CLAUDIA PEPE La vera rivoluzione? Insegnare davvero

[Alganews, 28 settembre 2018]

Io sono un’insegnante precaria nel cuore e di ruolo da pochi anni. Sono una docente che insegna musica, che lotta ogni giorno per la scuola pubblica, per quella scuola scolpita nel cuore di Calamandrei e Don Milani. Un’insegnante non più giovanissima, ma con il cuore innamorato del suo lavoro, degli occhi dei suoi studenti e di quelle emozioni fortissime che solo loro sanno darmi. Di solito, parto la mattina presto svegliando i barboni nella stazione delle corriere.

Per loro incomincia il loro vagabondaggio insieme ai fantasmi che li legano ai lati della vita, ed io ogni anno vado in scuole diverse a portare entusiasmo, passione e musica. Una musica che incomincia la mattina presto con la sveglia puntata alle 5 che blocco sempre prima. Perché sono ansiosa di vivere, di far vivere e di far innamorare.
I miei ragazzi sono fondamentali per me, e tante volte ho passato ore a pensarli, e a pensare come arrivare al loro cuore, quale fosse la chiave giusta per arrivare direttamente a quel limite tra quello che era giusto e quello che si dovrebbe combattere. Non so come spiegarvelo ma è come avere dei figli. Li vorresti proteggere, fargli capire quello che ci sta distruggendo, quello che ci sta capitando e quello che loro non hanno ancora capito. Perché non sono più abituati a sorridere e a sentirne il gusto della gioia. È vero. Gli abbiamo regalato la nostra vita, la nostra gioventù, le nostre ore, le nostre giornate, e tante volte ci siamo appoggiati al muro dalla stanchezza. Ma quando entro in classe e tutti ti salutano sfoggiando quello che hanno di più bello nel viso, anche i dolori, quelli che tieni stretti sotto il cuscino, fanno meno male. È con loro che passi la vita, la tua e la loro. E con loro che ripassi e ricordi i tuoi momenti belli, riconosci i tuoi sbagli e impari da loro a guardare i tuoi armadi: pieni a metà di cose perse e cuori buttati con un velo di dolcezza.

“La rivoluzione consiste nell’amare un uomo che ancora non esiste”, diceva Camus, e proprio per questo noi insegnanti siamo i primi e gli ultimi rivoluzionari che il mondo ha. Perché crediamo nei ragazzi, nei nostri studenti e nella scuola che forma, e dà loro tutto il possibile. E siamo sicuri che un giorno racconteranno ai loro compagni di strada di quell’insegnante che attraverso i loro occhi viveva, cantava e sognava. E così, insegnando e studiando, correndo e cantando, arriva la sera e i miei figli che ormai mi amano per questo, sanno di non aver mai avuto una mamma come le altre. La mamma non c’è mai, non ho mai raccontato favole e non li ho portati a parchi gioco. Ma li ho fatti discutere, imparare a dissentire, ad alimentare i dubbi, ad esprimere un’ opinione e credere fino in fondo alla loro unicità. A credere che non c’è guerra più grande della mancanza di solidarietà, della comprensione e del non ascoltare. Hanno capito che non esiste una persona che arriva prima degli altri e neanche un ultimo che si trascina. Hanno capito che il compito di essere uomini è quello di arrivare insieme per un progetto che comprenda ogni voce e una espressione diversa. Hanno capito che la loro mamma è precaria per sempre. Adesso la mamma lotta contro il cancro e nel frattempo ha perso il suo gioiello più grande. Suo figlio. Ma proprio per questo devono sapere, anche quello che mi guarda da lassù, che loro stessi sono precari, tutto è momentaneo, che è tutto da vivere. E non devono sprecare neanche un secondo di questa vita che noi solo possiamo ballare: o come un giro di valzer, o un tango o come una marcia verso il futuro. Con un paio di scarpe, e tante strade da attraversare.

Condivisione, partecipazione, scelta, libertà. Parole che mio padre mi ha insegnato, e ora imbocco ai miei studenti. Da quando entrano accompagnati dai genitori che vivono l’esistenza raccogliendo la speranza nel primo caffè della mattina. Penso a questo Stato che viene sostenuto da persone umili, ma che nello stesso momento lo costruisce con onestà, integrità e tanti pugni chiusi per trattenere la rabbia. Siamo ignorati, e non c’è sguardo, non c’è attenzione che si posa mai sulla bellezza e la grandezza delle sue Istituzioni. A loro non importa che quel ragazzino in fondo all’aula ha il papà che non lavora, che quello vicino alla finestra non parla l’italiano e che quello un po’ grasso ha il papà in galera e passa la giornata sulla strada a fumare, bere e mangiare e mangiare tanto da sentirsi pieno. Pieno di sapori bruciati. Ma i miei allievi non sanno se ci sarò l’anno prossimo. Non glielo dico. Sono una di quelle che li fanno venire a scuola, e non meritano di sapere che nella vita ci saranno molte cadute. L’importante è che capiscano che qualche volta si troveranno per terra, ma mai con le mani alzate. Dovranno cadere in ginocchio come ho sempre detto. Ma solo per darsi con uno slancio di coraggio, la rincorsa per ricominciare a camminare. Per non aver paura di cambiare con la forza della memoria

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