RAFFAELLA MONTANI Odio la DAD

[post su facebook, 6 gennaio 2021]

Odio la dad. Passo 10-12 ore al giorno davanti ad uno schermo. La relazione con gli alunni, ridotti a letterine mute durante quella cosa che ci costringono sadicamente a chiamare «lezione», la tengo su con le unghie e con i denti inventandomi scuse per mantenere il contatto. Persa ogni possibilità di condivisione con i colleghi. Ogni visione d’insieme. Non provate neppure a pronunciare mezza frase sulla mia preparazione in campo tecnologico o sulle mie capacità nell’uso del mezzo digitale, perché davvero non sapete con chi avete a che fare e vi riduco a un pedalino. Faccio del mio meglio, a spese della mia vista, del mio tempo, della mia vita privata, della mia sanità mentale, del mio magro stipendio, pur essendo consapevole che i risultati dal punto di vista didattico saranno irrisori. So che in tanti fanno lo stesso e la vivono allo stesso modo. E so pure che tanti altri si sono invece adattati benissimo alla situazione trovandola comoda e confacente al proprio tornaconto.

Eppure non è per questo che odio la dad. La odio perché l’esistenza di questo surrogato di scuola è l’alibi dietro il quale si nasconde la mancanza di interventi e risorse per coniugare l’esigenza di sicurezza con quella di avere un sistema di istruzione funzionante. Immaginate se questa pandemia fosse iniziata 30 anni fa. Non ci sarebbe stata nessuna scusa: chi ha il potere, il dovere e mezzi per provvedere al governo del paese non avrebbe potuto semplicemente tenere le scuole chiuse per un anno o più.

La odio perché, da un lato nasconde il problema, dall’altro ha fatto venire allo scoperto la vera anima della nostra categoria: una massa di centinaia di migliaia di persone che non è stata capace di unirsi e lottare per essere messa in condizione di continuare a fare il proprio lavoro in condizioni di sicurezza; l’idea di scendere in piazza, di rifiutarsi di entrare in aule anguste ed affollate dalle consuete classi pollaio, di cercare di fare fronte comune tra i vari ordini di scuola e con alunni e famiglie non ci ha neppure sfiorati. In compenso siamo stati capacissimi nel far sentire la nostra voce «a distanza» dividendoci tra quelli che chiedono che si continui in perpetuo con il succedaneo digitale e quelli che considerano ignobilmente baciati dalla sorte i colleghi delle superiori che hanno tale fortuna.