LEO FERRÈ La solitudine

Io vengo da un altro mondo, da un altro quartiere, da un’altra solitudine. Oggi come oggi, mi creo delle scorciatoie. Io non sono più dei vostri. Aspetto dei mutanti. Biologicamente me la cavo con l’idea che mi sono fatto della biologia: piscio; eiaculo; piango. Innanzi tutto noi dobbiamo lavorare le nostre idee come se fossero dei manufatti. Io sono pronto a procurarvi gli stampi. Ma…

la solitudine…

Innanzi tutto le lavanderie automatiche, agli angoli delle strade, sono imperturbabili così come il rosso o il verde dei semafori. I poliziotti del detersivo vi indicheranno dove vi sarà possibile lavare ciò che voi credete sia la vostra coscienza e che non è altro che una succursale di quel fascio di nervi che vi serve da cervello. E pertanto…

la solitudine…

La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora, noi la chiameremo «felicità», perché le parole che voi adoperate non sono più «parole», ma una specie di condotto attraverso il quale gli analfabeti hanno la coscienza a posto. Ma…

la solitudine…

Del Codice Civile ne parleremo più tardi. Per ora, io vorrei codificare l’incodificabile. Io vorrei misurare il pozzo di San Patrizio delle vostre democrazie. Vorrei immergermi nel vuoto assoluto e divenire il non detto, il non avvenuto, il non vergine per mancanza di lucidità. La lucidità me la tengo nelle mutande.

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