GIANFRANCO SCIALPI Le classi pollaio contesti dove regna la superficialità

[Gianfranco Scialpi, 22 ottobre 2018]

Le classi pollaio, una pessima soluzione organizzativa dove è  difficile incontrare la persona. Esprime la rinuncia alla profondità, a vantaggio di una pedagogia che riduce tutto a prestazione, a omologazione del soggetto educante…

Classi pollaio, dove regna il numero, il calcolo
Le classi pollaio, una pessima soluzione organizzativa voluta e imposta dal Governo Berlusconi IV (2008-11), unicamente per ottimizzare le risorse. Dietro il tecnicismo si nasconde la cruda realtà di una scelta che si pone agli antipodi della Costituzione (“la formazione dell’uomo e del cittadino”). Esprime, inoltre, la rinuncia al “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Le classi pollaio rimandano al mondo dell’aritmetica. Tutto è numero, calcolo! Se si legge infatti il D.M. 81/09 tutto è ridotto a un valore numerico. Un esempio:” Salvo il disposto dell’articolo 5, commi 2 e 3, le classi di scuola primaria sono di norma
costituite con un numero di alunni non inferiore a 15 e non superiore a 26, elevabile fino a 27 qualora residuino resti”. Coerentemente con l’impostazione ragionieristica c’è chi definisce una classe pollaio quella che supera i 30 studenti (scuola secondaria di secondo grado).

Classi pollaio, si dimentica la persona e quindi la profondità
Tutto ciò dimentica la persona. Questa è la grande assente e la profondità che la caratterizza. La cifra di questo deserto è la primazia della carta, dell’adempimento formale. L’esempio è la compilazione dei PdP per i Bes e i Dsa che non porta vantaggi (presenza aggiuntiva di un docente) per chi opera in questo tipo di organizzazione. Il deserto è formalizzato anche dall’assenza delle compresenze che ha depotenziato il tempo pieno, sideralmente lontano dalla prospettiva indicata dalla legge 820/71 e più incisivamente imposta dalla Legge 577/77. La cornice era l’attenzione, la cura verso la diversità, come elemento profondo e caratterizzante ogni persona e non solo di alcuni.  Nelle classi pollaio, purtroppo tutto converge al centro in un processo di omologazione che sacrifica gli estremi (i più capaci e quelli che faticano). Il tramonto della persona, la sua scomparsa dall’orizzonte delle classi pollaio, lascia il posto alla superficialità, cifra della postmodernità (G. Vattimo). La formazione si riduce ad una “spruzzata” di conoscenze e abilità che devono tradursi in prestazioni (prove Invalsi), mai, ad esempio in competenze linguistiche e comunicative (riflessioni, argomentazioni…) In questo contesto caratterizzato da un palese comportamentismo non  rimane spazio per la persona, intesa nella sua dimensione cognitiva, emotiva e affettiva.

“Ritorno alla persona” secondo  U. Galimberti
Tutto questo è magistralmente sintetizzato dal filosofo “greco” U. Galimberti. Ha dichiarato recentemente “Oggi troppo spesso l’apporto genitoriale è fallimentare – ha spiegato Galimberti – i genitori non hanno più tempo di rispondere alle domande filosofiche dei bambini, ai loro mille perché, e spesso le parole mancate vengono sostituite da montagne di giocattoli. Il rapido appagamento offerto dal giocattolo impedisce ai bambini di annoiarsi, quando invece dovrebbero trovarsi in situazioni noiose per elaborare poi, in modo creativo, degli stratagemmi per divertirsi…L’educazione emotiva e’ cio’ che piu’ scarseggia nel sistema scolastico italiano, quando un ragazzo rimane impantanato nello stadio pulsionale il rischio e’ che sviluppi forme di violenza e bullismo, perche’ la pulsione non si esprime in parole, ma solo in gesti e azioni”.
La soluzione (non l’unica, beninteso), prosegue U. Galimberti,  è il ritorno  della classe educativa composta massimo  da 15 studenti. Solo questo #cambioverso può riportare la persona al centro della scuola. Si chiede troppo? Non credo, si tratta di rimettere al centro il  soggetto che giustifica la presenza dell’istituzione formativa.

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