ROSARIO PAONE La cultura compostabile (su «La cultura componibile» di Lucio Russo)

Uno dei paradossi più evidenti della cultura contemporanea è l’incredibile accumularsi di «conoscenze» che non producono «conoscenza». Non è un fenomeno nuovo, Lucio Russo, uno degli intellettuali italiani più originali e «liberi» ha affrontato il tema in un libretto, per quantità di pagine, dal titolo La cultura componibile. Tanto più aumentano le conoscenze tanto più si «specializzano», nascono ambiti che sviluppano linguaggi, metodi, problemi molto raffinati. Questo, però, produce una frammentazione del sapere che non viene ricomposto attraverso la discussione tra discipline e sottodiscipline, alla fine del percorso la «conoscenza», anziché progredire, diminuisce in una «babele» epistemologica. Ogni «specialista» può rivendicare il proprio spazio di «competenza» fissando e difendendo confini disciplinari, ed è ironico, ma logico, avvenga quando si chiede all’istruzione di livello inferiore un forte contenuto interdisciplinare.

Per motivi oggettivi e soggettivi, nobili ed ignobili, anche centri di ricerca avanzati «scoraggiano» le contaminazioni tra discipline, provocando anche la reazione, specie nei ricercatori più brillanti e giovani, che creano gruppi «clandestini» di discussione. La cosa, affatto semplice, consiglio la lettura del libretto di Lucio Russo, produce una serie di effetti collaterali disastrosi:

1) la scomparsa di una cultura condivisa di base. Viviamo in un mondo in cui l’uomo colto «generico», cioè l’individuo in possesso delle conoscenze fondamentali per orientarsi nel mondo e partecipare alle decisioni collettive non esiste più. Un problema non da poco per la democrazia e per il sistema d’istruzione democratico;

2) la conoscenza s’isterilisce in dibattito ultraspecializzati il cui senso sfugge agli stessi specialisti. È, probabilmente, questo il motivo dell’utilizzo di concetti «polisemici» tali da poter essere dei «boundary object», anche se la «polisemia» talvolta produce un effetto da «lingua dei Puffi» se la discussione coinvolge esperti di settori diversi. Non è un fenomeno nuovo se gli autori che tentarono di sfuggire a questa trappola, cito Polanyi, Hirschman, Paolo Sylos Labini ad esempio, si ritrovarono ai «margini», pur producendo conoscenza utili per molte discipline diverse, ma oggi è evidente ed è, forse, all’origine del «problema dell’esperto» che traspare nella questione dei vaccini. In particolare è un problema dell’istruzione terziaria ed avanzata che dovrebbe favorire la discussione tra ambiti di ricerca diversi.

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