MARINA BOSCAINO – La scuola riscopra il suo ruolo costituzionale

[MicroMega, 30 agosto 2018]

Stiamo rientrando a scuola. La ritualità dell’avvio dell’anno scolastico – esami per i «debiti» (sic!) contratti dagli studenti e relativi scrutini, collegio dei docenti, riunioni di dipartimento e per materia – ci conferma in maniera apparentemente rassicurante che nulla muta, che tutto continua nella sua immobile ciclicità.

Si determina una sorta di paradosso: la liturgica scansione delle attività, che culmineranno – a metà di settembre – con la ripresa della didattica, sembra mettere al riparo la scuola dalla assunzione di responsabilità su quanto sta accadendo fuori e dentro la scuola stessa. Ribaltando così il ruolo che le è imposto dalla sua funzione istituzionale e costituzionale: quella di laboratorio di idee per la democrazia, l’uguaglianza, la parità di genere, la cittadinanza consapevole, la centralità dell’interesse generale. Questo ribaltamento è certamente stato determinato dalla costante sostituzione del pensiero divergente ed emancipante con il Pensiero Unico, vale a dire dalla vittoria del neoliberismo: un fenomeno subdolo e strisciante – ma costante – che, senza strappi violenti, ma con puntualità maniacale, ha tessuto la sapiente trama di arretramento sul piano di quella funzione (riconoscendone con lungimiranza la essenzialità rispetto alla riuscita del progetto), sostituendo ad essa la visione economicista che antepone la competizione e il profitto a qualsiasi valore umano, politico, sociale. Il successo di una scuola non si misura più sulla sua capacità di fornire strumenti per interpretare la complessità, ma su graduatorie volte ad incarnare dati apparentemente oggettivi (la grande illusione valutativa!), su range, su test, sul numero di iscrizioni da collezionare attraverso le seduzioni di un’offerta formativa i cui punti di forza non sono mai annunciati in termini di conoscenza e sapere significativi. La scuola si è adeguata, facendosene parte attiva e non anticorpo, ad un mondo dove sapere, cultura, riflessione, approfondimento non contano più nulla.

Torniamo: adempiremo ai nostri compiti senza che la scuola italiana – quale organo «costituzionale»1 – senta la necessità di esprimersi rispetto allo scempio che si sta facendo della vita umana. Il mondo ci sta spiegando da tempo – e il nostro Paese ha dato e sta dando uno zelante contributo – che la legge NON è uguale per tutti; che il principio di uguaglianza NON è applicabile a tutti incondizionatamente; e che – persino – l’art. 10 della Costituzione italiana è una mera enunciazione, che difficilmente trova applicazione completa.

In nome del popolo italiano, attraverso un ministro della Repubblica che interpreta il proprio mandato come una spregiudicata e dilettantesca partita di Risiko, con la compiacenza o il silenzio dei propri pari di Governo, è stato violato il diritto ad un trattamento umano; si sono adottati provvedimenti arbitrariamente detentivi; si è tenuta in ostaggio – con il suo carico di disperazione e bisogni – una nave della Guardia Costiera, il cui compito specifico è salvare vite e il cui suolo è territorio italiano; ci si è disinteressati di sevizie, torture, stupri che i prigionieri della nave Diciotti hanno subìto prima di arrivare ad essere inconsapevoli protagonisti di una delle pagine più nere dell’Italia repubblicana. Si sono ignorate le malattie contratte da quel centinaio di donne e uomini costretti per giorni e giorni ad una disumana condizione di attesa. Questa è stata il momento più basso di un Paese che durante l’estate ha scoperto la propria passione per il tiro al bersaglio contro il «diverso» – inaugurata dall’uccisione a fucilate di Soumaila Sacko, bracciante maliano – di qualunque età (ricordiamo Cirasela, 14 mesi) o condizione (l’operaio originario di Capoverde), mentre gli incidenti nel foggiano, che sono costati la vita a 16 braccianti migranti, hanno fatto luce ulteriore – qualora ce ne fosse bisogno – sul lavoro schiavile cui molti sono sottoposti.

Il danno determinato dalla assenza di vigilanza rispetto a questi episodi è direttamente proporzionale a quello causato dal divorzio tra cultura e capacità di esprimere visione del mondo: ignoranza, grettezza, volgarità al potere. La muscolarità di facciata – tweet, minacce, celodurismo ostentato, insulti, commenti da bar in bocca alle istituzioni – incanta gli italiani come l’individuazione del colpevole certo: dell’assenza di sicurezza, degli stupri, della mancanza di lavoro, della furbizia di profittatori che vengono qui a fare la «bella vita» sulle nostre spalle, dell’aumento delle nostre tasse. Ma, per fortuna, «è finita la pacchia». Questo incanto non può che essere causato (anche) da un indebolimento della conoscenza e del sapere; da una scuola che da anni ha smesso di svolgere il proprio ruolo con responsabilità politica, sociale, culturale.

Che margini può avere, infatti, in un mondo devastato dalla disumanità e dal sonno di qualunque ragione una scuola che ha ormai perso i suoi caratteri e la sua funzione costituzionalmente determinati? Che da deterrente alla massificazione del pensiero, alla semplificazione e alla velocità superficiale sta diventando strumento collaborativo al definitivo appiattimento di tutte le coscienze? Se vivessimo in un Paese che avesse imparato qualcosa dalla storia, ci renderemmo conto – e se ne renderebbero conto soprattutto coloro che vogliono costruire un’alternativa reale – che la scuola, se non altro per un dato numerico, sforna ogni anno giovani donne e uomini cui si può SCEGLIERE cosa e come insegnare (ed è per questo che il principio costituzionale della libertà di insegnamento deve essere difeso intransigentemente), determinando in maniera sensibile il futuro di ciascuno di loro in quanto cittadine/i in grado o meno di elaborare visioni politiche e sociali. Esattamente come in tutti i processi ideologici violenti, la lezione è stata perfettamente compresa – viceversa – dai sicofanti del neoliberismo, che già 40 anni fa avevano intuito che mettere mano alla scuola, impoverendone impianti culturali, libertà di insegnamento e diritto alla cultura emancipante, sarebbe stata una mossa vincente. Hanno vinto la partita su molti fronti: la legge 107 (la massima espressione della visione aziendalistica della scuola) e le precedenti modifiche alla scuola della Costituzione, a partire dall’autonomia scolastica, sembrano essere per molti docenti e studenti un dato acquisito ed incontrovertibile.

Il vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, con l’aria del futuro trionfatore si è autoproclamato interprete della «voglia di cambiamento di 60 milioni di italiani». Io non sono tra questi 60 milioni e aborro il cambiamento cui lui allude. A scuola nessuno è straniero: «La scuola è aperta a tutti». Ma per passare dall’enunciazione, per quanto solenne, ai fatti, occorre scrollarsi di dosso le incrostazioni dell’inerzia al pensiero unico e riconferire alla scuola della Repubblica il senso che stiamo smarrendo. Qualcosa si sta muovendo in termini di avversione al razzismo e alle politiche di questo governo sul fronte dell’accoglienza ai migranti: dalla manifestazione del 16 giugno a Roma, a quella di Foggia. A Catania, sabato scorso si è data voce al sentimento di chi rifiuta di essere conteggiato tra i 60 milioni.

Abbiamo davvero il coraggio di continuare a rimanere in silenzio?

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