GEORGE MONBIOT La generazione derubata

[da «The Guardian», tradotto da «Internazionale», 1304, 26 aprile 2019]

I ragazzi che scendono in piazza hanno ragione: gli stiamo rubando il futuro. L’economia è un sistema piramidale con conseguenze ambientali che ricadono sui ragazzi e sui bambini che nasceranno. La crescita di questo modello è basata sul furto intergenerazionale. Al cuore del capitalismo c’è un presupposto: chiunque abbia denaro ha il diritto di accaparrarsi le risorse del pianeta. È possibile comprare la terra, l’atmosfera, i minerali, la carne e il pesce senza preoccuparsi di chi rimarrà senza. Basta pagare per avere catene montuose e pianure fertili. Chiunque può bruciare tutto il combustibile che vuole. Ogni sterlina o dollaro garantisce un diritto sulla ricchezza naturale del mondo. In base a quale principio il conto in banca dà un diritto a possedere il pianeta? La giustificazione classica risale al Secondo trattato sul governo di John Locke, del 1689. Per Locke il diritto a possedere le risorse naturali si acquisisce con il lavoro: i frutti raccolti, i minerali estratti e i terreni arati diventano proprietà esclusiva di chi ci lavora. La sua teoria fu ampliata nel Settecento dal giurista William Blackstone, secondo cui il diritto di un uomo al «controllo esclusivo e dispotico» della terra è attribuito a chi la occupa per primo per produrre cibo. Quel diritto può poi essere ceduto in cambio di denaro.

Anno zero

È questo il principio fondante del nostro attuale sistema economico. E non ha alcun senso. Tanto per cominciare ipotizza un arbitrario anno zero in cui chiunque può occupare un pezzo di terra e rivendicarlo come suo. Locke usò I ‘America come esempio di territorio vergine su cui affermare i propri diritti. In realtà, come ammise Blackstone, questo diritto era basato sullo sterminio dei nativi americani. I coloni non si limitavano a cancellare i diritti precedenti, ma anche quelli futuri. Con i loro discendenti acquisivano il diritto a possedere la terra a tempo indeterminato, fino all’eventuale decisione di venderla. In questo modo s’impediva ai futuri pretendenti di ottenere le risorse naturali nello stesso modo. E non è tutto. Il «tuo» lavoro è spesso svolto da altri. Non dovrebbero essere loro ad acquisire il diritto? A quanto pare Locke non pensava ai diritti di tutti, ma solo a quelli dei possidenti europei. Comunque sia , cosa c ‘è di così magico nel lavoro da trasformare tutto ciò che tocca in proprietà privata? Perché non affermare allora che la ricchezza naturale è di chi ci fa la pipì sopra? Le argomentazioni a difesa del nostro sistema economico sono deboli e insensate. Una volta smontate, rimane una struttura basata sul saccheggio, ai danni di altre persone, di altri paesi, di altre specie e del futuro. Eppure i ricchi si arrogano il diritto di comprare risorse naturali da cui tutti dipendiamo. Locke avvertì che la sua teoria funzionava solo se restavano sufficienti beni in comune per gli altri. Ma è evidente che oggi i beni in comune sono insufficienti. Chi si accaparra le risorse le sottrae agli altri.

È impossibile rendere equo l’attuale sistema. E allora come sostituirlo? Penso che il principio fondante di un nuovo sistema debba essere che chi non è ancora nato ha, quando viene al mondo, gli stessi diritti di chi è già in vita. Niente di nuovo: l’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani stabilisce che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti». Purtroppo la dichiarazione non aggiunge che nessuna generazione ha il diritto di derubare quella successiva. L’articolo mancante potrebbe essere questo: «Ogni generazione ha uno stesso diritto a godere della ricchezza naturale».

Bisognerebbe stabilire che lo sfruttamento delle risorse rinnovabili non può essere più rapido della loro rigenerazione, e vietare lo sfruttamento di quelle non rinnovabili che non siano riciclabili. Questo implica due cambiamenti epocali: il passaggio a un’economia circolare in cui niente si distrugge e la fine dei combustibili fossili. Per quanto riguarda la proprietà della terra, in un mondo densamente popolato come l’attuale, l’articolo 17 della dichiarazione è contraddittorio. Dice che «ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà personale» ma non introduce limiti e quindi non garantisce il diritto a tutti.

Il dibattito pubblico dovrebbe essere incentrato su questi temi. Per impedire la distruzione dell’ambiente e il crollo del sistema dobbiamo rimettere in discussione le nostre convinzioni più profonde.

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