ORESTE DEL BUONO Gli errori di Sherlock Holmes

Dalla postfazione a Raymond Chandler, «La signora nel lago», Feltrinelli, Milano 1996, pp. 243-5

Nel mio piccolo, nel mio piccolissimo, mi domando se, quando sono occupato di gialli per Feltrinelli, per Garzanti o per Mondadori, avrei mai consigliato all’editore di turno di pubblicare il romanzo di Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso, con cui s’inaugurarono le avventure dell’infallibile segugio del numero 221 B di Baker Street Sherlock Holmes. Avendolo ritradotto l’anno scorso per l’edizione celebrativa del Giallo Mondadori, devo confessare che solo il fascino per il personaggio emergente avrebbe potuto contrastare il rischio dell’errore madornale. Non perché, a tradurlo, Uno studio in rosso non mi sia apparso di buona scrittura, ma perché gli errori d’indagine che vi commette Conan Doyle all’esordio sono talmente micidiali da non lasciare troppe speranze per il suo futuro.

Uno studio in rosso è il romanzo dell’iniziazione del dottor John H. Watson ad ammiratore di Sherlock Holmes. Trovato un appartamento insieme a Londra per questioni economiche, insomma per dividere le spese, Watson si incuriosisce dell’insolita attività del coinquilino «consulente investigativo» e lo segue passo passo nel misterioso affare del numero 3 di Lauriston Gardens, casa disabitata in cui è stato trovato morto, con un’espressione di sconvolgente orrore sulla faccia, un americano, di nome Enoch J. Drebber. Sul pavimento della stanza in cui giace il cadavere sono tracce di sangue, il cadavere, però, non presenta segni di ferite di alcun tipo. Tra i pochi indizi, una fede nuziale evidentemente destinata a un piccolo dito di donna. Sherlock Holmes è convinto che Drebber sia stato avvelenato perché ha fiutato sulle labbra del cadavere l’odore del veleno; che l’assassino sia un uomo di forte corporatura e sanguigno perché ne ha dedotto altezza, peso e altre caratteristiche dalla distanza tra un’orma e l’altra e dalle tracce sparse intorno di un’emorragia che, se non ha colpito il morto, deriva certo dalla complessione e dall’emotività di chi lo ha reso tale; che la fede nuziale, evidentemente persa dal colpevole, possa condurre alla soluzione del caso. In questa fiducia, fa pubblicare su un giornale della sera l’annuncio del ritrovamento di una fede nuziale in una strada adiacente alla casa del delitto. Chi l’abbia smarrita può venire, a reclamarla al numero 221 B di Baker Street, rivolgendosi al dottor Watson. Sherlock Holmes dice al suo coinquilino che ha preferito non usare il suo nome perché i suoi eterni rivali di Scotland Yard avrebbero altrimenti potuto incuriosirsi troppo e mettergli dei bastoni tra le ruote. Sempre più coinvolto nella parte di assistente del “consulente investigativo”, il dottor Watson aspetta con fervore e tremore la visita dell’assassino anticipatamente descrittogli da Sherlock Holmes. Invece del tipo di forte corporatura e sanguigno arriva, però, una povera vecchia che straparla di una fede nuziale persa dalla figlia, intasca l’anellino qualsiasi procurato da Sherlock Holmes, e successivamente si permette il lusso di rendere vano con la sua scaltrezza il pedinamento del segugio del numero 221 B di Baker Street. Ripeto questo indirizzo londinese inesistente nella realtà, ma caro alla leggenda sherlockiana perché, incredibilmente, è proprio al numero 221 B di Baker Street che Sherlock Holmes fa convocare il vetturino americano Jefferson Hope, che sospetta autore dell’assassinio di Drebber. Nome e cognome del presunto colpevole, Sherlock Holmes li ha messi insieme telegrafando negli Stati Uniti e apprendendo che un rivale in amore, appunto Hope, aveva minacciato in passato Drebber. Poi ha deciso che Hope doveva fare il vetturino, perché le tracce intorno alla casa del delitto escludevano la presenza di una terza persona la notte buia e tempestosa del misfatto, e, quindi, a uccidere poteva essere stato solo colui che aveva accompagnato in carrozza al numero 3 di Lauriston Gardens la futura vittima. Così Sherlock Holmes scatena i monelli componenti la sua polizia privata alla caccia di quel tale vetturino da indurre a presentarsi nel suo covo. Che errore! Vien voglia di richiamare indietro ad alta voce i ragazzi e di rimproverare Sherlock Holmes severamente. In questo modo non potrà ottenere altro che la fuga dell’assassino, il quale conosce bene, per via dell’episodio della fede nuziale fasulla, l’indirizzo: il numero 221 B di Baker Street non può davvero risultare estraneo a Hope. Ma qui casca l’asino. Quando sbaglia il romanziere, sbagliano tutti i romanzati. Dopo Sherlock Holmes, sbaglia anche Hope, che ubbidisce all’invito che gli risulta, ovviamente, fatale. E Conan Doyle spinge l’impudenza nell’errore sino a fargli confessare, ammanettato da Sherlock Holmes e portato a Scotland Yard: «Ero al posteggio quando un ragazzino cencioso è venuto a domandarmi se c’era un cocchiere di nome Jefferson Hope e ha detto che un signore di Baker Street aveva bisogno della mia carrozza. Ci sono andato senza subodorare nulla, e, prima che mi balenasse il minimo sospetto, questo qui mi aveva Insomma, come meccanismo poliziesco, messo le manette…».

Uno studio in rosso è, a dir poco, una frana.

 

footprints-coloring-page

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: