GIOVANNI CAROSOTTI Contro gli insegnanti: la nuova linea della ministra Azzolina

[Roars, 14 aprile 2020]

Sarebbe stato un bene fosse proseguito quel clima di attesa e di sospensione del giudizio che, in un primo momento, sembrava dovesse prevalere tra tutte le parti che in questi anni si sono confrontate, anche molto polemicamente, sui destini della scuola italiana; anche in considerazione della opportunità di non strumentalizzare a proprio favore una situazione drammatica, che non coinvolge certo solo la scuola. Sembrava opportuno, semmai, confrontarsi a emergenza conclusa, in base alle esperienze acquisite, per valutare quanto della propria cultura professionale fosse stato messo in gioco e quali considerazioni trarne. È durato però poco. Come già testimoniato da Roars, la tentazione di strumentalizzare il ricorso obbligato alla “didattica a distanza” ha sedotto alcuni in modo irresistibile, con l’obiettivo –che sembra centrato- di condizionare l’azione di governo verso svolte autoritarie che si vorrebbero irreversibili.

Ad alzare pericolosamente i toni –ma a nostro parere con intenzione voluta, visto gli effetti che sembra avere prodotto presso il MIUR- è stato un comunicato firmato da una ventina di Dirigenti Scolastici. Avendo già destinato un’analisi accurata a questo testo, nella parte finale di un intervento dedicato proprio alle conseguenze e alle problematicità della “didattica a distanza”, a quello rimandiamo per non appesantire ulteriormente la presente nota. Il documento auspica in ogni caso una torsione decisamente autoritaria nell’organizzazione del lavoro scolastico, che prevede un potere pressoché totale dei Dirigenti Scolastici (esplicitamente rivendicato dai firmatari) sui docenti, ai quali viene negato il diritto di scegliere «che cosa insegnare»; essi vengono concepiti quali semplici esecutori («operatori» è l’espressione che prediligono i documenti ministeriali) di procedure e pratiche decise in altri contesti. Senza tenere conto di quanto queste pratiche siano contestate e non esista alcuna ragione scientifica per imporle in modo assoluto; laddove c’è un dibattito in corso, il vero interesse degli studenti –che tali Dirigenti non si sa per quale motivo pretenderebbero di rappresentare in modo esclusivo- è che sia preservato un pluralismo delle proposte metodologiche che garantisca un continuo confronto sui risultati ottenuti, nel rispetto del lavoro di tuti. E invece, secondo questi dirigenti: 

 Formazione obbligatoria, per tutti, valutazione per competenze, uso di tecnologie nella didattica. Sono anni che ci riempiamo la bocca con queste parole, adesso è il momento di metterle in pratica, tirarsi su le maniche e fare comunità.

Laddove la comunità è intesa come allineamento (questo verbo viene esplicitamente utilizzato poco dopo) totale alle loro prescrizioni. Il testo si caratterizza peraltro in una evidente insofferenza verso l’art. 33 della Costituzione, del quale i Dirigenti in questione vorrebbero offrire un’interpretazione autentica (chiedono a chi non la pensa come loro di «informarsi bene») che ci appare quanto meno problematica e piuttosto semplificata. 

 In ultimo chiediamo a chi urla ai quattro venti invocando la libertà di insegnamento, di informarsi beneIl docente non è libero di insegnare oppure no. E nemmeno di scegliere cosa insegnare. Il docente si allinea al PTOF della sua scuola, si attiene alle Indicazioni Nazionali, organizza il suo lavoro in raccordo con i documenti della scuola in cui esercita il suo ruolo, e alle disposizioni che il Ministero emana, come in quest’ultimo caso.

Una posizione, a nostro parere, decisamente reazionaria, sia per come concepisce le relazioni interne alla comunità scolastica, sia perché in contrasto con quei valori civili che la Costituzione assegna alla scuola della Repubblica. Ma, come detto, rimandiamo per un’analisi più accurata all’articolo sopra citato.

Ecco però comparire su “Orizzonte Scuola” un articolo che ci informa di come «il Ministro Azzolina» abbia «firmato il decreto con cui conferisce incarico di consulenza ad esperti di innovazione didattica e formazione». Ci si aspetterebbe che di tale gruppo di consulenti facessero parte esponenti delle diverse opzioni in gioco, in modo da offrire al ministro un ampio numero di soluzioni possibili rispetto a un quadro mai così problematico come quello offerto dalla situazione odierna. Invece a costituire questo gruppo troviamo –stando alle informazioni dell’articolo- solo dei sostenitori dell’innovazione didattica a senso unico: vi compare un docente in pensione di matematica e scienze, il prof. Giuseppe Paschetto, il cui merito sarebbe quello di essere rientrato tra i 50 finalisti (i «super insegnanti») scelti dalla VarkeyFoundation per il Global Teacher Prize. Possibile come scelta, in un contesto di rispetto reciproco. Ma ovviamente in tendenza con quella linea di politica internazionale distruttrice della scuola fondata sui valori culturali, ben rappresentata da una linea a nostro parere fortemente demagogica come quella del Global Teacher Prize.

Ad affiancarlo, proprio la prima firmataria del documento dei Presidi, la Dirigente Scolastica Amanda Ferrario. Che peraltro, a certificare una decisa continuità con i ministeri precedenti, aveva già collaborato con il ministro Bussetti.

Ci saremmo aspettati che quel documento così eccessivo ed estremista, soprattutto per la leggerezza e l’insofferenza con cui liquida il riferimento all’articolo 33 della Costituzione, avesse costituito un motivo di imbarazzo per il ministero. Sicuramente non mancherebbero personalità di più alto profilo intellettuale, e di maggiore competenza costituzionale, che meriterebbero di essere chiamate a questo lavoro di consulenza. La ministra, dunque, con questo decreto, riteniamo assuma quel documento quale linea guida rispetto alle trasformazioni che intende imporre alla scuola. Una soluzione che suona, a nostro avviso, come una dichiarazione di guerra verso i docenti e verso la loro professionalità.

Ancora una volta si è scelto di non ritenere i docenti quali principali attori della vita scolastica e primi interlocutori del ministero; si prendono delle decisioni alle loro spalle che ne condizionano pesantemente l’esercizio libero della loro professionalità, approfittando anche della loro attuale condizione di isolamento, che rende difficile una risposta organizzata e un confronto collegiale. Un bel ringraziamento rispetto allo sforzo che stanno compiendo per salvare l’anno scolastico e offrire risorse ai loro studenti. Sarebbe anzi da argomentare –ma non è il caso di farlo qui, e in parte ci abbiamo provato nell’articolo citato sopra- quanto proprio questa emergenza renda indisponibili e inefficaci le forme di innovazione didattica più radicali, incapaci nella loro vuota formalità di dare un senso compiuto a un’esperienza così drammatica e straniante quale quella che gli studenti stanno attualmente vivendo.

Una parabola sicuramente negativa –e nei modi così radicali inattesa- della politica scolastica del Movimento 5 Stelle, che ha scelto di agire in piena continuità con le scelte conservatrici di questi ultimi anni inaugurate con la Legge 107; di assecondare le indicazioni delle associazioni più inclini a sacrificare la scuola e la formazione degli studenti a un’ideologia economicistica dal corto respiro. All’interno di quel movimento ci sarebbero ancora delle voci critiche; sarebbe bene emergessero offrendo agli insegnanti una sponda nella loro volontà di evitare una tale deriva.

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