PLV Le nuove chiusure della scuola e i mostri all’orizzonte

[Giap, 26 febbraio 2021]

– Prof, lo so, mi dispiace ma a distanza non ce la faccio.

Inizia il gioco delle parti. Se mollo e gli dico che ha ragione è come se gettassi la spugna. Se gli dico che è colpa sua che non si impegna, rovescio solo su di lui una responsabilità che non è solo sua.

E non posso gettare la spugna.

«Io gli direi che…»

Sono tanti i consigli che arrivano da amici e amiche. «Io gli direi che ha ragione», «io gli direi che così la scuola è inutile», «io gli direi di andare fuori con gli amici». Ma anche se gli dici qualcosa del genere, con quella persona ti ci devi interfacciare il giorno dopo, e quello dopo ancora, e quello dopo ancora…

Una battuta amichevole e provocatoria diventa solo una forma di narcisismo se non è affiancata da una pratica concreta. E mi dispiace, con questa Didattica a Distanza di pratiche funzionali non ne ho trovate. In questi giorni mi sono anche letto Formare…a distanza?, il libretto di C.I.R.C.E: molto bello, ma riporta le idee e le pratiche del primo lockdown e per questo mi sembra appartenga a un’altra epoca storica. Ora l’unica pratica sensata che mi viene in mente è quella di spegnere il computer.

Ma non si può fare. Un contratto me lo impedisce.

E me lo impediscono mille altri legacci, alcuni dei quali potrebbero serenamente portare al mio licenziamento.

– Non ce la faccio, prof.

«Nemmeno io, fidati. È un’agonia.»

Non ricordo se gliel’ho detto quella volta. La sua è una frase che sento ripetere spesso, con svariati accenti, e non rispondo sempre allo stesso modo. Ma è questa la risposta onesta: nemmeno io ce la faccio.

Quella volta però, a fine lezione la prof di sostegno mi ha detto: «Lo capisco a dire che non ce la fa».

Ha ragione, pure lei. E un po’ la invidio perché non è spinta a rispondere a ogni frase che sente. Ha un altro ruolo, anche più difficile, ma quell’obbligo non ce l’ha. Lei però ha dei figli, da lunedì staranno a casa sempre. Sono fortunato a non essere un genitore in questo momento. O un adolescente.

Smozzico una risposta, ne scelgo qualcuna del mestiere, nella consapevolezza che è un lose-lose: perdo in ogni caso.

– Quando siamo in presenza è meglio?

– Quando siamo in presenza è meglio, prof.

– Allora studia che venerdì controllo il quaderno.

– Eh, prof!


Vaccini e vaccate

5 Febbraio 2021.

Sul sito della regione Emilia-Romagna c’è scritto: «Covid, il programma vaccinale di massa della Regione: 45mila dosi al giorno».

Oggi sappiamo che avremo forse 60mila dosi di Astrazeneca. Secondo quelle dichiarazioni i vaccini al personale scolastico dovevano essere smaltiti in 1 giorno e un quarto: un mio amico si vaccina domani, io sto aspettando ancora che mi sia fissata una data.

Le dosi non arrivano, arrivano, le vaccinazioni le organizzano i medici, si fanno in Fiera, facciamo a tressette. Tutto, pur di avere un titolo sul giornale. La politica della Regione Emilia-Romagna diventa una telefonata di Nanni Moretti: mi si nota di più se li vaccino, se li vaccino tutti insieme o se non li vaccino per niente?

Nel frattempo in Toscana al personale scolastico hanno già distribuito il 70% dei vaccini.

Chi le paga queste vaccate?

15 Febbraio 2021. Sempre Bonaccini:

«Se la curva aumenta e ci fosse la necessità di prendere ulteriori provvedimenti, piuttosto che lasciare a casa i ragazzi, sarebbe meglio se si dilatassero gli orari su tutta la giornata, quindi mattino e pomeriggio»

Chi le paga queste bugie?

Bonaccini pochi giorni fa era contro le chiusure delle attività economiche. Bisogna aprire, l’ha detto pure Salvini.

Il giorno dopo firma ordinanze per la zona Arancione-Scuro, tonalità Guantanamo. Cosa chiude in più rispetto all’Arancione? Chiudono le scuole, nient’altro. E restringono gli spostamenti.

Il 25 Febbraio, la neo-ministra Gelmini, insieme al ministro Speranza, rilascia una dichiarazione: «è difficile parlare di chiusura delle scuole da una parte e di riaperture di attività commerciali dall’altra».

Me la ricordo la Ministra Gelmini: l’ultima volta che l’ho incrociata era in una strada piena di gente, in centro a Roma, l’odore di limone nell’aria e un Nettuno con nuvole di fumo nero, dense, alle spalle. Era il 14 Dicembre 2010.

Questo personaggio dice cose più sensate di Bonaccini.

Rendiamoci conto.


Tragedie greche

Nel suo spettacolo sul disastro del Vajont, Marco Paolini a un certo punto dice che quella sembra una tragedia greca: è in date precise che avvengono i passaggi drammatici, come se ci fosse un destino.

Si richiudono le scuole. Esattamente un anno dopo. Solo che non è un destino, non lo era per il Vajont, non lo è adesso. Si sa e si sapeva da mesi che il problema sarebbe esploso con forza. La tragedia che viviamo nei nostri ospedali in questo momento era prevedibile, maledizione. Semplicemente non abbiamo fatto nulla per prevenirla.

[Ai tempi del Vajont si disse che un sasso era caduto in un bicchiere e aveva fatto uscire l’acqua, era un disastro “naturale”, non aveva colpa nessuno ecc. Oggi si dà la colpa di tutto al virus, è tutto un «a causa della pandemia», «i danni provocati dal Covid»… In questo modo la classe dirigente schiva ogni responsabilità, N.d.WM]

Per settimane Pescara è stata all’avanguardia: una delle città più colpite dalla cosiddetta variante inglese.

Ma fa impressione Brescia, fa impressione Bologna: le zone più colpite di un anno fa sono e saranno le stesse più colpite ora. Chissà come mai.

Eppure qualche Tiresia in giro c’era stato:

– Alla prossima epidemia cosa faremo?

Quando lo domandavamo in questi mesi, la gente pensava stessimo esagerando.

– Ma va là, dopo questa basta.

Il problema è che potrebbero andare avanti così per anni. Il problema ci sarà, il tuo dovere è essere preparato.

E se non sei preparato cosa fai? Chiudi la scuola.

Ma funziona?

Alcuni dicono che in passato non sia servito a nulla.

25 Febbraio 2020. Paolo Pandolfi, direttore del Dipartimento di sanità pubblica di Bologna: legge i rapporti tamponi/contagiati e parla di scuola. Repubblica riporta e commenta:

«rispetto alla popolazione complessiva, l’impatto del virus nelle scuole è minore. E lo dimostrano i dati dei tamponi. “Il tasso di positività non è molto alto – conferma Pandolfi- il 5,6% tra gli studenti e il 5,1% tra gli insegnanti”, mentre va oltre il 10% nella popolazione generale.»

La situazione peggiora in generale. Forse ora ci si infetta pure a scuola, può essere. Come in tanti altri luoghi. Anzi, meno. A quanto dice Pandolfi fuori dalla scuola ci si infetta di più. Ma nella zona arancione scuro chiudono solo le scuole e i centri sportivi.

Non altre attività: non le fabbriche di armi, non i cantieri che stanno gentrificando i nostri quartieri, non i capannoni della pianura, la zona più colpita dell’Emilia-Romagna.


Un cuore così Bianchi

Patrizio Bianchi

Lady Macbeth non uccide Banquo. Si insudicia le mani di sangue e le mostra al marito che ora è timoroso per il gesto che ha compiuto:

«Le mie mani sono del tuo stesso colore, ma mi vergogno di avere un cuore così bianco.»

Patrizio Bianchi è lo stesso personaggio che ha accompagnato la chiusura della scuola dell’ultimo anno, che ha dato forma all’esplosione di quell’incubo che è la Didattica a Distanza, che offre una prospettiva di aziendalizzazione della scuola. Solo che il suo nome sui giornali è uscito poco e spesso in contrasto con la Ministra Azzolina. Il suo cuore è bianchissimo.

Perché dobbiamo fingere di avere fiducia nel nuovo Ministro dell’Istruzione fino a che non ci avrà dimostrato che in realtà c’è poco da fidarci? Lo sappiamo già.

È stato il braccio destro di Azzolina per mesi, non basta questo?

È uno dei massimi sostenitori dell’autonomia scolastica, non basta questo?

Ha di diverso che è più presentabile di chi l’ha preceduto, ma per questo è più pericoloso.

Partiamo da ora: dove sono gli scudi levati per la riapertura della scuola? Davvero c’era bisogno che intervenisse Mariastella Gelmini e lui stesse muto?

Col risultato che è tutto delegato agli enti locali. Ma questa, dovremmo averlo capito ormai, non è mancanza di strategia, bensì l’esatto opposto. Semplicemente chi sta più in alto fa in modo che a prendersi la responsabilità sia chi sta un gradino più in basso e così all’infinito. Fino a ciascun* di noi, untore irresponsabile.

Il responsabile non è chi governa e ha passato decenni a smantellare le reti di sicurezza che esistevano in questo paese, non è chi ha buttato via mesi senza prendere contromisure: sei tu a uccidere le persone che si ammalano.

«Sei stato tu, col tuo sasso», diceva quel poliziotto a Genova, nell’estate di vent’anni fa.

Torniamo indietro, basiamoci su quello che Bianchi ha fatto o detto da quando è Ministro. 24 Febbraio:

«[La scuola] è sempre stata aperta in questi mesi, in presenza o a distanza, ha dimostrato capacità di reagire, ha lavorato per mantenere la continuità.»

Questa frase, apparentemente innocua e apologetica nei confronti del personale scolastico, è il piano discorsivo che legittima di fatto le nuove chiusure delle scuole: la DAD è piena continuità, ha dei difetti, figurarsi, ma è tollerabile. Teniamocela, magari per dopo. Tanto, secondo i piani attuali del Recovery Fund di DAD ce ne sarà parecchia in futuro.

Pochi giorni prima Mario Draghi aveva proposto che la scuola recuperasse il «tempo perduto», magari prolungando l’anno scolastico fino a fine Giugno. Scusate, la DAD è «tempo perduto» o continuità con la scuola? La risposta noi la conosciamo, ma almeno mettetevi d’accordo tra di voi.

Il fatto è che le priorità di questo governo e di questo ministro sono altre.

Il 17 febbraio, quattro giorni dopo l’insediamento, Bianchi annuncia che gli Invalsi, le prove ipercriticate da quasi tutto il mondo della scuola, si faranno. Non sappiamo ancora come si faranno gli esami di maturità, ma sappiamo che gli Invalsi di faranno. Si parte da subito: la preparazione inizia l’1 Marzo.

Il giorno in cui nella provincia di Bologna la scuola chiuderà di nuovo.


Che fare

Va bene che i TAR diano torto ai governatori, com’è successo anche in Emilia-Romagna nel gennaio scorso, ma oltre alle sentenze ci vogliono le lotte.

Non ne usciamo se non mettiamo il culo in strada. Se non ci parliamo tra tant* e divers*. Se non ingoiamo dei rospi in nome di qualcosa che va oltre noi.

In gioco non ci sono solo le prossime settimane. Non è solo la scuola aperta il prossimo lunedì. Nei prossimi due mesi si decide il futuro della scuola in questo paese e per come sono i piani non sarà roseo. Ogni esitazione ci costerà cara negli anni a seguire.

Per l’istruzione, Priorità alla Scuola ha elaborato un piano alternativo a quello presentato dal governo Conte-Bis. Non sappiamo ancora cosa pensa Mario Draghi… ma in realtà lo sappiamo, la linea è già tracciata da tempo. La scuola diventa dominio privato, vittima di ranking, con valutazioni sterili necessarie a determinare lo stanziamento dei pochi fondi. E nessuno di quei fondi aiuterà concretamente le persone in fondo alla scala sociale.

La situazione torna a essere drammatica, come un anno fa, gli ospedali si riempiono, i numeri inquietano. Abbiamo paura.

È giusto averne, ma è sbagliato esserne vittime: stiamo molto attent* a non cedere prima di aver ottenuto qualcosa.

È pretendendo il rientro a scuola che in Emilia-Romagna abbiamo ottenuto i tamponi in farmacia ogni 15 giorni.

È pretendendo il rientro a scuola che abbiamo forzato la campagna vaccinale.

Se vogliono chiudere le scuole, prima chiudano tutto il resto. E chiudano pure quest’agonia di DAD.

Se vogliono sconfiggere il virus, incidano lì dove è più urgente farlo. Non nel luogo in cui, pur avendo un’altissima concentrazione di persone, ci si contagia la metà che altrove. Pandolfi dixit.

Organizziamoci, perché abbiamo bisogno di tutta la nostra forza.