DANIELE LO VETERE La mistica delle competenze e dell’interdisciplinarità sigillata dentro una trentina di buste. Le ultime novità sull’Esame di Stato

[La scuola e noi, 21 gennaio 2019]

Superiamo lo sgomento, la rabbia, la sensazione di essere nuovamente presi in giro da un Ministero che lavora sempre nel solco dell’emergenza, facendo e disfacendo, soprattutto facendo male. Superiamo anche la voglia di ridurre tutto alla metafora troppo semplice della cultura ridotta a quiz televisivo.

Questa proposta di un colloquio orale che prende avvio dall’estrazione di una serie di domande sorteggiate e preventivamente preparate dalla commissione ha una qualche ratio o è solo una farsa? Non è mai facile rispondere a quesiti del genere, perché il Miur non è un ente noto per trasparenza, linearità politico-amministrativa e capacità di programmazione. Sappiamo che la riforma dell’Esame di Stato non è una decisione presa dall’attuale Governo e dall’attuale ministro. Bussetti, però, ha introdotto delle novità, molte nate dalla voglia di frenare ma non smentire le intenzioni degli avversari politici che li hanno preceduti.

Non parlerò dell’aumento del carico di lavoro per i commissari, che dovranno predisporre n+2 tracce per l’orale (con n = numero degli studenti), né parlerò dell’inquietudine profonda che provoca in me questa volontà dello spirito dei nostri tempi di imporre ovunque forme, griglie, protocolli, standard, procedure, come se ci fosse psicologicamente intollerabile accettare l’idea che anche un esame finale – che certo ha una sua doverosa ufficialità e istituzionalità – possa prevedere umani spazi di informalità e imprevedibilità, senza domande preconfezionate, almeno in quel momento nel quale il candidato (cioè lo studente) e i commissari (cioè gli insegnanti) sono faccia e faccia e potrebbero appunto “colloquiare”. Parlerò solo di questo: questa tragicomica storia delle “buste” rivela con una chiarezza inconsueta con quali forme mentali superficiali, retoriche, insopportabili si concepisca il quotidiano e complicato lavoro in classe.

Oltre la metacognizione: il vaticinio profetico delle competenze future

Bisogna intendersi, innanzitutto: non facciamo come quelli che tirano il freno di emergenza quando il treno è già fermo in stazione. Non è certo con questo decreto che si impone un esame conclusivo orientato alle competenze e all’interdisciplinarità. Sono questioni ormai decennali. Anche buona parte dello svolgimento dell’esame era già nota almeno dal dl del 13 aprile 2017, n. 62 (art. 17, commi 9 e 10).

Come spesso capita in Italia, si procede per accumulo: le “vecchie” conoscenze non sono in effetti mandate in soffitta,i ma siccome bisogna essere assolutamente moderni, ad esse aggiungiamo alternanza scuola-lavoro, Cittadinanza e Costituzione, CLIL, con il rischio probabile di rendere sempre più caotico e insostenibile l’esame.ii

Non sfugga però questo passaggio del decreto della settimana scorsa: «Nella relazione e/o nell’elaborato [sull’alternanza scuola-lavoro, che è stato ribattezzato da Bussetti “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”], il candidato, oltre a illustrare natura e caratteristiche delle attività svolte e a correlarle alle competenze specifiche e trasversali acquisite, sviluppa una riflessione in un’ottica orientativa sulla significatività e sulla ricaduta di tali attività sulle opportunità di studio e/o di lavoro post-diploma».

La competenza è un concetto elastico e infinitamente manipolabile dal punto di vista ideologico e pratico: può intendersi come capacità di applicare conoscenze e procedure a un ambito non noto seppur ancora scolastico o disciplinare, ma può essere facilmente esteso, con una formula generica, all’esperienza di stage, che naturalmente dovrà essere collegata, avere una “ricaduta”, sulle future opportunità di studio e di lavoro post diploma. Siamo alla pura chiacchiera: secondo chi ha steso queste righe, lo studente dovrebbe essere in grado di valutare se quel che ha imparato gli servirà per un mestiere o per degli studi futuri intorno ai quali evidentemente egli ha solo idee vaghissime e confuse, mescolate a speranza, eccitazione, paura, curiosità. Oltre che la pura chiacchiera, siamo anche ben oltre la “metacognizione”: siamo al vaticinio profetico.

Il problema delle competenze nelle Satire di Orazio e Lucilio

Ma veniamo finalmente all’estrazione dei quesiti da parte degli studenti. Ho premesso che personalmente queste nuove modalità d’esame mi sembrano rivelare una ossessiva volontà di razionalizzazione e formalizzazione, ma la tirerei troppo per le lunghe. Perciò provo a mettermi nei panni del funzionario ministeriale. Forse che le prime due prove non vengono già dal Miur, e hanno perciò tutta la rigida formalità della cosa ufficiale? Forse che quando c’era la terza prova essa non doveva essere preparata in anticipo dalle commissioni? Dunque perché non rendere serio, ufficiale, proceduralmente chiaro, anche l’orale? Questo, forse, avranno pensato al Miur.

Ma che succederà il giorno del colloquio? E se lo studente non dovesse saper sviluppare un bel niente a partire da quei «testi, documenti, esperienze, progetti e problemi» che sortiranno dalla busta uno due o tre? Potremo fargli una domanda di riserva? O dovremo inchiodarlo alla Busta Fatale? A parte la rigidità che questo macchinoso sistema del sorteggio imporrà, è evidente che esso aggraverà, forse fino a farla esplodere – e questo potrebbe non essere un male – una contraddizione visibilissima ma mai a sufficienza denunciata, che è insita ab origine nella questione dell’apprendimento delle competenze.

(A scanso di equivoci sulla mia reazionarietà, gentilianismo, tradizionalismo, e chi più ne ha più ne metta: ho voluto io la pubblicazione di questo intervento sulle competenze di Gianni Marconato che è uscito il 31 dicembre sul nostro blog. Di competenze si può e deve parlare, ma seriamente).

Potrà mai un insegnante dire seriamente che lui è contro la capacità degli studenti di dimostrare di avere una cultura matura, profonda, organica, che vede i nessi tra le materie, ne supera i famosi “compartimenti stagni”, e sa usare quel che sa per fare ed essere qualcosa di meglio di quel che faceva ed era prima di entrare a scuola? La risposta va da sé. Dunque perché mi scaldo tanto? Proverò a spiegarlo, per dimostrare la mia competenza, con un collegamento interdisciplinare.

Criticando Lucilio, il poeta satirico che l’aveva preceduto nel genere, Orazio scriveva: «in un’ora, come fosse gran cosa, dettava sovente duecento versi, e reggendosi su un piede soltanto. Siccome scorreva fangoso, c’erano cose che avresti voluto levare; era ciarliero e insofferente della fatica di scrivere, di scrivere bene: perché del molto io non me ne curo» (Orazio, Satire, I 4). Orazio è uno scrittore classico, da labor limae, da fatica artigianale. Sa benissimo che per arrivare a scrivere cose serie e ben fatte ci va molto tempo: la qualità non si improvvisa.

Come si sviluppa una competenza (seria)

Pensare che si possano individuare una trentina di testi, documenti, problemi sui quali lo studente improvviserà, stando su un piede solo, un percorso che dimostri la sua competenza e capacità di collegamento interdisciplinare la dice lunga sul modo in cui intendono la competenza nelle stanze del ministero (e non solo loro, come si vedrà tra poco).

Per arrivare a ottenere una “prova di competenza” sulla poesia d’amore medievale, come su qualsiasi altro argomento, io ci metto due mesi e mezzo, forse tre. Lavoro per tutto quel tempo su quel solo tema: scavo, collego, analizzo; leggiamo, parafrasiamo, commentiamo, interpretiamo, colleghiamo, attualizziamo. Alla fine dei due mesi e mezzo, anche tre, posso rischiare: do un testo di Giacomo da Lentini, Guido Cavalcanti, Jaufré Rudel, Dante, che gli studenti non hanno mai visto, per vedere se sanno applicare ciò che hanno imparato in un contesto nuovo; oppure fornisco un dossier di testi sull’amore presi da studiosi della letteratura medievale, filosofi, scrittori, per vedere se mescolando quei testi con quelli letti in classe sapranno scrivere un testo originale. Qualcuno alla fine si dimostra competente, qualcun altro no. È normale, è umano.

La competenza si nutre di accumulo lento, rimuginio, riflessione; poi di piccole fughe in avanti, guidate, a esplorare terreni ignoti, poi di ritorno al noto; poi di molte incertezze e di molti fallimenti. La competenza non è un barone di Münchausen che si tiri fuori dalle sabbie mobili da solo agguantandosi il codino. Non è consapevole di sé, va e viene, c’è e non c’è, emerge in condizioni particolari e poi torna ad essere sommersa. È soggetta alle passioni, quindi a volte si incarta. È oscura e invisibile, mescolata al corpo e alla psiche; è intrecciata all’incompetenza.

Soprattutto, la competenza si sviluppa a partire da un contesto concreto – storico, radicato, umano –, perché ha bisogno di qualcosa di solido su cui esercitarsi. Quel qualcosa di solido sono sempre state le materie scolastiche, che hanno una storia, dei paradigmi, dei contenuti, delle pratiche. Se i paradigmi, i contenuti, le pratiche in parte non funzionano più, se ad esempio ci accorgiamo che la didattica della letteratura ha bisogno di essere rinnovata, è sempre dentro quel recinto disciplinare (e in sani colloqui con gli altri recinti) che troveremo le chiavi per agire.

L’araba fenice e le virtù taumaturgiche

Invece qualcuno – l’ha fatto l’Associazione nazionale presidi – riesce a salutare un esame come questo, sia pure al netto di doverose cautele verso alcune “criticità”, come «un cambiamento radicale che presuppone un diverso approccio didattico e culturale da parte delle scuole e che ANP considera ormai ineludibile. Apprezziamo la nuova visione, volta a superare la rigida e ormai antiquata impostazione delle discipline scolastiche, auspicando che si tratti di un effettivo preludio al complessivo rinnovamento della scuola tradizionale. Il nuovo esame rappresenta l’occasione per misurarsi con quella didattica per competenze verso la quale lo scenario educativo internazionale si orienta da molto tempo, utile ad affrontare un contesto sociale sempre più complesso» (il comunicato intero qui).iii

Le “competenze”, l'”interdisciplinarità” sono come l’araba fenice: che ci sian ciascun lo dice, ove sian nessun lo sa. Hanno peraltro la qualità tipica della magia e delle virtù taumaturgiche: basta evocarle, prescriverle per decreto, e loro compaiono. Stando su un piede solo.


i Si parla anzi di «favorire la trattazione dei nodi concettuali caratterizzanti le diverse discipline» (art. 2 comma 3 del decreto).

iiIl colloquio orale intende valutare «l’acquisizione dei contenuti e dei metodi propri delle singole discipline, la capacita’ di utilizzare le conoscenze acquisite e di collegarle per argomentare in maniera critica e personale anche utilizzando la lingua straniera in maniera critica e personale anche utilizzando la lingua straniera. Nell’ambito del colloquio il candidato espone, mediante una breve relazione e/o un elaborato multimediale, l’esperienza di alternanza scuola-lavoro svolta nel percorso di studi. […] Il colloquio accerta altresì le conoscenze e competenze maturate dal candidato nell’ambito delle attività relative a “Cittadinanza e Costituzione”»: (dl 13 aprile 2017).

iii Ringrazio il collega Rosario Paone per avermi segnalato questo comunicato.