«Certo!»

Fiaba cinese. Da Antiche fiabe cinesi, a cura di Edi Bozza, Mondadori. Milano 1987, pp. 55-59

Tanti e tanti anni fa, in una regione del nord, viveva un ricco possidente terriero, tanto ricco quanto crudele e feroce d’animo, specie verso i servi e coloro che lavoravano nelle sue terre. Non mancava, quando se ne presentava l’occasione, di angariare e maltrattare i suoi sottoposti. E quando l’occasione non c’era, provvedeva a cercarla, con un gusto tutto particolare quando vedeva gli altri soffrire.

Aveva alle sue dipendenze, fra gli altri, anche un contadino di nome Zhao Da. giunto a lavorare da lui da una provincia vicina quando era giovane, robusto e forte. Zhao Da aveva lavorato nei campi del suo padrone per molti anni: con lena, senza risparmiarsi; dalle prime luci dell’alba al tramonto del sole, senza riposo. Quella vita di fatica e sacrifici aveva indebolito il suo corpo tanto che si ammalò. Non poteva più fare lavori pesanti e molto faticosi. Allora il suo padrone non ci pensò su due volte; ormai Zhao Da per lui rappresentava solo una bocca in più da sfamare, così, senza farsi il minimo scrupolo, lo cacciò via dalla sua casa e dai suoi campi senza dargli neppure qualche soldo o qualche regalo che compensasse almeno in parte tutta la fatica che Zhao Da aveva fatto negli anni passati e che lo aiutasse ad affrontare con meno disagi gli anni che gli rimanevano da vivere, ora che non poteva più lavorare come prima. Zhao Da aveva faticato per tanti anni per il suo padrone e benché avesse lavorato come un bue aveva ricevuto in cambio solo cibo per porci e alla fine era stato cacciato senza un soldo, ridotto a chiedere l’elemosina per vivere.

S’incamminò piano piano verso il suo villaggio natale e tornò a casa. Appena arrivato raccontò ai compaesani cosa gli era accaduto. Lo compatirono e commiserarono tutti, indignati per la crudeltà di quel padrone, ma nessuno di essi sapeva o poteva trovare una soluzione alle disgrazie di Zhao Da e ai suoi disagi; meno che mai trovare un modo per vendicare il sopruso che aveva subito da quel malvagio.

Pensa e ripensa, però, a uno del villaggio venne in mente il sistema giusto. Disse ai compaesani di mettere insieme tutto il denaro che avevano. Una parte doveva servire a curare Zhao Da e ad andare in città a comprare il più bel pappagallo che avessero trovato in vendita. Al pappagallo bisognava insegnare a dire una sola parola: «Certo ». Facendo in questo modo lui era sicuro che avrebbero potuto dare una lezione al crudele padrone di Zhao Da. I compaesani lo conoscevano come uomo astuto e dalle mille risorse; approvarono il suo piano e cominciarono a raccogliere denaro come aveva detto di fare.

Passò più di un anno. Zhao Da s’era alquanto rimesso in salute. Si vesti con i più lussuosi vestiti che aveva potuto trovare al mercato e col suo pappagallo si avviò verso la provincia vicina dal suo vecchio padrone. Appena arrivato gli disse che aveva sentito il bisogno di fargli una visita per porgergli i suoi omaggi e quel malvagio rimase stupefatto nel vedere Zhao Da vestito così riccamente e così bene in salute; moriva dalla voglia di sapere cosa gli fosse accaduto da aver cambiato in quel modo il suo stato.

Curioso e sollecito, chiese subito: «Dove sei stato tutto questo tempo? Cosa hai fatto? Sei diventato ricco?». «Oh!» rispose Zhao Da, fingendo indifferenza «le mie cose vanno molto molto bene da quando ho trovato questo» e indicò il pappagallo. ll suo vecchio padrone non stava più nella pelle dalla curiosità; gli andò vicino vicino e chiese ansioso: «Dimmi! Dimmi! Racconta tutto!».

Zhao Da esitò, nicchiò, si fece pregare per un po’, poi raccontò tutto. Quando era stato licenziato, più di un anno prima, era tornato a casa a rimettersi in salute e lì, una notte, gli era apparso in sogno uno gnomo che gli aveva detto di andare in un certo luogo dove avrebbe trovato un pappagallo dai poteri straordinari: conosceva tutti i posti dove si trovava dell’oro o dell’argento sepolto sotto terra. Egli aveva seguito i consigli dello gnomo e aveva trovato il pappagallo. Da quel momento per lui tutto era cambiato e i soldi erano cominciati ad arrivare a volontà; a volte s’annoiava perfino a raccoglierli ed evitava di andare in cerca col suo pappagallo solo per non stancarsi. Quell’uccello era un tesoro vivente, lui non lo lasciava mai e lo portava sempre con sé.

Nel sentire quella storia il vecchio padrone rimase incredulo e stupito. Disse a Zhao Da che voleva provare se quanto gli aveva narrato era vero e l’altro acconsentì subito. Allora, portandosi appresso il pappagallo, s’incamminarono per la strada e uscirono dalla proprietà di quell’uomo.

Arrivati finalmente in un posto dove c’era un piccolo pozzo, Zhao Da disse al pappagallo: «C’è argento sepolto qui? L’uccello rispose subito: «Certo!». Zhao Da scavò per un po’ nel luogo indicato e trovò una piccola pentola di terracotta piena di monete d’argento. S’incamminarono di nuovo e subito dopo si fermarono in un altro luogo dove c’era un fosso. Zhao Da chiese allora al pappagallo: «C’è dell’oro sepolto qui?». E l’uccello, pronto: «Certo!». Zhao Da scavò di nuovo e trovò un piccolo sacchetto pieno di monete d’oro.

Il vecchio padrone aveva la bava alla bocca. Fuori di sé per l’eccitazione tirava per un braccio Zhao Da e diceva: «Andiamo a cercare nelle mie terre! Andiamo a cercare nel mio!». Zhao Da rifiutava: «No! No! Nelle tue terre no! Quello che è tuo è tuo!». «Faremo a metà! Faremo a metà!» ripeteva l’altro. «Vedi » diceva ostentando superiorità e indifferenza Zhao Da «finiremmo per litigare. Non ho bisogno di cercare nelle tue terre quando posso trovare tutto l’oro e l’argento che voglio dove voglio, lascia stare». «Allora cerca tu, dimmi se ce n’è, io ti ricompenserò, vedrai ti farò ricco!» tentò di nuovo il vecchio padrone. Zhao Da replicò: «Io sono già ricco! Spesso mi annoio a cercare, ho già fin troppo denaro, non ho bisogno del tuo. Credimi con questo pappagallo ormai per me il denaro non ha più nessuna importanza!».

Quel vecchio malvagio ormai aveva un unico pensiero: impossessarsi a ogni costo del pappagallo! Con un piano preciso in mente, volle dare il giorno dopo un ricco e sontuoso banchetto nella sua casa invitando parenti, amici e conoscenti. Era certo che Zhao Da, di fronte a tutta quella gente, non avrebbe osato mostrarsi sgarbato e rifiutargli un favore. Così, pregustando già il suo successo, aspettò insonne per tutta la notte il banchetto del giorno dopo.

Fin dal mattino cominciò ad arrivare gente, curiosa ed eccitata di vedere quella straordinaria creatura dai poteri così fantastici. II padrone di casa era sicuro di riuscire, durante il banchetto, a convincere Zhao Da a vendergli il pappagallo. Fu ora di pranzo, si sedettero tutti a tavola e cominciarono a fare sorrisi, congratulazioni, ammiccamenti. Dalle cucine arrivavano in fila i servi con piatti colmi di carni e cibi rari; dalle cantine il vino arrivava a otri e scompariva come d’incanto. Il padrone di casa ostentava affabilità e munificenza; Zhao Da mangiava e beveva tranquillo.

A un tratto arrivò la richiesta: «Tu devi vendermi il tuo pappagallo!» disse il padrone di casa a Zhao Da. «Ma…» «No! No! Dimmi solamente il prezzo! Solo il prezzo! Niente altro!». Zhao Da finse umiltà e deferenza, esitava a rispondere. La gente intorno tratteneva il fiato, aveva gli occhi puntati dritto su Zhao Da e aspettava. Lui si guardò in giro e finalmente disse: «Tu sei stato il mio padrone per così tanti anni, come posso rifiutarti un favore? E poi di fronte a tutti questi tuoi amici, così in pubblico! Faceva il viso triste e dispiaciuto. « Questo animale, però, è un tesoro vivente, come posso dirti il prezzo? Non si può. Per non farti uno sgarbo possiamo fare cosi: chiedi ai tuoi ospiti qui riuniti di fissare un prezzo e io accetterò». « Bravo! Bravo!» si levarono voci in coro «vedrai che aggiusteremo tutto noi e sarete contenti entrambi. Lasciate fare a noi!».

Il padrone di casa era ormai al colmo dell’eccitazione, guardava Zhao Da con occhi dolci e amorevoli, come fosse il suo figliolo più caro, si agitava sulla sedia e osservava gli ospiti intorno. Allora sua moglie intervenne e gli disse in un orecchio: «Una creatura di quel genere vale tutto quello che abbiamo!». Aveva parlato piano ma non tanto che gli ospiti più vicini non potessero sentire così il prezzo suggerito volò immediatamente di bocca in bocca.

AI padrone di casa e agli ospiti parve ragionevole Zhao Da acconsentì fingendosi dispiaciuto.

Fu chiamato uno scrivano e furono nominati i testimoni. Venne steso il contratto col quale la casa, i campi, le bestie nelle stalle e tutta la proprietà venivano ceduti a Zhao Da in cambio dello straordinario pappagallo e così avvenne lo scambio. Gli ospiti si affollarono a porgere ai due contraenti le loro più vive congratulazioni.

Infine il padrone di casa col suo prezioso pappagallo seguito da tutti gli ospiti in corteo, uscì dalla casa ormai non più sua per andare subito in cerca d’oro e d’argento sepolti. Arrivarono vicino a un ruscello e il vecchio malvagio fermò il corteo; gettò uno sguardo intorno poi chiese solennemente al pappagallo: «C’è dell’argento sepolto qui?». L’uccello subito pronto: « Certo! ». Fu un affollarsi di gente a scavare con ogni mezzo, si spintonavano l’un l’altro, c’era persino chi grattava la terra con le unghie: non si trovò nulla. Pensando d’avere sbagliato luogo o d’aver commesso qualche errore, decisero di andare a cercare altrove. Arrivarono ai piedi di un monte, si fermarono tutti di nuovo e il vecchio chiese ancora al pappagallo: «C’è dell’oro sepolto qui?». E subito: «Certo!». Si misero tutti a scavare anche lì, ma non trovarono nemmeno l’ombra di una moneta. Nessuno s’era preoccupato di mettercela prima.

Il vecchio padrone s’accorse finalmente d’essere stato imbrogliato e pieno di rabbia esclamò: «Tu uccellaccio della malora, sei una truffa?». «Certo!» fu la pronta risposta. «Brutta bestia! È stato tutto un imbroglio?». «Certo!» rispose di nuovo il pappagallo. Ormai verde di rabbia e con gli occhi fuori dalla testa il vecchio padrone non poteva più contenersi; scagliò con furia il pappagallo per terra esclamando: «Tu sarai la mia morte! L’uccello fece qualche passo, poi con pochi colpi d’ala si levò in volo gracchiando: «Certo!».