Io, Robot

È venuta meno la centralità della figura dell’insegnante, ridotto a un disciplinato burocrate, a cui è tolto il tempo persino di studiare e di preparare le lezioni. Mentre sino a poco tempo fa la scuola era contraddistinta da un tempo improduttivo, era un intervallo sottratto alla produzione, ora non solo il linguaggio della sua gestione è diventato quasi esclusivamente economico, ma in parte anche la pratica dell’insegnamento.
Romano Luperini

28 novembre
Anche Cingolani, ministro della transizione ecologica, fisico, ha detto la sua sull’insegnamento della storia. Dice che le guerre puniche si studiano 4 volte a scuola (troppo poco, dico io, si dovrebbero studiare cinque volte almeno). Lucia Azzolina, ministra dell’istruzione nel governo Conte come Lina Azzo, oggi dirigente scolastica in una scuola di Palermo, lo ha confutato: si studiano tre volte e mai nello stesso modo (ogni volta si dà più importanza a una delle guerre puniche, che sono tre). Nella realtà, non nei dibattiti tra questi grandi scienziati, le guerre puniche si studiano solo due volte. Mentre Carlo Magno, per dire, se va bene, mezza volta.

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FABRIZIO DE ANDRÈ La guerra di Piero

Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma son mille papaveri rossi

Lungo le sponde del mio torrente
Voglio che scendano i lucci argentati
Non più i cadaveri dei soldati
Portati in braccio dalla corrente

Così dicevi ed era d’inverno
E come gli altri verso l’inferno
Te ne vai triste come chi deve
Il vento ti sputa in faccia la neve

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Di ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere

[La solitudine del satiro, 15 febbraio 2014]

Oggi, sabato 8 febbraio 2014, alle ore 10, avrei dovuto scrivere un verbale, ma, rinuncio, perché, mi vengono, troppe, virgole.

Oggi anche se ho «superato» la «virgolite» non posso «mettere mano» al verbale perché mi è presa la «virgolettite».

Vorrei tanto
cominciare
a scrivere
il verbale
ma siccome
il mio dito
schiaccia
continuamente
il tasto
a capo
preferisco
cominciare
un’altra volta
per paura
di sprecare
troppa
carta.

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Radicali

Alcuni dicono che siamo troppo radicali, ma la verità è che quelli radicali sono loro. Combattere per salvare i sistemi da cui dipende la nostra sopravvivenza non è radicale. Invece credere che la nostra civiltà possa resistere a un aumento di 2,7-3 gradi centigradi è estremamente radicale, è pura follia.

Greta Thunberg, Glasgow, 5 dicembre 2021

Essenzializz-azione

Mia nonna voleva che io ricevessi un’educazione; per questo mi tenne lontana dalla scuola.
Margaret Mead

Ogni ristruttur-azione del ministero dell’istr-uzione (e sue ramific-azioni) ha (avuto) la sua buona retorica, basata su parole che escono in -azione (razionalizz-azione, digitalizz-azione, smaterializz-azione, invalsizz-azione) e prefigurano la conquista di una frontiera, un far west dove i nativi (non digitali) sono rimasti in una condizione primitiva, novecentesca (gentiliana). La riduzione del percorso liceale da cinque a quattro anni evoca la necessità dell’essenzializz-azione. Ora, se ciò presuppone che al netto dei cinque anni del percorso attuale un anno è stato dedicato sostanzialmente a perdere tempo, io rivendico che il perdere tempo è didatticamente più valido che impiegare il tempo in modo proficuo. Ma osservo che il perdere tempo, in tutte le forme (test, questionari, prove comuni, pcto…), ha connotato tutte le fasi della ristruttur-azione della scuola pubblica, da Berlinguer a oggi.

GIANNI RODARI La guerra delle campane

Da «Favole al telefono»

C’era una volta una guerra, una grande e terribile guerra, che faceva morire molti soldati da una parte e dall’altra. Noi stavamo di qua e i nostri nemici stavano di là, e ci sparavano addosso giorno e notte, ma la guerra era tanto lunga che a un certo punto ci venne a mancare il bronzo per i cannoni, non avevamo più ferro per le baionette, eccetera.
Il nostro comandante, lo Stragenerale Bombone Sparone Pestafracassone, ordinò di tirar giù tutte le campane dai campanili e di fonderle tutte insieme per fabbricare un grossissimo cannone: uno solo, ma grosso abbastanza da vincere tutta la guerra con un sol colpo.

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GIANNI MARCONATO Il cambiamento antropologico della società e della scuola, tra bieco realismo e illuminato idealismo

[Apprendere sempre – il blog di Gianni Marconato, 19 novembre 2021]

La scuola vorrebbe cambiare, inseguendo un’innovazione che non è sostanziale, perché è cambiato il modo di apprendere dei giovani (1): nulla di più sbagliato perché la scuola vorrebbe cambiare solo per adeguarsi alle richieste dei giovani che crescono in una civiltà dei consumi di massa e che domandano un “prodotto” educativo che sia di consumo semplice, facile e veloce. Questa è, però una scuola che tradisce se stessa, che gioca al ribasso, che adotta una strategia difensivistica. È una scuola che ha deciso di rinunciare ad una proposta culturale che richiede tempo, capacità di ascolto, osservazione, riflessione. Questa, la scuola di massa, crea le condizioni all’avvento della scuola delle élite.

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FABRIZIO DE ANDRÈ Canzone del maggio

Da «Storia di un impiegato» (1973)

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credervi assolti
siete lo stesso coinvolti.

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Identità (digitale)

L’identità digitale sarà appannaggio di un’impresa privata che serberà traccia nei propri server privati del profilo racchiuso in un PIN, in un PUK, in uno SPID, in una password, cui forse potrà accedere la sovranità politica solo in determinati casi […]. Nell’identità digitale l’intero nostro profilo biografico ed esistenziale sarà tracciato e rintracciabile attraverso le tracce lasciate a ogni piè sospinto dal nostro uso dei devices digitali, dallo smartphone alla carta di credito, dal bancomat alla tessera sanitaria, dai siti che frequentiamo a ciò che acquistiamo online e via proseguendo.

Salvo Vaccaro, Gli algoritmi della politica