RENATA PULEO La buona alternanza: una contraddizione in termini

Come abbiamo già avuto modo di scrivere, le forme assunte dall’ASL in tante scuole italiane dimostrano come tali pratiche costituiscano il nervo scoperto della legge La Buona Scuola. Soprattutto, nella composizione linguistica e ideologica fra lavoro e scuola, esse vanno a fare da perno fra l’idea di lavoro veicolata dalla famigerata Jobs Act e la “riforma epocale” (sic, dalla viva voce di Renzi) del sistema scolastico. L’asse su cui ruota tale nefasta congiunzione è la parola “competenze” presa nell’imbuto della loro “comprovata certificazione”. Parola, femminile-plurale, definita (non una definizione in senso euristico, epistemologico), nei documenti del MIUR, dell’INVALSI, nei testi delle Raccomandazioni Europee, come manifestazione di autonomia e responsabilità da applicare nei contesti di studio, essa converge verso la misura dell’adattamento all’ambiente. Ambiente di lavoro, tanto che l’imbuto nel quale  scuola e lavoro confluiscono è  il Quadro Europeo delle Qualifiche Professionali. Come dice Giordani [1] nella sua testimonianza, formare competenze è  una pratica di addestramento al lavoro. Attività occupazionale che esiste solo nelle forme precarie, instabili, ricattatorie dell’attuale mercato della forza-lavoro. L’ASL non serve a formare le alte qualifiche (che propriamente tali non sono nemmeno al livello 8 della scala di misura proposta dalla Raccomandazione EU), non serve a selezionare la classe dirigente, se non per effetto negativo: chi governerà il paese sarà chi avrà studiato per studiare, chi avrà frequentato i licei dove l’ASL  è quanto di più simile all’esperienza segnalata da Di Fani e Laurenti [2], i due genitori che firmano il secondo atto di denuncia che pubblichiamo. Parlare l’inglese dei mercati, muoversi nei contesti istituzionali, abitare la realtà sociale così com’è, soddisfatti del proprio ruolo e del contributo dato alla sua tenuta, credere nella riuscita individuale e nella povertà come peccato da attribuire ai poveri. Ma ciò che emerge con estrema drammaticità (anzi quasi tragica, destinale) è l’adesione a questo modello di soggettività egoista da parte di molta “sinistra”. I genitori e gli insegnanti a cui si rivolge Giordani nella sua denuncia, sono stati attivi nei movimenti sociali, sono “autentici” democratici, sono “eco-collaborativi”, ecc, ecc. Abbiamo letto che la nuova coalizione di sinistra, nata domenica scorsa a Roma a guida Grasso, ha al suo interno (per la componente di SI) un’area di forte opposizione alla legge 107 e all’ASL nello specifico. Vedremo se ci sarà al proposito qualche concretezza. Per quanto riguarda l’ala dura a sinistra della sinistra – Jo so’ pazzo –l’articolato programma presentato in questi giorni, alla voce istruzione risulta piuttosto generico. Ed è un peccato, considerato il retroterra in cui è nata l’opposizione radicale, nel cantiere di lavoro napoletano, dove anche la scuola è in grande sofferenza, fra disaffezione  e abbandono.

Intanto, ricordiamo che l’ASl, prevista come obbligatoria rispettivamente per 400 e 200 ore negli Istituti tecnico professionali e nei Licei, non ha avuto come rinforzo legittimante i suoi percorsi né il Registro delle Imprese, né lo Statuto degli studenti, né l’avvio di un monitoraggio serio da parte del MIUR. La Guida orientativa a cura del MIUR non ha effetti di norma, e la nota interpretativa del marzo scorso è – come sempre accade alle “note” – a basso rango giuridico. Sono le varie sezioni locali della Confindustria ad aver fatto impropriamente norma “consuetudinaria”, con proprie disposizioni che regolano il regime delle convenzioni con le scuole. La scuola per lo più accetta, subisce, nel filone dell’inarrestabile umiliazione del suo ruolo, paradossalmente iniziata proprio con i provvedimenti dell’autonomia. E sempre per paradosso, solo l’autonomia utilizzata nel senso proprio del “nomos”, il sistema delle regole tipiche di ogni singola realtà umana, sociale, nel quadro costituzionale sulla funzione della formazione e dell’istruzione, può andare a costituire una barriera alle scelte scellerate imposte dalle imprese e dal MIUR.

Gli Stati Generali sull’ASL, convocati dalla Ministra Fedeli il 16 dicembre prossimo, c’è da sperare che non costruiscano la solita celebrazione dell’altro famigerato nesso, quello fra scuola digitale e Asl, sempre articolato sul nodo “competenze”. Sarà compito soprattutto della FLC e delle organizzazione sindacali far virare il dibattito non verso l’ennesimo aggiustamento voluto dal Governo, ma verso un provvedimento almeno di moratoria, uno stop funzionale al dibattito e alla riflessione che interrompa la via dritta che fa dell’ASL uno dei requisiti per sostenere l’esame di stato.

La scuola di cui riferisce Giordani è un Istituto Comprensivo di Roma. Il liceo scientifico frequentato dal figlio di Di Fani e Laurenti è ubicato in una zona di periferia “qualificata”, sempre a Roma. Omettiamo riferimenti più precisi per ragioni di correttezza, visto il clima che si respira nelle scuole, negli organi collegiali…
Renata Puleo

[1] Leggo che si parla anche quest’anno di attivare percorsi di alternanza scuola-lavoro (ASL) nella nostra scuola, nonostante la scuola elementare non sia coinvolta dalla legge 107 (La Buona Scuola di Renzi) che l’ha introdotta (cc 33/43 Legge 107/2015); si tratterebbe quindi di una “libera” scelta della nostra scuola, cosa ancora più grave  alla luce di quanto emerso sulla vera faccia dell’ alternanza scuola-lavoro in questi mesi.

Spero che tutto il Consiglio di Istituto ripensi criticamente alla scelta dello scorso anno e in particolare  i/le rappresentanti dei genitori non votino a favore, considerato che una larga parte della nostra scuola ha firmato i referendum per l’abolizione dell’ alternanza scuola-lavoro ed ha manifestato contro la legge-Renzi che sta distruggendo sempre più la scuola pubblica; inoltre il Comitato Genitori non ha ancora avuto modo di discutere dell’argomento.

Nel merito di questo aspetto della riforma Renzi, che ho studiato attentamente perché cambia radicalmente le finalità costituzionali della formazione pubblica, vorrei condividere alcune riflessioni:

– l’alternanza è stata introdotta mentre si tagliavano le ore e i/le docenti di laboratorio: non vuole avere infatti alcuna valenza ai fini di una formazione culturale ampia e critica ma solo di una formazione funzionale al nuovo assetto del mercato del lavoro. I ragazzi e le ragazze devono essere addestrati/e, non solo e non tanto ad eseguire lavori umili, ripetitivi e lontani dai loro ambiti di studio, ma soprattutto ad accettare senza fiatare l’orizzonte prossimo venturo del lavoro gratuito, senza tutele, senza sicurezza e senza diritti;

– da questo punto di vista il paradosso è massimo: si indirizzano ragazzi/e verso un lavoro gratuito che in realtà non esiste, sottraendolo nei fatti a quei soggetti che avrebbero i titoli per svolgerlo con regolare retribuzione e diritti;

– sottrae alle giovani intelligenze il tempo necessario per la propria crescita complessiva, in quanto l’alternanza viene svolta interrompendo l’attività didattica durante l’orario scolastico; quando poi è fatta di pomeriggio, non permette lo studio a casa, inficiando comunque il normale processo di apprendimento: tutto questo avviene smembrando il gruppo classe, che viene organizzato in piccoli sottogruppi impegnati “a scacchiera” nel corso di tutto l’anno, rendendo così ancora più complesso lo svolgimento dei programmi didattici, con aggravio soprattutto nelle realtà periferiche dove i disagi socio-economici e culturali sono più marcati ed hanno una ricaduta negativa in particolare sugli studenti con maggiori difficoltà. Peraltro tale organizzazione caotica ed irrazionale non è dettata da esigenze interne legate al percorso formativo di studenti e studentesse ma esclusivamente da interessi esterni di aziende ed enti che con i tempi specifici dell’apprendimento non hanno nulla a che fare;

– sottrae tempo e possibilità alle esperienze che si potrebbero fare (come in passato avveniva) attraverso stage mirati e tirocini pensati e gestiti dalle/i docenti della classe ed inseriti in un percorso pedagogico e formativo profondo; al contrario, anche l’alternanza svolta in situazioni apparentemente più “formative” (università, biblioteche, archivi, musei, ecc.) ha dimostrato che ragazzi/e di 16-18 anni, senza una preparazione specifica, non riescono a comprendere i processi che osservano e sono ridotti a fare manovalanza di bassa lega (fotocopie, pulizie, ecc.) o ad osservare acriticamente creando anche intralcio a chi vi lavora (infatti molte facoltà hanno rinunciato per questo a rinnovare le convenzioni con le scuole);

– garantisce alle aziende ospitanti manodopera gratuita permanente e cospicui finanziamenti in cambio di questo “favore” reso alla collettività;

– gli/le studenti l’hanno sperimentata sulla propria pelle e cominciano a contestarla e denunciarla in tutta Italia con diverse forme di lotta (manifestazioni, autogestioni, ecc.).

È quindi una riforma dettata da interessi opposti alle finalità costituzionali e sociali della scuola, pertanto va fatto di tutto per cancellare questa vergogna, ed ogni tentativo di edulcorarla o “gestirla” non è altro che una foglia di fico a coprirne la sostanza: sfruttamento minorile legalizzato ed educazione alla subordinazione e all’obbedienza cieca.

Auspico quindi che quest’anno non si ripeta lo scandalo dello scorso anno, quando il CdI approvò la partecipazione della nostra scuola (pur non essendone tenuta in quanto la legge 107 non prevede alcun obbligo per le scuole primarie) all’alternanza scuola-lavoro, mentre fuori dei cancelli decine e decine di genitori ed insegnanti firmavano il referendum per la sua abolizione.

Se si sostiene di essere contrari alla Legge 107, di cui l’alternanza scuola-lavoro è uno dei principali assi portanti, non si può favorirne l’applicazione, giustificandosi con una presunta “qualità” di un’alternanza rispetto ad un’altra.

Bisogna capire che si stanno consegnando un milione e mezzo di studenti ogni anno e per sempre al lavoro gratuito, colmando così le carenze di organico di enti pubblici e privati, con un ricatto micidiale per i lavoratori in servizio e per i loro diritti… Bisogna avere il coraggio di volare alto, di guardare aldilà delle verità della Confindustria (la vera ispiratrice di questa riforma), del governo o di chi ha interessi in questa materia… Con i soldi che il MIUR versa alle aziende e agli enti, potrebbe assumere bibliotecari formati e in regola per svolgere al meglio un importante servizio per la scuola.

In margine: sull’alternanza scuola-lavoro, consiglio di leggere:
http://www.calabriareportage.it/stagiste-abusate-lalternanza-scuola-lavoro-crea-manodopera-ricattabile-e-senza-diritti/
Mauro Giordani

[2] Gentile Preside,

siamo i genitori di Giacomo Laurenti, uno studente della III E del Liceo Scientifico, e vorremmo sottoporLe qualcosa di grave ed inaccettabile che, secondo noi, si è verificato nell’organizzazione dei cosiddetti percorsi formativi dell’Alternanza Scuola Lavoro.

Il giorno 30 novembre nostro figlio ed altri due compagni si sono trovati soli in classe poiché il resto degli alunni era impegnato nel progetto IMUN, cui nostro figlio e gli altri due ragazzi non hanno aderito.

Il problema è che questo progetto a pagamento (ad ogni ragazzo sono state chieste 170 euro per partecipare) è inserito nel percorso dell’ASL, come sappiamo obbligatorio per legge e che costituisce titolo per la valutazione scolastica degli studenti (Legge 107/2015 cc 33-43; nota interpretativa MIUR, 23/03/2017; Guida Operativa)

Come è possibile allora che qualcosa alla quale l’alunno non può sottrarsi abbia un costo aggiuntivo per le famiglie? Questo non è permesso dalla legge 107/2015, per applicare la quale il Ministero della Pubblica Istruzione distribuisce alle scuole i fondi europei ad essa destinati.

Ma oltre a questo, i docenti non si sono posti il minimo problema quando si sono accorti (se se ne sono accorti!) che l’iniziativa divideva il gruppo-classe (si dà ancora un qualche significato e valore a questo concetto?) in un modo da costituire un’oggettiva discriminazione per gli unici tre rimasti fuori? Si poteva anche pensare che le famiglie avessero avuto difficoltà a sborsare, in tempi rapidi e non procrastinabili, la cifra indebitamente richiesta.  Inoltre l’esiguo numero dei non partecipanti comporta la possibilità che i tre “avanzi” vengano collocati in altre classi, o che comunque non possano seguire la regolare didattica, poiché i professori non potranno andare avanti nei programmi con una classe vuota.

Alla luce di queste considerazioni, vorremmo quindi assicurazione che:

– non vengano più proposti corsi a pagamento per la formazione ASL

– per le numerose giornate in cui si svolgeranno i corsi IMUN sia esclusa per i non partecipanti l’ipotesi di venire smistati in altri classi, a fare praticamente nulla;

– sia garantito il regolare corso della didattica;

– sia garantito lo stesso numero di  ore che l’intero gruppo-classe totalizzerà nell’anno accademico per la formazione ASL

Rimanendo in attesa di un cortese riscontro, ringraziamo per l’attenzione.
Maria Di Fani, Claudio Laurenti

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