Gilet (gialli)

I

Alle radici della rabbia

Marc-Olivier Padis
«Eurozine» (Austria), tradotto in «Internazionale», 1290, 18 gennaio 2019

È difficile descrivere un movimento poco esteso (circa 350mila persone al culmine della mobilitazione) sparpagliato su tutto il territorio nazionale. I suoi interventi, spesso confusi, mescolano rivendicazioni poco coerenti (meno tasse e più servizi pubblici). Secondo uno studio realizzato alla fine di novembre da un gruppo di ricercatori universitari nelle città di Bordeaux, Marsiglia, Caen, Rennes, Montpellier, e Grenoble, su un campione limitato, emerge che gira e gialli sono soprattutto persone che lavorano o hanno lavorato, appartenenti alla classe operaia o alle classi medio-basse. La categoria sociale più rappresentata è quella degli impiegati (45 per cento) nettamente più numerosi degli operai (11 per cento). Altrettanto rappresentato e il gruppo degli artigiani, dei commercianti e dei piccoli imprenditori. I pensionati costituiscono un quarto dei gilet gialli.

francia_gilet_gialli_tanica_tasse_afp

Per circa la metà degli intervistati (47 per cento) partecipare alle iniziativa dei gilet gialli è stata la prima esperienza di protesta. Gli intervistati sono contrari al coinvolgimento nelle proteste delle tradizionali organizzazioni rappresentative, i sindacati e i partiti. Il 33 per cento si dichiara apolitico, né di destra né di sinistra. Tra quelli che si schierano il 15 per cento si definisce di estrema sinistra, il 5,4 per cento di estrema destra, il 42,6 per cento di sinistra, il 12,7 per cento di destra.

[…]

Le ragioni della collera sono tanto concrete quanto confuse […]. Il primo motivo di malcontento riguarda la fiscalità verde, ovvero la condivisione degli sforzi economici per finanziare il passaggio a fonti energetiche rinnovabili. Nel 2014 il governo ha introdotto una tassa speciale sul carburante (la cosiddetta Contribution climat-énergie) che avrebbe dovuto incentivare comportamenti meno nocivi per l’ambiente […]. Dopo aver incoraggiato l’acquisto di auto diesel tassando il gasolio meno della benzina le autorità francesi hanno invertito la rotta imponendo tasse uguali sui due carburanti. I francesi che usano spesso l’auto e che avevano scelto il diesel hanno subito gli effetti della nuova politica e si sono sentiti doppiamente penalizzati […]. Il governo ha risposto sospendendo per il 2019 l’aumento del contributo climat-énergie, ma questa concessione è sembrata insufficiente anche perché nel frattempo le rivendicazioni si sono nettamente ampliate. Il movimento dei Gigli gialli ha espresso un malessere profondo per la stagnazione del potere d’acquisto dei ceti medio-bassi […]. Il governo ha cancellato l’imposta sui grandi patrimoni (la cosiddetta Isf), considerata un simbolo di giustizia fiscale in nome del rilancio degli investimenti. In questo modo ha dato l’impressione di condurre una politica squilibrata a favore dei redditi più alti e contro le classi medie. Anche se nel programma di Macron erano previsti sgravi fiscali per 80 per cento dei contribuenti questi provvedimenti non si sono ancora concretizzati.

[…]

Le rivendicazioni del movimento dei gilet gialli riguardano anche la democrazia, i gilet gialli pretendono visibilità, rispetto e legittimità politica […]. Macron ha saputo portare avanti una campagna elettorale partecipativa (ispirata ai comitati locali dello statunitense Barack Obama), ma non ha tratto le giuste conclusioni sull’esercizio del potere […]. La protesta non ha  aiutato la società francese ad avere un’immagine più lucida di se stessa. L’assenza di rappresentanti e di portavoce le rivendicazioni confuse e le azioni non coordinate hanno reso il messaggio dei manifestanti poco chiaro. Quale può essere lo sbocco politico di un movimento di consumatori animato della classe media? […] I sondaggi mostrano che a trarre beneficio dalla situazione attuale potrebbe essere la leader di estrema destra Marine Le Pen.

II

Cosa manca ai gilet gialli
Alain Badiou
«L’autre quotidien» (Francia), tradotto in «Internazionale», 1299, 22 marzo 2019

Cosa dire del movimento dei gilet gialli? Devo ammettere che fin dai suoi esordi non ho trovato niente di politicamente innovativo o progressista nella sua composizione, nelle sue dichiarazioni e nelle sue pratiche […]. In Francia c’è un forte malcontento espresso da quella che potremmo definire la parte operosa della classe media, che spesso vive in provincia e ha un reddito limitato. Il movimento dei gilet gialli è una rappresentazione significativa, sotto forma di rivolta attiva e violenta, di tale malcontento […]. La borghesia francese – la sua oligarchia dominante, gli azionisti della borsa parigina – non riesce più a mantenere al suo servizio come faceva in passato, in particolare prima della crisi del 2008, una classe media politicamente asservita. Questa classe media è stata una base storica pressoché costante del dominio elettorale delle diverse destre […]. Da qui nasce l’attuale protesta di una parte importante della classe media, quella che si sente abbandonata, contro Macron, considerato l’agente locale della «modernizzazione» capitalista: un giro di vite generalizzato, risparmi, austerità, privatizzazioni, senza alcun riguardo per il benessere delle classi medie, che fino a trent’anni fa erano corteggiate in cambio del loro sostegno al sistema dominante. Denunciando il loro impoverimento, i gilet gialli vogliono di nuovo essere pagati per questo consenso a caro prezzo. Ma è una pretesa assurda, poiché il meccanismo è il risultato del fatto che, in primo luogo, l’oligarchia non ha più bisogno del sostegno delle classi medie dopo la scomparsa del pericolo comunista, in secondo luogo non ha più i mezzi per pagare un asservimento elettorale di quella portata.

È falso affermare, come fanno alcuni, che il movimento dei gilet gialli è intrinsecamente fascista. Il fascismo organizza in modo spesso molto disciplinato, se non militarizzato, motivi identitari, nazionali o razziali. Nell’attuale rivolta non organizzata, e di conseguenza individualista, ci sono persone di ogni genere, che svolgono lavori diversi, che spesso pensano di essere democratiche, che fanno appello alle leggi della repubblica. Le convinzioni propriamente politiche della maggior parte di loro sono in realtà piuttosto ondivaghe […]. Alcuni indizi, e in particolare le evidenti tracce di nazionalismo miope, di ostilità latente contro intellettuali, di «democratismo» demagogico in stile criptofascista che vede «il popolo contro le élite», di confusione dei discorsi dovrebbero spingere chiunque alla prudenza.

III

«Gilet gialli: la vittoria dei vinti». Imtervista a Edwy Plenel
«Micromega», 2 aprile 2019

Quale lezione dunque la sinistra può trarre da questo movimento?

Che occorre uscire rapidamente dal XX secolo. Ed è ciò che la sinistra non riesce ancora a fare. Il XX secolo è quello della grande tragedia: caduta dell’URSS, conversione della socialdemocrazia al liberalismo economico, sinistre di governo che si consacrano allo stato più che alla società, il secolo del partito come proprietà, della professionalizzazione della politica. Si dovrebbe a mio avviso guardare più al XIX secolo, al principio cioè del movimentismo e delle battaglie per l’uguaglianza: in quelle masse in cui si mescolano persone di orizzonti diversi, borghesi e proletari, massoni o libertari si veicola un’unica questione: quella dell’uguaglianza. A questo orizzonte di ricerca dell’uguaglianza propria ai moti del 1830, del 1848 e del 1871 si dovrebbe ispirare la sinistra oggi. Attorno ai gilet gialli ho visto crearsi delle piattaforme di intenti: essere accolti a Caen in uno squat di migranti, fare un’assemblea a Commercy per chiedere gli stessi diritti sociali per tutti coloro che vivono in Francia di qualunque nazionalità etc. Siamo di fronte ad una catastrofe politica, sociale e democratica, una crisi di civiltà. Oggi più che mai possiamo rifarci alla lezione di Benjamin che rispondendo a Marx (“le rivoluzioni sono le locomotive della storia”) indica la soluzione nei passeggeri (che hanno orizzonti molto diversi tra loro) i quali rendendosi conto che il treno si schianterà contro un muro decidono finalmente di azionare il freno d’emergenza.

Tra i gilet gialli si muovono però forze inquietanti, radicali…

Non nego che i gilet gialli siano attraversati da forze verticali, autoritarie ma qui è il punto della questione: se restiamo in panchina a vedere cosa succede in campo è a questi personaggi che regaliamo i gilet gialli. Il mio libro è anche un appello alle forze di emancipazione per accompagnare i gilet gialli, per impedire che scivolino verso derive autoritarie. Non prendiamoci in giro. Il potere francese detesta i gilet gialli, fa di tutto perché questo popolo sia definito brutto, vile, violento. Perché? Perché vuole lo scontro, creare la dicotomia “o l’estrema destra oppure noi”, “o il caos o noi”. Ma così agendo, assomiglia a questo caos. Il governo francese ha scelto la repressione ed è in piena deriva autoritaria. In campo sono scesi addirittura i blindati e i militari per reprimere un diritto fondamentale, quello di manifestare. La polizia ha in dotazione granate con esplosivo, che hanno provocato un morto, una persona ha perso un occhio, cinque persone hanno perso una mano. Abbiamo repertoriato oltre 600 atti di violenza poliziesca illegittima, ci sono oltre 2.000 condanne. Una cosa mai vista in nessun movimento sociale in Francia. Ci sono state gravi violenze nei movimenti operai nel ’79 ma non c’è stata mai una repressione simile, neanche nel ‘68. La violenza che si è espressa di converso non contro persone ma contro simboli (banche, ristoranti di lusso) è una reazione a questo stato di repressione. Poi di fronte alla paura di questo popolo ‘dei bassifondi’ c’è stata anche la levata di scudi di alcuni intellettuali (vedi Lui Ferry, Alain Finkielkraut), dei benestanti, dei possidenti che hanno ingaggiato lo stato al proprio servizio, per trasformarlo in uno stato di violenza sociale. Si comportano proprio come quegli intellettuali che stigmatizzarono i resistenti della Comune di Parigi e lodarono le repressioni sanguinose del potere (vedi lo stesso Zola). Ecco perché se si lascia i gilet gialli abbandonati a sé stessi, senza solidarietà e soli di fronte ad un apparato governativo repressivo si favorisce soltanto la regressione politica. Vuol dire metterci di nuovo davanti alla scelta obbligata Macron o Le Pen. Ma già ci hanno fatto questo scherzetto nel 2017. Non si può più ripetere.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: