collegio Docenti, nessuna circolare, nessun dirigente, al momento ha il potere di negare.

Durante la trasmissione Ora di buco su Radio Onda Rossa, un professore intervistato ha chiarito molto bene i rischi dell’uso acritico delle «piattaforme tossiche», suggerendo possibili alternative. Inoltre, il dibattito su Giap in calce al post sul degoogling offre molti spunti. Ne suggeriamo alcuni:

■ Su Ethical.net si trovano numerosissimi software con standard etici decisamente più elevati rispetto a Google;

■ I software Framasoft – con cui abbiamo prodotto l’inchiesta «Scuola in emergenza» – sono più che validi;

■ Greenlight è un software opensource utile per creare “room” e convididere videolezioni.

■ Ricordatevi che potete usare Android senza ricorrere a Google.

3. Aiutiamoli a casa loro (1)

Rispetto agli studenti e alle studentesse più deboli, la ministra ha suggerito l’uso di piattaforme dal sito del Miur ma, come abbiamo detto, senza relazioni quelle piattaforme sono inutili. Per il resto la ministra ha fornito vaghe indicazioni sul non lasciare indietro nessuno, ma senza stanziare le risorse necessarie: il personale di sostegno non è stato aumentato, i corsi di italiano per stranieri – forse con la sola eccezione dei CPIA (Centri per l’Istruzione Adulti), in cui i corsi L2 hanno un peso importante – si sono interrotti, educatrici ed educatori vivono nell’inferno della relazione con la loro cooperativa. I soggetti con maggiori necessità, cui la Costituzione stessa (articolo 3) riconosce il diritto di essere aiutati, sono lasciati nell’abbandono. Per cavartela ti deve andare bene.

Mattinata per me tragicomica è stata quella in cui provavo a far iscrivere un alunno con disabilità cognitive e non italofono alla piattaforma Google ClassRoom. Per guidarlo passo passo nella serie di azioni necessarie all’iscrizione, c’è stato bisogno di 5 dispositivi: il mio cellulare si connetteva col cellulare della madre per le istruzioni vocali, il cellulare del ragazzo riprendeva lo schermo del suo computer in modo che io lo guidassi passo passo nell’esecuzione dei compiti, il mio PC controllava se l’iscrizione era avvenuta. Era tutto un «A., inquadra lì, spingi quel tasto, inventa una password, segnala su un quaderno, no aspetta quella non va bene, aspetta, hai spinto il tasto “mute” non sento più niente…»

Questa situazione è in realtà una delle migliori: il ragazzo ha accanto a sé un genitore e un’insegnante che hanno la possibilità di dedicargli diverse ore. Ma basta poco perché la situazione diventi drammaticamente diversa.

Il fatto è che il problema è molto più profondo, anche in questo caso il sistema su cui stiamo impostando la didattica a distanza è già sbagliato di suo: quando parliamo di disabilità/difficoltà di apprendimento e DAD dovremmo riflettere sul fatto che l’inclusione non si realizza solo fornendo tablet e pc (cosa tra l’altro fondamentale), ma con un ripensamento globale del modo di fare scuola. Questo genere di riflessione, nella concitazione dell’emergenza, non è ancora avvenuta ma è evidentemente necessaria. In queste settimane ogni insegnante di sostegno si sta arrangiando come può, cercando con creatività e dedizione canali comunicativi per tenere tutti dentro. Bene la creatività, bene la dedizione, ma senza un intervento sistemico che coinvolga famiglie, servizi socio-sanitari, servizi educativi, l’inclusione con la DAD non sarà del tutto raggingibile e sarà, anzi, problematica in sé.

La situazione non è migliore per le persone da poco arrivate in Italia (NAI, nella neolingua ministeriale), per le quali il rischio di abbandono scolastico è sempre alto.

Un mio studente NAI – arrivato in Italia dal Pakistan in autunno – è scomparso. La cooperativa che dovrebbe occuparsi di lui non è stata ancora contattata. Colpa del docente coordinatore della classe? colpa della funzione strumentale per gli alunni stranieri? o forse colpa della burocrazia scolastica? Fatto sta che qualcosa sui NAI va detta: il loro processo di integrazione in passato è stato delegato perlopiù al gruppo classe, che ora non c’è più.

Anche in questo caso gli sforzi si moltiplicano: insegnanti di italiano si re-inventano insegnanti di italiano L2 e aumentano il loro carico orario, i contatti docente-studente si moltiplicano «purché non si perda quanto di buono fatto». Ma senza un’immersione nel contesto linguistico, la persona vive una difficoltà quasi insormontabile. La didattica a distanza diventa quindi di per sé escludente. Eppure viene svolta all’interno di una scuola che si dice, ancora e nonostante tutto, pubblica.

Ancora una volta questi casi sono i nodi irrisolti della scuola. Metterli al centro della progettazione didattica dovrebbe essere dovere di ogni docente, soprattutto in questo momento. Ma capita che la società in cui siamo immersi tuoni dall’altra parte degli schermi facendo sentire le sue ideologie.

Le famiglie con più possibilità, quelle abituate al computer e alla connessione senza limiti, rivendicano la propria frustrazione e il proprio egoismo. Capita che genitori zelanti tormentino l’insegnante che non usa Google Classroom e che non va avanti con il “programma”: «Mica ci possiamo sempre sacrificare per chi non ce la fa».

La paura, anche legittima, per i percorsi educativi de* propr* figl* elimina i freni inibitori e scatena la lotta per la sopravvivenza. I suoi semi sono stati sparsi in un contesto che per molti era considerato la «normalità». Ma criticare quanto sta avvenendo senza criticare l’idea di «normalità» è un errore decisivo.

4. Aiutiamoli a casa loro (2)

«Io ho già iniziato con le videolezioni. Le faccio tutte così in terza ci arrivano preparati.»
«
Ma hai controllato che tutti avessero un computer?»
S. non aveva il computer. Se l’è procurato da sola, a inizio marzo, mentre il resto della classe faceva lezione. Ma il computer è vecchio e non riesce a connettersi. Gli ho scritto che ora la scuola li mette a disposizione.
«Sì, sì», mi ha risposto.
Non è più andata a prenderlo.

Quando la ministra Azzolina è intervenuta in Parlamento prevedendo lo stanziamento di 85 milioni di euro per la didattica a distanza – diventata non più opzionale col decreto del 6 aprile – questa forma di insegnamento era già stata avviata in buona parte d’Italia spesso su stimolo de* dirigenti, dell’opinione pubblica in generale o del voluminoso inserto del Sole 24 ore (particolarmente interessato alla scuola, in questo periodo). In alcuni casi, divers* insegnanti, magari dotat* delle migliori intenzioni, avevano ricominciato il programma dando una parvenza di continuità scolastica, del tutto illusoria. Il sistema che è nato da questa corsa è ricco di falle, dovute in parte all’enorme squilibrio nelle possibilità di accesso alle risorse.

Non stiamo necessariamente pensando alle famiglie meno abbienti. Facciamo un’ipotesi: una famiglia di ceto medio potrebbe avere due computer in casa, di cui uno serve per un genitore per la sua attività di smart working, l’altro è conteso da fratello e sorella. Chi avrà l’accesso al computer? L’accesso sarà sempre possibile?

Lezione del sabato mattina.
Prof: «G., puoi ripetere? Non ho capito cosa hai detto.»
G. (sussurrando): «Mi scusi, non posso alzare la voce, qui accanto c’è mio fratello che sta dormendo…»

Viviamo costantemente in casa con qualcun altro. Dopo più di un mese di isolamento è già un miracolo che la gente non si accoltelli (cosa che in realtà succede, anche se le istituzioni mantengono il silenzio a riguardo. Possiamo immaginare come deve essere rilassata la contesa del pc.

Molt* student* a questo punto ricorrono al cellulare.

«Ragazzi, le vedete le slide?»
«
No prof, sta laggando un casino.» [Estratto da una videolezione]

Studenti e studentesse si ritrovano così a ricevere spiegazioni magari iperaccurate e qualitatativamente alte, da un black mirror di otto centimentri per quattro. E il problema poi non si limita a studenti e studentesse: gli insegnanti, com’è noto, non sono benestanti.

Una mia collega il 31 marzo ha avvisato sul registro che la lezione saltava perché aveva finito i giga a disposizione e quindi le lezioni ricominciavano ad aprile. [Estratto da un’assemblea Rete Bessa]

5. Emozioni e lavoro

Studenti e studentesse si collegano nelle loro camere, ascoltano o partecipano alle lezioni, mentre magari accanto passano loro i papà, le mamme , fratelli o sorelle.

Per bambine e bambini delle primarie questa condivisione è d’obbligo: deve esserci sempre una persona adulta anche come tutela da un uso improprio del mezzo e della rete. Una bambina di otto anni, oltre a essere separata dalla sua classe, cioè il contesto sociale in cui ha l’opportunità di sperimentare relazioni e autonomia, si ritrova così dipendente più che mai dagli adulti e sempre condizionata dalla loro presenza nell’apprendere e nel comunicare con il mondo.

Questa condivisione dello spazio privato non giova nemmeno a chi è più adult*, privat* di quell’indipendenza pur relativa di cui gode l’adolescente a scuola. Solo che il corpo docente ancora meno di prima riesce a comprendere cosa si muove in questo mondo.

Difficilissime da intercettare sono le nuove forme di bullismo – «prof qualcuno mi caccia dall’aula e non riesco a connettermi» – o di sessismo. Impossibile interpretare i nuovi silenzi che accompagnano le lezioni. Cosa vuol dire avviare questa forma di insegnamento è descritto molto bene sul blog di CattiveMaestre. Per chi insegna l’aula si smaterializza e moltiplica allo stesso momento in un insieme di cellette fatte di pixel attraverso le quali studenti e studentesse si osservano senza interagire. Molt* non vogliono farsi vedere e spengono le loro telecamere.

Uno di loro, timidissimo, non parla nemmeno: per comunicare usa la chat. Emerge insomma un problema grosso: quello del rapporto degli adolescenti con la loro immagine e con la loro voce. Rinchiusi nelle loro cellette i ragazzi sono più soli e più esposti. Non intervengono perché manca loro la forza del gruppo, tant’è che non fanno neanche quel casino che facevano in classe e che adesso viene quasi da rimpiangere.

In questo contesto la qualità dell’insegnamento è altamente discutibile e nessun registro in ordine può essere garanzia di un argomento effettivamente svolto, anche perché le persone si ritrovano a ricevere spiegazioni senza quella partecipazione collettiva che sempre accompagna, aiuta, fortifica la crescita degli individui.

È didattica questa? Posto che di certo non possiamo rispondere convintamente di sì, una risposta univoca non c’è. Perché per rispondere a questa domanda sarebbe necessario chiedersi se fosse didattica quella di prima, quando una classe corrispondeva a decine di problematiche differenti che difficilmente potevano essere affrontate con gli strumenti a disposizione.

«Stanotte non ho dormito pensando alle videolezioni» [Tipico messaggio ansiogeno da didattica a distanza]

La soluzione però non è non far nulla, ma muovere da posizioni di buon senso. Per esempio, ricordiamoci di tenere a bada il nostro senso di frustrazione: se non otteniamo i feedback che ci auspichiamo è perché non esistono le condizioni minime perché ciò possa accadere.

Evitiamo di rispondere a questa frustrazione dicendo «I’ll work harder», come il cavallo Boxer in Animal Farm: rispondere ai messaggi e mandare mail a ogni ora, essere sempre a disposizione e in generale aumentare la nostra produttività a dismisura non è la soluzione, ma è la base di nuovi problemi.

La Ministra ha chiesto un aumento degli sforzi del corpo docente. È il messaggio perfetto per un esponente di un governo turbo liberista in perfetta linea coi governi precedenti, ma questo metodo non è salubre, né per noi, né per studentesse e studenti che apprendono un metodo di lavoro folle.

Ciò non vuol dire girarsi dall’altra parte o pretendere che tutto sia come prima. Invece di buttare in avanti il programma rallentiamo, invece che dare chili di pagine da leggere cerchiamo materiali che creino i collegamenti tra quanto si studia e quanto sta avvenendo.

Di certo, non facciamo finta che la situazione sia normale. Anche perché da questo punto di vista «non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema».

6. Valutare e punire

«Un buon docente sa progettare verifiche a prova di copiatura o quasi, anche a distanza. E in questo momento è importante premiare chi si impegna e punire chi non si impegna, perché anche i ragazzi devono assumersi le proprie responsabilità nei confronti del paese.»
Da una riunione tra docenti online.

La proposta che dopo una buona elaborazione collettiva ci sentiamo di esplicitare è questa: da qui alla fine dell’anno basta dare voti.

Lo abbiamo scritto in un comunicato da poco pubblicato: da un po’ di tempo la scuola si è infilata in un vicolo cieco ideologico che fa della valutazione il suo perno. Diamoci una svegliata e ricordiamoci che la valutazione non è il fine della didattica.

«Non so come valutare gli errori di ortografia per quelli che scrivono al computer. E poi come fare a impedire che copino?» [Estratto da una chat tra insegnanti]

«Il prof di matematica ha deciso di filmarli durante le interrogazioni, in maniera tale che si capisca da che parte guardano mentre parlano.» [Estratto da una chat tra insegnanti]

Che valutazioni pretendiamo di dare? Con che criterio?

Le studentesse e gli studenti che dovremmo giudicare sono chius* a casa, ricevono lezioni spesso problematiche per via della connessione, per via dell’umore dell’insegnante, per via dello stress cui tutt* siamo sottopost*. E, ancora una volta, questa è la migliore delle ipotesi, perché in molti casi la persona da valutare è pigiata in casa con persone che – dopo un mese di isolamento – mal sopporta, assiste alle lezioni dal cellulare e magari sfrutta i giga del proprio abbonamento perché non ha connessione wifi illimitata.

«Io i voti li sto dando. Altrimenti i miei studenti non so come ripigliarli.» [Da una discussione durante un’assemblea della Rete Bessa]

Il fatto che la valutazione possa essere lo strumento ricattatorio cui ricorriamo per mantenere viva l’attenzione di studentesse e studenti dovrebbe metterci in allarme. Vuol dire che anche chi si ritiene immune o critico rispetto ai dogmi della scuola neoliberale in realtà non è immune e che per salvarci serve scavare a fondo negli orrori dell’attuale sistema. Ora più che mai serve rovesciare la logica cui siamo abituati e cogliere l’occasione per ripensare ai nostri metodi dentro e oltre questa emergenza. Come far tornare ad essere soggetti le studentesse e gli studenti? Come promuovere le loro qualità? Come permettere loro di superare la difficoltà? Come valorizzare il lavoro di gruppo?

Rifacendoci alla ministra e alla sua conferenza stampa del 6 aprile: non è vetusto il 6 politico, è vetusto – perché è legato alla società neoliberale che vorremmo relegare al passato – pensare che il processo educativo debba essere inserito in una logica pseudo-meritocratica che prescinde dall’ambiente educativo e di apprendimento, dove gli standard sono stabiliti a priori e giocano su un sistema di competenze preconfezionate che comportano crediti o debiti.

7. Per un manuale di autodifesa

Quando ci si interfaccia con l’ufficialità, siamo pienamente dentro la distopia.

Da un mese arrivano le comunicazioni dal preside che ha pensato bene di dare istruzioni come «step uno», «step due», «step tre» e che non posso evitare di leggere iniziando con «Italianiiiii» e una vocina un po’ nasale e pimpante:

«Stiamo vivendo una “emergenza nazionale” che cambia non solo i modi e i tempi dell’insegnamento ma anche i profili dell’Istituzione Scolastica, la configurazione del docente e le attese degli stakeholders. La locuzione “successo formativo”, ai “tempi del coronavirus”, diviene dunque sinonimo di
– implementazione dell’interesse
– implementazione della partecipazione
– implementazione dell’impegno
– espressione di responsabilità e senso civico
Vi chiedo pertanto di esprimere il massimo grado di flessibilità possibile in questa fase emergenziale … flessibilità che non si traduce unicamente nel “fare lezione in un momento e in un luogo diverso” ma nella capacità di dare un significato diverso alle pratiche ordinarie. Continuate dunque su questa direttrice. […] sarà mia premura capitalizzare il vostro impegno e valorizzare, con i fondi del bonus premiale, il vostro operato. Entro il fine settimana, sentito l’animatore digitale, vi trasmetterò le nuove linee guida per la didattica a distanza da praticare nella prossima settimana […] continuate dunque a restare connessi ….»

In un contesto in cui l’emergenza è affrontata a botte di DPCM che bypassano il Parlamento, la struttura delle scuole diventa quanto mai verticista. A volte il decisionismo della dirigenza può sembrare più efficiente nel affrontare l’emergenza, ma queste situazioni sono del tutto circostritte e instabili.

Il o la dirigente, forte di un’autorevolezza riconosciuta loro dalla riforma Renzi, si può trasformare in un despota che tenta di imporre misure e modalità. Anche qui CattiveMaestre lo spiega bene. Per come si è strutturata la scuola tale autorevolezza funziona persino in negativo, ossia nei casi in cui la dirigenza che non fornisce alcuna indicazione, lasciando mano libera all’auto-organizzazione del corpo docente.

In teoria, quest’ultimo aspetto potrebbe essere anche positivo, ma calando questo principio nella realtà di una società inquinata da decenni di discorsi feroci, colleghe e colleghi rischiano al contempo di tramutarsi nei peggiori nemici: sei di sostegno? Non hai diritto di parola. Sei supplente? Lascia parlare chi è di ruolo. Sei giovane? Che ne vuoi sapere!

Nell’attesa che qualcuno produca un manuale di autodifesa dall’apocalisse ci permettiamo alcuni consigli immediati:

■ le circolari non sono, in nessun modo, fonti di diritto;

■ la legittimità delle prese di posizione della dirigenza in questo contesto è ampiamente discutibile;

■ la legittimità di collegi tenuti online e delle decisioni prese in quelle “sedi” è altrettanto discutibile;

■ colleghi e colleghe stronzi possono serenamente essere mandati a quel paese, si dice addirittura faccia bene alla salute;

■ teniamoci stretta la libertà di insegnamento.

«Non è il momento di fare polemiche.»

Fra le tante cavolate lette nelle chat di docenti dell’ultimo mese e mezzo, questa frase è poco presente. È un buon segnale.

È proprio questo il momento di far polemica. Pochi giorni fa, l’ex primo ministro di un governo che non è stato colpito da asteroide – nonostante i migliori auspici – ha dichiarato in una trasmissione televisiva che la didattica online è una delle cose positive che ci porteremo a casa da questa emergenza.

E verosimilmente sarà così. Anzi, come abbiamo già scritto in un testo che ci è servito come base per scrivere questo articolo, è già così.

Per come si sta impostando, il sistema emergenziale attivato prevede una moltiplicazione del lavoro, un indebolimento di chi è già più debole, un controllo maggiore dall’alto, una frammentazione dei corpi collettivi che ostacola i percorsi educativi e favorisce l’individualismo. Bisogna impedire che questa forma emergenziale diventi stabile, come successo per altre emergenze.

Al contempo la riflessione puntuale sulla didattica a distanza deve andare di pari passo con una riflessione sul quadro in cui le difficoltà attuali si innestano: come per la sanità, anche la scuola ha bisogno di un corposo rifinanziamento se non vogliamo che l’intero sistema affondi, come per la sanità la questione della precarietà va affrontata tramite la stabilizzazione del personale, e i “soggetti a rischio”, ossia gli studenti e le studentesse che hanno bisogno del personale di sostegno e dei corsi di italiano L2, devono essere salvaguardati attraverso l’iniezione di strumenti e personale. Qualunque forma di didattica, online o meno, qualunque scuola del futuro deve ripartire da qui.

Gli anticorpi contro questa distopia vanno sviluppati subito.

By any means necessary.

* La Rete Bessa è un collettivo di insegnanti, educatrici ed educatori nato alla fine del 2019 a Bologna, più precisamente negli ambienti della ex-Caserma Sani, lo stabile occupato da XM24 dopo lo sgombero della sede storica di via Fioravanti.

La chiusura delle scuole e lo scenario che si è aperto negli ultimi mesi hanno spinto la Rete a interrogarsi sui cambiamenti che stanno avvenendo. Uno degli strumenti utilizzati è questa inchiesta, prodotta insieme nell’ambito del progetto Ricerca Sociale in Emergenza, in cui ci si interroga su molti dei temi trattati anche in questo articolo.

Il nome BESSA è frutto di un gioco di parole. È l’invenzione della forma femminile di BES, acronimo che nel gergo burocratico della scuola si attribuisce a persone con «bisogni educativi speciali». Il sistema scolastico è innamorato degli acronimi. Bessa è anche una parola del dialetto bolognese, significa «biscia». La bessa è un canto di lotta delle mondine della bassa bolognese che esalta lo sciopero a oltranza e dice: meglio ridursi a mangiare bisce che stare con i crumiri.
Il blog della Rete Bessa è qui.

Postilla – di Wu Ming

«Non saprei perché gli altri Paesi hanno preso una strada diversa. Secondo me, riaprire le scuole subito è rischioso perché le scuole sono un nucleo di circolazione del virus particolarmente efficiente. Credo che noi stiamo facendo bene a non riaprire le scuole, la ripartenza deve essere fatta in sicurezza».

Pierluigi Lopalco dixit e possiamo scommettere che il governo prenderà la linea senza fiatare, dato che è uno di quei due o tre virologi diventati una sorta di autorità suprema. Poco importa che a costui sfuggano le implicazioni di ordine pedagogico, psicologico, sociale della prolungata chiusura scolastica, cioè quelle di cui invece politici e governanti dovrebbero tenere conto congiuntamente alle esigenze sanitarie e di sicurezza pubblica.

Non è così difficile intuire perché altri paesi europei – che non sono stati necessariamente più reattivi in termini di tempismo e adeguatezza della risposta all’epidemia – stiano programmando la riapertura quanto meno parziale delle scuole. Partono dalla constatazione che la didattica a distanza è al massimo una mezza didattica e non può in alcun modo sostituirsi all’attività in aula – come ampiamente illustrato dall’articolo della Rete Bessa – ma anzi, può portare a danni nient’affatto semplici da recuperare. E forse considerano che una parziale riapertura prima della fine dell’anno scolastico sia precisamente l’occasione di sperimentare nuove modalità di fare scuola in sicurezza, in previsione della ripresa dopo l’estate, anche considerando che in molti prevedono una seconda ondata di contagi in autunno. Dunque anziché attendere non si sa bene cosa, si prova a reagire, con tutta la prudenza del caso. Inoltre, come ovvio, c’è una considerazione meramente economica e capitalistica: se non rimandano i figli a scuola, non possono nemmeno rimandare i genitori al lavoro, e di conseguenza non «riparte» proprio un bel niente.

In Francia è stata annunciata una parziale riapertura delle scuole dall’11 maggio, perché – parola dell’Eliseo – «troppi bambini sono privati della scuola senza aver accesso alla tecnologia digitale e non possono essere aiutati allo stesso modo dai genitori […]. Il governo dovrà stabilire regole speciali, organizzare il tempo e lo spazio in modo diverso, proteggere bene i nostri insegnanti e i nostri bambini con le attrezzature necessarie»

In Germania è stata annunciata la riapertura delle scuole il 4 maggio a cominciare dalle classi che devono sostenere gli esami di fine anno e in generale gli studenti dell’ultimo anno dei vari cicli scolastici. Si dovrà andare in aula mantenendo le distanze e quindi dividendo le classi in gruppi.

In Norvegia e Danimarca dopodomani riaprono le scuole primarie e perfino gli asili nido (vabbe’…), mentre in Olanda c’è chi ha proposto che se le scuole non dovessero riaprire, almeno si anticipi l’inizio del prossimo anno scolastico, per non perdere settimane preziose.

In Spagna – insieme all’Italia il paese europeo più devastato dall’epidemia – si sta ipotizzando che gli istituti scolastici restino aperti durante l’estate, affinché gli alunni che ne hanno bisogno possano rafforzare i contenuti curricolari, fare sport, essere seguiti, avere supporto psicologico. Il tema cruciale è quello di sventare l’abbandono scolastico dei soggetti più deboli. Essendo il paese con la più alta dispersione scolastica d’Europa, la Spagna sa che lasciare alunni e studenti fuori dalle aule da marzo a settembre potrebbe essere un disastro irreparabile per i figli delle famiglie più disagiate.

Una richiesta analoga è stata fatta anche in Italia, sottolineando un altro aspetto della faccenda. Non c’è solo il problema dell’abbandono scolastico dei figli, ma anche quello della fuoriuscita definitiva dal mondo del lavoro di tante madri, che mediamente hanno situazioni occupazionali più precarie dei padri, e che dopo mesi di stallo potrebbero non riuscire più a ricollocarsi nei rispettivi ambiti professionali.

Quando qui da noi sentiamo parlare di riapertura e ripresa delle attività lavorative e non delle scuole, viene da sospettare che il retropensiero sia proprio questo: in fondo siamo un paese in cui una donna su due non ha un impiego o fa lavori saltuari…dunque le madri possono prendersi cura dei figli e restare disoccupate; alle altre basterà dare un buono-babysitter.

In Italia infatti sappiamo che l’anno scolastico finirà, come sempre, prima che in qualunque altro paese europeo, e che si tornerà a scuola a settembre, con la speranza, pare, che sarà almeno all’inizio del mese. Staremo a vedere cosa proporrà la commissione ministeriale che ha il compito di studiare il modo per ricominciare il nuovo anno scolastico, presieduta dall’ex-assessore al lavoro e formazione dell’Emilia-Romagna, Patrizio Bianchi.

Settembre è veramente lontano e il problema non è solo quello – già grave – di non perdere nel frattempo per strada i più deboli, ma anche di recuperare la dimensione dell’apprendimento collettivo, la condivisione, e tutto ciò che costituisce la vita scolastica, senza la quale i ragazzi e le ragazze sono inevitabilmente demotivati e impoveriti.

Resta sul piatto la questione di bambini e bambine delle materne e delle primarie, ai quali è più difficile far mantenere il distanziamento. Ma nemmeno loro potranno essere tenuti fuori da scuola ad libitum, bisognerà trovare un modo per farceli tornare. È quello che già chiedono diverse petizioni.

Dopo che sono stati segregati in casa e trattati peggio dei cani per due mesi, rivendicare il diritto dei bambini alla scuola suona quasi rivoluzionario.