La cattiva scuola (c’era una volta la buona scuola)

Gli autori del testo #labuonascuola (subito in testa alle classifiche degli hashtag di tw, dopo pochi minuti) hanno usurpato il nome di una legge di iniziativa popolare che negli anni tra il secondo governo Berlusconi e il secondo Prodi propose, dopo ampia condivisione tra gruppi di insegnanti che avevano animato i comitati contro la Moratti, una piattaforma complessiva di riforma della scuola incentrata su alcuni punti essenziali, in primis la difesa della scuola pubblica. Ma uno più centrale: l’aumento della spesa pubblica per la scuola. Non un contentino di 60 euro a testa per i meritevoli o un miliardo per una gigantesca operazione di propaganda una tantum, dopo averne sottratti 8 con un’altra mano pochi anni prima.

Per una curiosa coincidenza questa legge ha ripreso il suo iter il 31 luglio scorso grazie all’iniziativa di alcuni senatori. E il 3 settembre, puntuale, ecco piovere questa serie di diapositive che dovrebbero rappresentare, secondo chi l’ha montate, la riforma complessiva della scuola, la rivoluzione o non so che altro. Poco più che un dépliant di una catena di alberghi, sia nella grafica che nel tono ammiccante: “Un progetto che riguarda sessanta milioni di persone. Un paese intero che ha deciso di rimettersi in cammino”. Al quale si potrebbe controbattere che forse, mentre voi stavate giocando a berlusconi e berluschini noi qua si lavorava. E abbiamo subito quattro riforme della scuola una dopo l’altra. E in mezzo alle rovine di quella che doveva essere la scuola pubblica italiana, additati all’opinione pubblica come fannulloni, abbandonati dai sindacati. abbiamo continuato a svolgere “il mestiere più nobile e bello”: abbiamo aiutato a “crescere le nuove generazioni”, ma senza la fanfara.

Una riforma progettata da anni da ragionieri dell’economia, prestanome di piccole imprese fallimentari, vescovi e lacché ministeriali e che viene presentata, con un carattere esagerato in una delle prime pagine, come la riforma condivisa da tutti: “Perché per fare la buona scuola non basta un governo. Ci vuole un paese intero”. Il paese intero è la stessa Giannini a circoscriverlo quando a Rimini proclama che tutti sono chiamati a partecipare: “famiglie, docenti, imprese e sindacati”. Senza un ordine preciso. O forse sì. La riforma “complessiva” invece si limita a due obiettivi: l’espulsione dei precari dalla scuola pubblica e la redistribuzione dei quattro soldi che ormai non ci sono più.

Sul primo punto la demagogia governativa raggiunge un apice mai scalato: tutti i precari storici verranno assunti, il fondo del barile delle graduatorie a esaurimento verrà raschiato fino all’ultima goccia. E anche di più: ogni tre anni verranno assunti dei giovani abilitati attraverso un concorso. Questa cosa dei precari tutti assunti la prima parte dell’opuscolo la ribadisce in continuazione, con diverse sfumature. Per esempio: che fine faranno le graduatorie di istituto? Non esisteranno più perché gli iscritti alla prima fascia, che corrisponde alla terza fascia delle graduatorie a esaurimento, saranno tutti assunti. Sulla terza fascia ci stiamo lavorando, del resto in questa fascia c’è gente che ha insegnato una settimana e un giorno: ci vogliamo prendere il rischio di considerarli precari? Se hanno lavorato una o più settimane per quindici anni in quattro diverse classi di concorso cosa cambia? La somma delle parti, ci insegna un filosofo, “non fa il tutto”, i residui raramente sono compresi in un impianto propagandistico.

Come si può criticare un documento che, per risolvere il problema del precariato, dice che i precari saranno tutti assunti? Non si può criticare. Si sta alla finestra ad aspettare che arrivino le coperture finanziarie e il sogno si avveri. Ci sono dei precedenti. Il piano di Fioroni aveva previsto l’assunzione di 150000 precari in tre anni. Il primo anno ne furono assunti 50000. L’anno dopo arrivò la Gelmini e non se ne fece più di niente. Se è vero che “so’ tutti uguali” si è trattato solo del gioco delle tre carte. Intanto si registra un fatto positivo: nella prima pagina gli autori del documento si domandano: sono troppi gli insegnanti in Italia? Risposta scontata dalla Moratti in poi con medie europee e quant’altro, benedetta dai conduttori di talk show di ogni fascia oraria e giornalisti con vaga propensione verso l’economia, in prima fila il Giannini tanto celebrato che è succeduto a Floris. Invece i nostri autori scrivono “non abbastanza” e dichiarano che “le supplenze servono a rimpiazzare parte del contingente complessivo di docenti di cui lo Stato ammette di aver bisogno stabilmente”. Da cui discenderebbe necessariamente, con maggiore coraggio, che i precari sono una risorsa e non una piaga, e che i posti che loro stabilmente occupano ogni anno sono organico di diritto. E darglieli non è una così grande notizia.

L’impossibile lo faremo, per i miracoli ci stiamo attrezzando. Viceversa, il possibile i presenta più problematico. Mancano due soldi per mandare in pensione 4000 docenti che hanno totalizzato 96 anni tra anzianità di servizio e età anagrafica e non c’è una lira per gli scatti da qui ai prossimi mondiali di calcio. Sono un sacco di soldi. Il dicastero dell’economia ha detto no in modo categorico a spendere soldi per la scuola. Nel caso ne vogliono qualcuno indietro, dicono da via XX settembre. Le assunzioni sui due piedi non costano niente. Ma siccome i precari sono, come piace definirli anche al documento “la buona scuola”, storici, entrano con una bella carriera che possono rivendicare a breve. Insomma, lo Stato non è un signore facoltoso che può fare gesti generosi. Anche se sarebbe tanto liberatorio.

Per restare nel dominio del possibile e del livello più basso della retorica governativa, quello dove i precedenti governi, senza nome e cognome, sono criticati per le “riforme incomplete e scelte di corto respiro” che hanno portato a ingrossare un precariato che si è esteso a macchia d’olio; politiche, quasi senza soluzione di continuità, ispirate al ridimensionamento della scuola pubblica (con qualche inevitabile regalo a quella privata), sorge una domanda certo altrettanto retorica: come è pensabile abolire il precariato e “assumere tutti i docenti di cui la buona scuola ha bisogno” senza un’inversione di tendenza rispetto a quelle politiche? Che truffa c’è dietro?

Naturalmente il documento non ha il tono folcloristico che ha usato la Giannini nel presentare il piano scuola al meeting di Cl. Gli autori sono stati abili nel rivestire ogni concetto di una vernice accattivante. Ma basta grattare un po’ per ritrovare i luoghi comuni che conosciamo bene. I supplenti annuali per esempio sono definiti “sconosciuti” (le virgolette sono loro). Gli studenti preferiscono avere a che fare con “docenti con cui hanno già familiarità”. Chi fa, in modo volontario o coatto, gli straordinari e sarà premiato attraverso la banca delle ore e i bonus (poco o niente).

Il guadagno è solo d’immagine. Il problema delle supplenze, se è un problema, viene spostato all’interno della rete. I genitori non diranno più  “mia figlia ha avuto tre supplenti”, anche se putacaso ne cambierà uno al giorno. Delle implicazioni sulla didattica si dice ben poco, come è prevedibile. Ma forse è da prendere per buona l’affermazione che il ministro Giannini fa in un’intervista al Sole 24 Ore, dove dice: “la riflessione che abbiamo avviato sulle competenze degli studenti vuole rivisitare sia la didattica nelle classi, che non significa solo digitalizzazione e coding ma anche didattica interattiva, sia il rapporto tra ciò che succede in aula e ciò che accade fuori”. Se c’è un conservatorio vicino a scuola, spiega la ministra, è uno spreco che non ci sia un collegamento. E se invece c’è un ristorante? Le competenze didattiche non sono richieste, l’importante è saper fare tante cose, il docente duttile prima ancora che flessibile. Quando Giannini parla della formazione che manca ai 750 000 insegnanti a cosa si riferisce esattamente? 

L’inganno più grande: questa riforma è stata presentata come una “riforma complessiva”, annunciata da effetti speciali. Difficile non vedere che si tratta solo del primo passo in una direzione già tracciata da Berlinguer a Profumo, passando attraverso Moratti. Aprea e Gelmini, la perfetta continuità tra i quali rispecchia la “profonda sintonia” tra Berlusconi e Renzi: la fine del contratto come sistema per regolare i rapporti tra amministrazione e lavoratori. L’ampliamento dell’orario settimanale oltre le 18 ore rientra dalla finestra. La riforma degli organi collegiali in senso privatistico diventa quasi un corollario, e l’organico di rete riecheggia la proposta di Aprea degli albi regionali con concorsi banditi dalle istituzioni scolastiche con cadenza triennale. La chiamata diretta, più o meno mascherata, idea centrale anche nel programma presentato da Renzi per le primarie del Pd nell’autunno del 2012, tema di cui oggi il ministro Giannini, in un’intervista a “Repubblica”, parla senza vergogna, spiegando uno dei meccanismi fondamentali dell’organico di rete: “All’interno della rete di scuole questo [ovvero consentire ai presidi di chiamare gli insegnanti che ritengono utili] sarà possibile. Un dirigente potrà inviare un docente d’arte che ha vinto il concorso in un istituto e uno di geografia in un altro”.

L’Europa minaccia di multarci se non riduciamo il numero dei precari. E noi li assumiamo come pacchi. E poi li smistiamo.

(28/9/2014)

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