PATRICIA HIGHSMITH La gita a San Remo

[da Il talento di Mr Ripley]

In treno Dickie non disse neppure una parola, fece finta di avere sonno e si rannicchiò in un angolo con gli occhi ostinatamente chiusi. Tom sedette di fronte a lui fissando il suo attraente viso dall’espressione arrogante e le mani, ornate dall’anello verde e dal sigillo d’oro. Tom ebbe l’impulso di rubare l’anello verde, prima di andarsene. Non sarebbe stato difficile: Dickie aveva l’abitudine di levarlo prima di entrare in acqua. Dentro di lui stava montando un’emozione incontrollabile, fatta di odio, amore, frustrazione e insofferenza. Gli mancò il respiro. Voleva uccidere Dickie. Non era la prima volta che questa idea gli passava per la mente. Ma prima, un paio di volte o forse tre, questa idea era dovuta a rabbia passeggera, a delusione cocente, o insomma era frutto di un impulso momentaneo che svaniva in fretta, lasciandogli dentro un senso di rimorso. Quel giorno, però, indugiò su quell’idea per un minuto o due. Dopo tutto avrebbe dovuto lasciare Dickie comunque, e cosa contava la vergogna, in una situazione simile? Con Dickie aveva fallito su tutta la linea. Odiava Dickie perché, da qualunque punto di vista osservasse la situazione, il fallimento non dipendeva da lui, da nessuna delle cose che aveva fatto, ma piuttosto dipendeva dall’ostinazione disumana di Dickie. E dalla sua palese insensibiIità. Lui a Dickie aveva offerto amicizia, compagnia e rispetto, tutto quello che aveva da offrire, insomma! E Dickie si stava sbarazzando di lui, con semplicità e indifferenza. Se lo avesse ucciso durante quel viaggio avrebbe sempre potuto raccontare che era stato un incidente. Avrebbe potuto… Gli era appena venuta un’idea brillante: perché non diventare lui stesso Dickie Greenleaf. In fondo poteva fare qualunque cosa facesse Dickie. Prima di tutto avrebbe potuto tornate a Mongibello a prendersi tutto quello che apparteneva a Dickie e a raccontare una storia qualunque a Marge poi avrebbe.preso un appartamento a Roma o a Parigi, dove avrebbe potuto incassare l’assegno di Dickie tutti i mesi falsificandone la firma. Poteva calarsi d’un colpo nel personaggio di Dickie. Avrebbe potuto manovrare Greenleaf senior come un burattino. La pericolosità del progetto e la sua precarietà non fecero che alimentare il suo entusiasmo. Cominciò a pensare al come.

L’acqua. Ma Dickie era un nuotatore talmente provetto […].

San Remo. Fiori. Un’altra passeggiata sul lungomare, ancora negozi e negozietti, ancora turisti francesi, inglesi e italiani […].

Alla spiaggia noleggiavano barche a remi e piccole barche a motore. In ogni barca a motore, notò -Tom, c’era un anello di cemento massiccio legato a una gomena che fungeva da ancora per la barca.

«Che ne diresti se prendessimo una barca, Dickie?» chiese Tom.

«Va bene. Ma so o per un’oretta, tanto per fare il giro della baia», concesse Dickie già con un piede nella barca.

Con un energico strappo al cavo di avviamento il barcaiolo azionò il motore e chiese a Dickie se sapeva come farlo andare. Dickie annui. C’era un remo nella barca, un solo remo, notò Tom. Dickie prese la barra del timone e puntarono risolutamente verso il largo.

«Splendido!» urlò Dickie con un sorriso, i capelli agitati dal vento.

«Conosci la zona qui intorno?» urlò Tom, cercando di superare il rombo del motore.

«Per niente!» rispose Dickie allegramente. Evidentemente si stava godendo la corsa.

«È duro da manovrare quell’affare?»

«Neanche un po’! Vuoi provare?».

Tom esitò. Dickie stava puntando ancora verso il mar aperto. «No, grazie». Di nuovo si guardò a destra e a sinistra. In lontananza, sulla sinistra, c’era una barca a vela.

«Dove andiamo?» urlò Tom.

«T’importa?» sorrise Dickie.

No, non gli importava […].

«In queste barchette si ha l’impressione di andare molto più veloci di quanto si vada in realtà!» urlò Dickie.

Tom annuì, permettendo a un sorrisetto compiacente di affiorare in superficie. In verità era terrorizzato. Dio solo sapeva quanto era profonda l’acqua sotto di loro. Se solo fosse successo qualcosa alla barca non c’era una sola possibilità al mondo che ce la facessero fino a riva; per lo meno, che lui ce la facesse. Era altrettanto vero che non c’era una possibilità al mondo che qualcuno vedesse quello che avveniva nella barca. Da quella distanza, pensò, avrebbe potuto colpire Dickie, avrebbe potuto saltargli addosso, baciarlo, o gettarlo in mare senza che nessuno potesse vederli.

Tom sudava, un sudore gelido sulla fronte e bollente sotto gli abiti. Aveva paura, ma non dell’acqua, di Dickie. Sapeva che era arrivato il momento, ormai niente avrebbe potuto fermarlo, neppure la sua stessa volontà. Eppure poteva anche non riuscire.

«Scommetti che mi butto in acqua» urlò Tom slacciandosi i bottoni della giacca.

Dickie rise a quella sfida, con la bocca spalancata e gli occhi fissi all’orizzonte. Tom continuò a spogliarsi. Portava scarpe e calzini ma sotto i pantaloni aveva il costume da bagno come Dickie.

«Se vai dentro ci vengo anch’io!» urlò. «Allora?». Voleva indurlo a rallentare.

«Allora certo!» Dickie rallentò di botto, quasi staccando il motore, lasciò la barra del timone e si tolse la giacca. La barca oscillò perdendo velocità. «Forza», esclamò Dickie, indicando con un cenno del capo i pantaloni che Tom non si era ancora tolti.

Tom lanciò un’occhiata alla terraferma. San Remo era una confusione indistinta di case bianche e rosa. Prese il remo con aria noncurante, come se stesse giocherellandoci, poi nel momento stesso in cui Dickie era impegnato a togliersi i pantaloni, lo sollevò e lo abbatté sulIa-sua testa.

«Ehi! ». Gridò Dickie stupefatto e cadendo riverso sul sedile di legno. Le sopracciglia pallide si aggrottarono in una sorta di ottusa incredulità.

Tom si alzò e colpì  nuovamente col remo, con forza, con l’energia disperata di una molla che scatta.

«Per Dio!» biascicò Dickie, fissandolo minacciosamente, come una belva scatenata, mentre la coscienza scivolava via dagli inespressivi occhi azzurri.

Tom lasciò andare un altro colpo di sinistro contro la tempia di Dickie. Il remo prese la testa di taglio aprendo uno squarcio. Schizzò uno zampillo di sangue, davanti agli occhi attoniti di Tom. Adesso Dickie era steso sul fondo della barca, scomposto nell’agonia. Tom afferrò saldamente il remo come una lancia e l’affondò nel fianco di Dickie. Il corpo martoriato si afflosciò inerte, finalmente immobile. Tom si rizzò ansimante e cercò di riprendere fiato.

Si fermò, strappò l’anello verde dal dito di Dickie e se lo cacciò in tasca. L’altro anello era più stretto ma alla fine cedette e uscì dal dito dalla nocca escoriata e sanguinante. Poi afferrò la fune assicurata all’anello di cemento bianco; l’altro capo della fune era assicurato a un anello di ferro a prua della barca. Tom cercò di slegarlo. Al diavolo, era un nodo infernale, reso ancor più stretto dall’acqua salmastra e dal tempo. Lo colpi con il pugno con un gesto di disperazione. Aveva bisogno di un coltello.

Guardò Dickie. Era morto? Tom si rannicchiò nell’angolino di prua fissando alla ricerca di un segno di vita. Aveva orrore di toccarlo, persino di sfiorargli il torace o il polso per sentire se il cuore batteva ancora. Si girò e scosse freneticamente la fune finché non si rese conto che stava solo peggiorando la situazione.

[…]

Tom gettò in acqua il peso. Questo descrisse un breve arco e affondò nei flutti trasparenti con un tonfo e un ribollire di schiuma. Quasi subito scomparve e affondò, affondo finché la fune non si tese con uno strappo intorno alle caviglie di Dickie, mentre Tom cercava di sollevarle oltre il bordo della barca e di spingere contemporaneamente il corpo. Disperato, cercò di tirare un braccio, tiepido e inerte, quasi goffo. Ma le spalle restavano ostinatamente incollate al fondo della barca e quando intensificò la stretta al braccio questa Io segui, cedendo come se fosse stato di gomma, senza minimamente smuovere il corpo. Tom si mise in ginocchio e cerca di fare leva dal basso […].

Riprovò con la testa e le spalle di Dickie, facendo ruotare il corpo sulla pancia e spingendo a poco a poco, con pazienza. Ora la testa di Dickie era in acqua, con il bordo della barca che gli tagliava il corpo in due, mentre le gambe ciondolavano inerti, pesanti come il piombo e ignare degli sforzi disperati di Tom, proprio come era avvenuto poco prima per le spalle. Sembrava che una forza irresistibile le tenesse incollate, come calamitate al fondo della barca. Tom respirò a lungo e ci provò di nuovo. Finalmente il corpo superò il bordo, ma Tom perse l’equilibrio e cadde contro la barra del timone. Il motore al minimo, parti rombando.

Tom fece un balzo verso la levetta di comando ma la barca scartò contemporaneamente descrivendo un arco come un cavallo imbizzarrito. Per un attimo vide l’acqua sotto di lui e le sue mani protese nel vuoto, nel vano tentativo di afferrarsi al bordo che improvvisamente non era più dove avrebbe dovuto essere.

Si ritrovò in acqua.

Urlò aiuto. Non ne ricavò nulla, tranne un’altra boccata d’acqua salata. Riusci a toccare con la mano la barca sotto il pelo dell’acqua ma la spinta incontenibile della prua Io respinse lontano. Annaspò selvaggiamente per toccare la poppa della barca o senza curarsi delle pale mortali dell’elica. Le dita sfiorarono la barra del timone. Scattò. Troppo tardi! Mentre gli passava sopra, la chiglia Io colpi violentemente sulla nuca. Ecco, la poppa era di nuovo a portata di mano. Annaspò ancora una volta mentre le dita cercavano una presa sulla viscida barra del timone. L’altra mano afferrò miracolosamente il bordo. Tenne il braccio rigido cercando di portare il corpo lontano dall’elica. Con energia disperata si diede una spinta verso l’angolo di poppa. Ora un braccio era saldamente ancorato al bordo. Lentamente tastò finché non arrivò a toccare la levetta di comando.

La barca rallentò. Tom rimase aggrappato con tutte e due le mani al bordo, la testa vuota per il sollievo, per l’incredulità, finché non si rese conto del dolore lancinante alla gola e delle violente fitte che gli dilaniavano il petto a ogni respiro […].

Pensò agli anelli di Dickie. Li cercò a tentoni nella tasca della giacca. C’erano ancora, e dove si aspettava che fossero, dopo tutto? Fu squassato da un accesso di tosse, mentre le lacrime gli annebbiavano la vista. Si guardò intorno per accertarsi che non ci fosse nessuno nei dintorni. Si strofinò gli occhi arrossati. Nessuno, non si vedeva niente tranne una barchetta a motore che sfrecciava in lontananza descrivendo ampi cerchi senza badare a lui.

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