LUCIA R. CAPUANA Chi non vuole il ritorno a scuola in presenza?

[L. R. Capuana, 28 dicembre 2020]

Il 2020 è stato un anno disastroso per la scuola italiana. A marzo siamo stati colti di sorpresa e bene o male ci siamo arrangiati, ma c’era la speranza che durasse poco e abbiamo concluso l’anno scolastico alla bell’e meglio. È pur vero che la sospensione delle attività didattiche per DPCM avrebbe potuto rappresentare un momento di riflessione seria e provare ad apportare quei cambiamenti che premono da anni. Tuttavia, i docenti italiani hanno sprecato quest’occasione per agire sconsideratamente e in piena emergenza hanno fatto ciò che non avrebbero dovuto. Sperimentare sugli studenti.

L’inizio dell’anno scolastico in corso, a settembre, è stato molto più tribolato sia a causa della consapevolezza dei tempi lunghi che ci aspettano, sia a causa dei soliti annunci seguite dalle altrettanto solite smentite creando un clima di incertezza difficile da gestire. Incertezza e profluvio di annunci ad effetto che si stanno ripetendo anche ora per il presunto rientro alla fine della pausa festiva.

Responsabilità o ignavia

La prima cosa da sottolineare è che quando abbiamo deciso di fare gli eroi emulando il personale sanitario tuffandoci nella didattica in remoto, o DaD (Didattica a distanza, come fu battezzata, ma sarebbe stato meglio dire “didattica d’emergenza”), che questa non era prevista dal CCNL e sarebbe stato corretto che nessuno avesse iniziato a farla per il semplice fatto che:

  1. non eravamo attrezzati, infatti si sono evidenziate immediatamente le criticità
    • molti colleghi in preda all’ansia di prestazione si sono lanciati in una corsa forsennata inviando, tramite i più disparati strumenti, persino WhatsApp, materiali agli studenti come se non ci fosse un domani, convinti di essere gli unici a lavorare hanno sovraccaricato gli studenti che, a parer loro, avrebbero dovuto dedicarsi solo alle loro assurde richieste;
    • se appena si facevano notare queste discrasie l’unica risposta è sempre stata che non ci si poteva esimere per non farci odiare pubblicamente, quindi non il bene degli studenti ha motivato molti, bensì solo la difesa della propria immagine esterna;
  2. sin da subito sono state denunciate le contraddizioni presenti nella nostra scuola, ovvero disparità e discriminazioni tra quegli studenti dotati di ogni mezzo e capacità di utilizzo o di aiuto e tutti quelli, ben il 33%, che restavano indietro, come sempre. Ma anche in questo caso la risposta è stata discutibile e insufficiente: beh, erano discriminati anche in presenza, quindi;
  3. ma l’aspetto ancora più sorprendente, dal mio punto di vista, è stato che non appena tutti i docenti si sono lanciati a capo fitto hanno, subito, iniziato a pretendere di valutare, mettere voti e punire dimenticandosi che non si sarebbe potuto valutare stante la sospensione dell’attività didattica, ma niente, non ci sono state ragioni. Tant’è che non appena dal ministero è stata ventilata l’ipotesi – corretta, a mio modo di vedere – di salvare l’anno scolastico per tutti, si è levato un coro indignato di insegnanti che hanno rivendicato il diritto di valutare dopo così tanto lavoro svolto. Allora, mi chiedo, si lavora per assegnare voti e non per fornire un’istruzione? Ad ogni modo, il ministero fa marcia indietro, a metà, e dopo un iniziale tentennamento, salva capra e cavoli inventandosi i PAI e i PIA (altre carte da compilare con il divieto – giusto – di penalizzare gli studenti perché la pandemia non l’hanno voluta loro, né dovevano pagare loro la confusione regnante tra docenti,scuole diverse e ministero).

Immagine o sostanza

A chi ha sostenuto per mesi che non potevamo non svolgere la didattica a distanza pena il giudizio inappellabile dell’opinione pubblica mi piacerebbe che ora dicessero se è stato un bene o un errore gravissimo subire e cedere a queste pressioni, se è stato da professionisti seri?

E allora proviamo a fare un ragionamento:

  1. in qualsiasi settore lavorativo esistono i “fancazzisti”, non è una prerogativa del nostro comparto, però in merito c’è anche tanta retorica diffusa dai media per renderci sempre più ricattabili e ci stanno riuscendo; inoltre, se c’è chi fa meno del dovuto andrebbe stanato e se, appurato, perseguito, come da normativa;
  2. in qualsiasi settore lavorativo esiste un contratto che stabilisce diritti e doveri delle due parti in causa, se esiste entrambe le parti sono tenuti a rispettarlo e non a far finta, a convenienza, che non esiste;
  3. qualsiasi professionista serio deve avere contezza delle proprie azioni e dei loro effetti, quindi è stato serio in un momento di emergenza sperimentare sulla pelle degli studenti per salvare la nostra immagine? Cosa c’è di serio nel non tenere in considerazione che ben il 33% degli studenti di tutta Italia ne rimaneva fuori, totalmente escluso e non solo per il divario digitale, piuttosto per il più importante divario socio-culturale? Infatti: si può anche avere un pc in comodato d’uso ma se non sai utilizzarlo e se non hai nessuno che ti aiuti, non te ne fai niente del pc, perché se hai una casa piccola e sovraffollata nemmeno in bagno puoi usufruire del dispositivo che ti hanno assegnato in comodato d’uso; non avremmo dovuto essere noi a mettere in guardia il ministero dei problemi che avremmo creato a quegli studenti? Non sarebbe stato più serio da professionisti trovare alternative valide anche per questi studenti?
  4. Quale prova di serietà abbiamo dato sapendo che pochissimi docenti sapevano e ancora oggi sanno fare DaD? Chi ha esperienza di didattica online sa che non è certo la lezione iper-frontale in sincrono la DaD; non è certo caricando schede da stampare (e chi non ha una stampante?) e compilare, la DaD. Fare DaD vuol dire preparare materiali appositi da far fruire non in sincrono bensì tramite video-lezioni che gli studenti possono visionare anche più volte, preparare appunti, schede riassuntive, schemi. Significa tanto lavoro da integrare con incontri individuali o di piccoli gruppi in sincrono. La classe numerosa con 25/30 studenti se non è funzionale per la scuola in presenza, è impossibile per la didattica a distanza. Non si può fare, punto.
  5. Oggi, siamo alla fine dell’anno solare, tutti si stracciano le vesti perché vogliono tornare in presenza e anche dal ministero, improvvisamente, c’è l’elogio sperticato della scuola in presenza. E chi può essere contrario a tornare in aula? Ma non per la retorica della relazione e della socialità che, seppur vero, in parte, è stata trasformata in retorica, appunto, svuotata di ogni autentico significato e banalizzata ad uso e consumo di chi su questo tasto strappalacrime pigia per fare notizia. La relazione con e tra gli studenti è importante, certamente; ma solo perché è necessario, fondamentale, guardarli in faccia i ragazzi per capire se stanno seguendo ciò che il docente dice e in caso contrario riafferrarli, perché è solo se sei fisicamente lì vieni aiutato dal linguaggio del corpo loro e loro dal tuo. Solo se si è presenti si sviluppa dialogo, ci può essere interazione e la lezione può prendere strade imprevedibili. La didattica online in sincrono con una classe numerosa è quanto di più frontale si possa immaginare. E non solo perché, come molti sostengono, tanti sono nuovi a questo modo di fare scuola, ma semplicemente perché non si può dedicare tempo ed attenzione a 25/30 ragazzi attraverso uno schermo.
  6. Cosa è successo allora da marzo a settembre nelle stanze dei decisori politici? Assolutamente nulla e a settembre ci siamo ritrovati a scuola esattamente come a marzo: con classi sovraffollate, con trasporti pubblici sovraffollati, in compenso avevamo i banchi monoposto con le rotelle e il metro tra le rime buccali degli studenti come dispositivi di sicurezza. Le scuole sono sicure è il mantra che si ripete da mesi, un mantra non corroborato da dati, ma basato solo sulla fede ideologica di chi siede in V.le Trastevere, eppure c’è uno studio che, seppur circoscritto alla regione Piemonte, rivela altro. La scuola è così sicura che quando la curva dei contagi è tornata a salire a fine ottobre quella secondaria di secondo grado e le ultime due classi della secondaria di primo sono state obbligate a fare un’altra volta DaD; d’altronde perché investire denari in un settore in cui i suoi “professionisti ” sono privi di spirito critico e che pur di fare bella figura con l’opinione pubblica hanno voluto fare gli eroi in primavera? E questa volta il ministero ha imposto la didattica a distanza di 45 minuti di lezioni frontali in sincrono (serve questa modalità all’apprendimento? No!) e i minuti “persi” ce li vogliono far recuperare con altre modalità, ma non siamo in emergenza sanitaria? E non sarebbe del tutto ovvio che questa riduzione di frazione oraria delle lezioni rientrasse sotto la dicitura “per motivi di forza maggiore”, pertanto senza obbligo di recupero per docenti e discenti? Certo che no, se i “professionisti” sono disposti a tutto ignorando totalmente aspetti contrattuali e tecnici, perché darsi pena? L’essenziale è che il risparmio passi sempre sulla nostra pelle e quella dei nostri studenti, con buona pace delle parole di chi difende il diritto allo studio.

Scuole aperte, ma in sicurezza

Già perché il diritto allo studio viene sbandierato per agevolare le mamme, non i genitori, che lavorano e pure questo sottolineare le mamme la dice lunga sulle scelte politiche compiute in questi mesi, ma sarebbe un altro lungo discorso. E allora che vuol dire effettivamente? Innanzitutto chiedere che le scuole di ogni ordine e grado siano aperte in sicurezza non vuol dire essere favorevoli alla loro chiusura e alla Didattica a distanza, o alla Didattica Digitale Integrata qualsiasi cosa significhi.

Chiedere, anzi esigere, che le scuole di ogni ordine e grado siano aperte in sicurezza significa che:

  1. tutti coloro che ne varcano le porte possano trascorrere le loro ore di lavoro e di studio in serenità (stare in una classe piccola e affollata con le finestre spalancate, non soddisfa il concreto bisogno di serenità e di tutela della salute);
  2. significa assicurare che tutte le persone presenti in un’aula (studenti e docenti) dispongano di spazio sufficiente per rispettare le misure di contenimento della diffusione del contagio (come previsto per gli uffici);
  3. significa che tutti indossino la mascherina al fine di tutelare se stessi e gli altri (certo è faticoso spiegare con la mascherina sul viso, però se non si diminuisce il numero di alunni per classe, lo capisce pure un bambino, il metro tra le rime buccali degli studenti in posizione statica non può essere considerata misura di contenimento; inoltre, in posizione statica per 5/6 ore si sta solo da cadaveri);
  4. significa che tutti possano usufruire di mezzi pubblici sicuri per recarsi a lavorare o a studiare (barare sulle distanze e sui minuti di percorrenza significa questo, barare e non soddisfa le reali necessità);
  5. effettuare la didattica a distanza, o digitale integrata, in sincrono non è funzionale all’apprendimento degli studenti; è funzionale solo al controllo degli insegnanti che, evidentemente, secondo il ministero non sono professionisti, bensì manovalanza che deve certificare un certo numero di ore di “servizio”; ma è funzionale anche per alcuni docenti che, a loro volta, devono controllare che gli studenti stiano inchiodati davanti ad uno schermo, meglio se passivi;
  6. effettuare la didattica a distanza, o digitale integrata, in sincrono con 25/30 studenti è anche peggio che effettuare lezioni in presenza con questo medesimo numero di persone, è quanto di più “lezione frontale” si possa immaginare, con buona pace dei “fan del digitale”.

Tutto questo si sapeva già da marzo, lo si è detto in tutte le salse possibili. Si potevano e si dovevano reperire le risorse necessarie per attuare la ripresa delle attività didattiche in presenza; si è scelto di fare altro. Il ministero ha scelto di investire in convenzioni con le multinazionali per l’utilizzo di piattaforme per le riunioni online con tutto ciò che questo comporta in termini di criticità circa il rispetto e l’applicazione della legge sulla privacy. Il ministero ha scelto di acquistare nuovi arredi, intanto continuano a crollare soffitti per fortuna senza vittime, non c’è nessuno in classe, a parte alcuni docenti in alcune regioni del regno. I miracoli dell’autonomia. Non dico nulla sulla trovata di introdurre “Educazione Civica” giusto ora. Era, a quanto pare, assolutamente indispensabile. Ora.

In tutto questo bailamme, ogni giorno c’è un nuovo annuncio, poi immediatamente smentito; c’è un’ipotesi di CCNI firmato da alcune sigle sindacali che peggiora notevolmente la condizione di lavoro dei docenti, quei “fancazzisti”, privilegiati e garantiti; c’è chi sostiene che si è perso tempo finora e che bisogna recuperare allungando il calendario scolastico, ma se ciò che stiamo facendo è tempo perso dovremmo smettere subito e non ammazzarci di lavoro.

Tutti possono parlare di scuola

Tutti hanno da dire la loro eppure nessuno che dica MAI una singola parola contro le classi pollaio? Quanto è agevole per gli studenti studiare e imparare bene in classi con altri 25/30 compagni? Questo è il primo problema che dovrebbe essere affrontato: ridurre il numero di studenti per classi; infatti, con meno studenti potremmo essere anche più disponibili ad aiutare quei ragazzi che per mille motivi non riescono a seguire professori che pensando solo al programma (che non esiste più sostituito da linee guide o indicazioni nazionali) spiegano come mitragliatrici e pazienza se i ragazzi a casa parlano un’altra lingua e quindi zoppicano in italiano solo perché sono bilingue, e pazienza se i ragazzi a casa non riescono ad essere seguiti perché magari i genitori sono costretti a fare più lavori per sbarcare il lunario, però ci mettiamo la coscienza a posto con i PDP anziché fare in modo che tutti abbiano lo stesso insegnamento di qualità, l’importante è che noi ci presentiamo agli scrutini con un “congruo” numero di voti.

E poi per quale motivo i ragazzi dovrebbero essere seguiti a casa? Perché non deve essere la scuola a garantire a tutti le stesse opportunità di partenza? E’ la scuola che deve arrivare dove le famiglie per loro limiti non riescono ad arrivare, altrimenti che razza di senso ha la scuola? È lo stato che deve rimuovere gli ostacoli e su questo punto sposo in toto il discorso di Piero Calamandrei che uno stimato collega riporta sul suo blog.

Cambiare prospettiva

È del tutto evidente che noi docenti (i professionisti della scuola) per primi dobbiamo cambiare prospettiva, la scuola deve trasmettere innanzitutto sapere e conoscenza, pertanto dovremmo essere tutti d’accordo col mettere al bando concretamente la didattica per competenze. Se il sapere torna centrale, tornerà utile anche per sviluppare l’intelligenza emotiva, altrimenti non saremo mai in grado di fornire ai ragazzi gli strumenti necessari perché siano loro ad emanciparsi e continueremo ad avere ragazzi in classe che vanno in panico per un quattro. Dovremmo chiedere l’abolizione dell’autonomia, l’eliminazione dei crediti, delle prove INVALSI e del PCTO e tutto quello che è stato fatto in questi trent’anni, dovremmo chiedere che venga fuori il nostro lavoro sommerso, il tempo che dedichiamo a preparare lezioni, a creare verifiche, a correggere, deve venire fuori il tempo che dedichiamo allo studio e alla ricerca perché non si insegna se noi per prima non continuiamo a studiare, un tempo che non si può quantificare perché siamo seduti alla scrivania, sul divano, in riva al mare, perché no? Perché non siamo in grado di far capire che anche pensando si può lavorare; siamo capaci di affermare con forza che siamo professionisti? Siamo disposti a chiedere tutto, o dobbiamo ancora accontentarci delle briciole pensando che sia l’unica strada senza mai osare di rivendicare ciò che riteniamo giusto? Anche a costo di fare lotte scomode, c’è questa disponibilità?

Un’ultima cosa, quando tanti di noi si schierano con quelli che “Basta DaD” senza le debite distinzioni, forse sarebbe il caso di capire che si sta facendo il gioco sporco del ministero che scarica sempre su altri le proprie mancanze, che in questa campagna ci sta dentro troppa gente con interessi che confliggono con quelli della scuola e che anziché passare subito alle etichette facili da appioppare si dovrebbe, forse, ma dico forse, riflettere e agire insieme per rivendicare nell’ordine: il diritto alla salute, alla libertà di insegnamento, unitamente al sacrosanto diritto allo studio, ma senza farsi strumentalizzare dal facile slogan che sta in bocca a troppi: “scuole aperte subito”.