MARCO REVELLI Populismo 3.0

«The Post Internazionale», 4 novembre 2021

Il vaccino è solo il detonatore dl un malessere che cova da decenni nella nostra società. nel disagio dl un popolo variegato dl esclusi monta la rabbia in cui i neofascisti sguazzano

All’ultimo corteo no vax/no pass milanese, il quattordicesimo di fila, ancora molto partecipato con oltre 10mila manifestanti, colpiva il grande striscione in testa con la scritta «Ora e sempre Resistenza», mentre al fondo spiccava un perentorio «Se per vivere bisogna strisciare, alzati e muori». Dicono le cronache che davanti si distinguevano frange di antagonisti “di sinistra”, mentre dietro spiccava un gruppone della famigerata “Comunità militante 12 raggi” di Varese (sigla Do.Ra), neonazisti dichiarati che a prova della demoniacità del vaccino citano le origini ebraiche dell’«amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, veterinario ebreo» e del suo «capo ricerca Mikael Dolsten, anch’egli ebreo», aggiungendo che non si può «essere contrari ad una società meticcia se, nel nostro stesso organismo, inseriamo codici genetici che riscrivono l’eredità millenaria del nostro sangue», come sarebbero appunto i vaccini mRna.

In mezzo, però – tra sporadiche bandiere tricolori, un grande vessillo bianco con la scritta «Bolsonaro Presidente» e una colorata effige del Redentore sopra il motto «Gesù ha lottato per la libertà» – sfilava, in ordine sparso, una moltitudine di gente inerme, sciolta, cioè fuori da ogni rango e appartenenza: una Ionely crowd. Una “folla solitaria” nel senso letterale del termine più che in quello attribuitogli dalla sociologia americana postbellica, dove gli individui, sciolti dai vincoli delle appartenenze originarie e delle tradizioni, si sfiorano senza incontrarsi, camminano senza parlarsi, parlano senza ascoltarsi, talvolta recitano uno slogan in coro ma senza soffermarsi, atomi di uno sciame senza regina. Lo guardo con curiosità quasi ossessiva questo aggregato. Vado a caccia maniacalmente delle riprese video – campo lungo, primi piani soprattutto – per spiarne espressioni, fogge degli abiti, sguardi, pieghe del viso. E mi convinco sempre di più che quello che si è materializzato nelle nostre piazze, in questa tarda estate che non vuole finire, è l’estrema variante del populismo di ultima generazione: un “populismo 3.0”, seguito all’esplosione vitalistica dei primi anni Dieci.

L’uomo dimenticato

È l’onda apparentemente travolgente salita fino alle porte dei governi e dei parlamenti, ma poi rifluita, persa la sfida del potere, e oggi raggruppata in modo informe – e trasversale, tra destra e sinistra, come si addice appunto alla sindrome populista – dietro la bandiera del No al «siero maledetto» e al suo corollario disciplinante. L’ultima incarnazione del forgotten man, dell”‘uomo dimenticato” che aveva tentato la scalata al cielo e che ora si richiude invece a riccio nell’enclave del Rifiuto Assoluto. Del «Non ci avrete mai». Dietro al coro autorassicurante ma in realtà disperato «la gente come noi non molla mai».

Un milanese che li ha visti da vicino, Fausto Anderlini, li descrive così: «Volti segnati da una esistenza faticosa, bellezze sciupate, quel mondo trasandato, dipendenti, autonomi, piccoli impiegati, anche qualche freak un po’ degradato e border line, che è tipico del country americano e adesso comune anche da noi». E li definisce, con felice espressione, come «un mondo di “periferie”, culturali e psicologiche prima ancora che sociali». Un mondo che la contrapposizione improvvisa, muro contro muro, con il resto della popolazione «convenzionale, pro-sistema e istituzionalizzata» ha fatto di colpo precipitare nella consapevolezza della propria marginalità, del consumato declassamento, della più o meno inconsapevole discesa verso il basso (sociale ed esistenziale) e verso il margine.

Fino a trovarsi, appunto, al di là del muro sociale (rappresentato simbolicamente dal famigerato “pass”) e al di sotto della soglia della rappresentanza politica (sono parte dell’enorme massa di astenuti). Fuori dall’ascensore sociale e fuori dalle urne elettorali. Aggrappati alla propria condizione di irriducibilità (oggettiva) fino a rovesciarla in valore (soggettivo): i non voluti che dichiarano di non volere la “normalità” degli altri (dei più), e fanno un vanto del proprio essere «quelli che non la bevono». I pochi, anzi i soli, rimasti a battersi per la «Libertà», anche se qui il termine assume rifrazioni bizzarre, assomigliando più alla libertà autistica del consumatore (il denaro è mio e lo gestisco io) – o a quella del Signore nietzscheano che pretende di esser libero di dominare il Servo – che non alla libertà costituzionale che si arresta appunto là dove incontra la sfera di libertà dell’altro.

Crisi ultradecennale

Ora, dobbiamo dircelo, quello zoccolo duro, impermeabile all’argomentazione razionale e inconvincibile con gli strumenti della scienza ufficiale e della statistica, che costituisce la base coriacea dell’ultimo populismo, non si è formato con la pandemia, e men che meno con la campagna vaccinale e il green pass (che sono solo i detonatori). È al contrario il prodotto di un processo pluridecennale di sfarinamento della struttura sociale e di decostruzione dell’equilibrio esistenziale propri della modernità novecentesca. Una lunga fase di scomposizione degli aggregati sociali (sconfitta del lavoro, crisi del ceto medio, smaterializzazione delle appartenenze) e contemporaneamente di colonizzazione del mentale da parte di narrazioni potenti e falsificanti che hanno sovrapposto al rapporto collettivo con la realtà un piano di finzione ad uso dei poteri dominanti pervasivo e alienante.

Tanto che potremmo persino leggere nei sussulti di queste piazze un improvviso, brusco risveglio di chi, preda a lungo dell’illusione, riapre d’improvviso gli occhi, e come l’uomo di Camus si rivolta. Se non fosse che in questo apparente soprassalto, l’uomo alienato di ieri si rivolge ai più triti e originari stereotipi dell’alienazione dell’altro-ieri, preda di maghi e fattucchiere, di narrazioni illusionistiche e di complottismi pacchiani, in un processo di progressiva «distruzione della ragione» in cui l’estrema destra antisistema nuota come il pesce nell’acqua.

E non è un caso che i neonazisti della “Comunità militante dei 12 raggi” corredino i propri deliranti proclami con un’apologia della «Libertà» firmata da Paul Joseph Goebbels. Il quale intendeva la Libertà del “tedesco” – individuo e comunità nazionale – di farsi signore del mondo annientando la libertà di tutti.