FLAVIO MARACCHIA Lettera alla scuola

[Gli opliti di Aristotele, 4 aprile 2020]

Mi arriva dalla scuola la comunicazione di dover presentare la programmazione entro la data stabilita. Per programmazione in una scuola elementare si intende la pianificazione del lavoro che il maestro ha intenzione di svolgere nella sua classe. La mia è sempre stata una programmazione a posteriori. La previsione del lavoro nel mio caso non sarebbe mai stata fedele all’originale. Oggi più che mai. Allora ho scritto e consegnato queste righe.

Il sottoscritto non presenterà ora alcuna programmazione, né qualcosa che possa anche solo avvicinarsi all’idea di una programmazione. La vita di tutti è stata stravolta, ognuno di noi vive l’incertezza del domani, la scuola italiana attraversa un momento drammatico come mai era successo nella storia della Repubblica,  eppure sembra non voler o poter rinunciare alla sua parte burocratica, quella che sempre di più l’ha trasformata in una fabbrica di acronimi e ha finito per svilire il significato delle parole fino all’inverosimile. È assurdo. Programmazione. Ma come si può parlare di programmazione in giorni come questi?

Come moltissimi docenti che non hanno abbandonato i propri bambini e i propri ragazzi nella solitudine e nello smarrimento, cerco risorse e strategie per restare un gruppo coeso, in crescita anche, e soprattutto, nel mezzo di questa tempesta. Immaginare che tutto possa svolgersi con le antiche modalità e credere che, in queste condizioni, si possa poter tagliare la scuola di prima per incollarla sulle piattaforme, è una follia.

Lavoro con i miei bambini, ma navighiamo a vista. Quello che sarà stato il mio lavoro di docente, ma ancora prima di educatore e formatore, lo si vedrà alla fine, quando si potrà raccontare cosa siamo riusciti a fare e quali sentieri abbiamo percorso tutti insieme.

Programmazione. Fatemi il piacere.

Flavio Maracchia

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