DANIEL PENNAC Il professor Bal

[da Diario di scuola]

È sufficiente un professore – uno solo – per salvarci da noi stessi e farci dimenticare tutti gli altri.
Perlomeno è questo il ricordo che serbo del professor Bal. 
Era il nostro professore di matematica all’ultimo anno delle superiori. Dal punto di vista della mimica, il contrario di Keating; un professore che meno cinematografico non si può: ovale, direi, una voce acuta e nulla di speciale che attirasse lo sguardo. Ci aspettava seduto alla cattedra, ci salutava cordialmente e sin dalle prime parole noi entravamo nella matematica. Di che cosa era fatta quest’ora che ci catturava tanto?  Essenzialmente della materia che il professor Bal insegnava e di cui sembrava pervaso, cosa che faceva di lui un individuo curiosamente acuto, calmo e buono. Strana bontà, nata dalla conoscenza stessa, desiderio naturale di condividere con noi la «materia» che lo mandava in visibilio e che non poteva concepire ci ispirasse repulsione o anche soltanto ci fosse indifferente. Bal era impastato della propria materia e dei propri allievi. Aveva qualcosa nell’animo candido della matematica, una sbalorditiva innocenza. L’idea di poter essere vittima della gazzarra degli studenti non doveva mai averlo sfiorato, e a noi non sarebbe mai venuto in mente di prenderlo in giro, tanto era convincente la sua felicità di insegnare.
E tuttavia non eravamo un uditorio docile. Più o meno tutti usciti dalla discarica di Gibuti, assai poco invitanti. Ho alcuni ricordi di risse notturne, in città, e di regolamenti di conti interni che avevano ben poco di tenero. Ma appena varcavano la porta del professor Bal, eravamo come santificati dalla nostra immersione nella matematica e passata l’ora, ognuno di noi usciva mathematikos.
Il giorno in cui ci conoscemmo, quando i più negati di noi si erano vantati dalla loro media dello zero, lui aveva risposto sorridendo che non credeva agli insiemi vuoti. Dopodiché aveva fatto alcune domande molto semplici e considerato le nostre risposte elementari come inestimabili pepite, cosa che ci aveva molto divertiti. Poi aveva scritto la cifra 6 alla lavagna chiedendoci cosa fosse.
I più sfacciati avevano tentato una sortita: «Le 6 dita della mano!», «Le sei stagioni». Ma l’innocenza, nel suo sorriso, era davvero scoraggiante: «È il voto minimo con cui sarete ammessi alla maturità». Aggiunse «Se smetterete di avere paura». E ancora «Comunque, non ne parlerò più. Qui non ci occuperemo della maturità, ma della matematica». Infatti non ci parlò mai più della maturità. Metro dopo metro, impiegò quell’anno a tirarci fuori dall’abisso della mostra ignoranza, divertendosi a farlo passare per il pozzo stesso della scienza; si meravigliava sempre di ciò che nonostante tutto sapevamo.
«Credete di non sapere niente, ma vi sbagliate, vi sbagliate, sapete una grande quantità di cose. Guarda, Pennacchioni, lo sapevi questo?».
Certo quella maieutica non bastò a fare di noi dei geni della matematica, ma per quanto profondo fosse il nostro pozzo, il professor Bal ci portò tutti al livello dell’orlo: ammessi con il voto sei alla maturità! E senza la minima allusione, mai, all’avvenire catastrofico che secondo tanti professori da molto tempo ci aspettava.