RAYMOND CHANDLER Il bersaglio

[da «La signora del lago», traduzione di Oreste Del Buono, Feltrinelli, Milano 1996, pp. 185-7]

—Allora credete che abbia ucciso Lavery? — disse tranquillamente.

— Non lo credo, lo so.

— E volete sapere perché sono tornata indietro?

— Be’, in fondo, in fondo, cosa volete che m’importi? — dissi.

Ora rideva proprio, gelida e sprezzante. — Mi aveva fregato tutti i soldi. Tutti i miei soldi, spiccioli compresi. È per questo che sono tornata. Non c’era il minimo pericolo. Sapevo bene come viveva. Diciamo che sono tornata, a esempio, per metter dentro, in casa, il latte e il giornale. La gente perde la testa in occasioni simili, ma non io. Non vedo proprio perché l’avrei dovuta perdere. È sempre meglio non perderla.

— Capisco — dissi. — Dunque, è chiaro, gli avevate sparato la sera prima. Avrei dovuto sospettarlo, anche se poi non è che sia molto importante. Si era appena fatto la barba. Ma già, lo si sa, gli uomini che hanno la barba scura e molte amiche del cuore, spesso si fanno la barba due volte, una la sera, prima di passare all’attività notturna, eh?

— L’ho sentito dire anch’io — disse, quasi allegra. — E quali sono le vostre intenzioni, ora?

— Siete la puttanella con più sangue freddo che abbia mai conosciuto — dichiarai. — E mi chiedete quali siano le mie intenzioni? Consegnarvi agli sbirri, naturalmente. Sarà un vero piacere per me.

— Non credo proprio — disse, e pareva cantare addirittura. — Non mi domandate perché vi abbia consegnato la pistola scarica? Perché mai? Perché ne avevo un’altra in borsetta. Come questa.

La sua mano destra venne fuori fulmineamente dalla tasca e mi trovai preso di mira. Sorrisi. Forse non era il sorriso più cordiale del mondo, comunque sono sicuro che era un sorriso.

— Non mi è mai piaciuta una scena del genere — dissi. — Il detective faccia a faccia con l’assassino. L’assassino tira fuori una pistola e la punta contro il detective. Poi l’assassino racconta al detective tutta la sua orribile storia con l’idea di accopparlo alla fine. Il tutto dura moltissimo, anche se non finisce mai come prevedeva l’assassino. Succede sempre qualcosa. È un tipo di scena sgradito non solo a me, ma anche agli dei, che ogni volta intervengono a modificarla.

— Ma questa volta — disse dolcemente lei, alzandosi e incedendo lentamente verso di me sul tappeto — si può cambiar copione, no? Supponete che io non vi racconti nulla, che nessuno intervenga, e che vi accoppi subito, può andar meglio così?

— Vi confesso che la scena non mi piacerebbe lo stesso —

— Non avete l’aria di provar paura — disse, passandosi la lingua sulle labbra e avvicinandosi ancora di un passo sul tappeto.

— Non ho paura — dissi, mentendo. — È troppo tardi, la notte è troppo calma, la finestra è troppo aperta e il colpo di pistola farebbe troppo rumore. E ci mettereste troppo tempo per arrivare in strada, a parte il fatto, fondamentale, che non siete una buona tiratrice. Con ogni probabilità, sbagliereste mira. Avete mancato Lavery tre volte.

— Alzatevi — disse lei.

Mi alzai.

— Sarò troppo vicina per mancare il bersaglio — disse e mi appoggiò al petto la canna della pistola. — Non posso sbagliare da questa distanza, eh? E, dunque, statevene buono, tirate su le mani. Se fate un movimento sospetto, la pistola parte da sola.

Tirai su le mani e guardai la pistola. Mi sentivo la lingua un poco spessa, ma riuscivo ancora a muoverla. Lei mi tastò le tasche con la mano sinistra. Non trovò la pistola che si aspettava di trovare. Lasciò ricadere la mano e si mordicchiò le labbra, fissandomi. La canna della pistola mi entrava nel petto. — Volete girarvi ora? — mi domandò con gentilezza, come un sarto durante le prove.

— C’è qualcosa di maledettamente sfasato in tutto quel che fate — dissi. — Tanto per cominciare, non sapete minimamente servirvi di una pistola. A esempio, mi state troppo vicina e poi… per quanto mi scocci sollevare l’annosa questione… ma c’è l’eterna faccenda della sicura. Non l’avete tolta, ve la siete dimenticata. È un classico.

Allora, lei tentò di fare le due cose contemporaneamente. Indietreggiare di un passo e cercare con il pollice la sicura da rimuovere, senza distogliere gli occhi dalla mia faccia. Due cose semplicissime che richiedevano una infima frazione di tempo per esser compiute, ma non riusciva ad ammettere con se stessa che fossi stato io a suggerirgliele. Non le piaceva riconoscersi in stato d’inferiorità. La breve confusione che ne seguì la sconvolse. Emise uno strano gemito di dolore e io le calai la mano destra sulla nuca e le schiacciai duramente la faccia contro il mio petto, la mia mano sinistra si abbassò, invece, sul suo polso destro e glielo torsi. La pistola le sfuggì di mano e cadde a terra. Sentivo la sua faccia contrarsi disperatamente contro il mio petto, mi parve che tentasse di gridare.

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