GIORGIO MANGANELLI La lunga fatica della scuola (Ha ragione Pinocchio?)

Domani all’alba voglio andarmene di qui, perché, se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola e per amore o per forza mi toccherà a studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho appunto voglia, e mi diverto più a correre dietro le farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido”.
Vi ricordate queste parole? Le dice Pinocchio al Grillo parlante, il Pinocchio ribelle che tanto ci ha affascinato da ragazzi e da grandi; e quelle parole le scrisse Carlo Collodi appunto cent’anni fa. Un secolo dicono che sia cosa lenta, lunga e perigliosa: ma è cambiato qualcosa, per quel che riguarda il rito dell’andare a scuola? Tutti gli autunni, oggi come un secolo fa, bambini, ragazzetti, adolescenti, giovani di baffo acerbo si mettono in fila per andare a scuola. Qualche volta li abbiamo visti ribelli e impazienti, appunto come Pinocchio; ma per lo più se ne stanno stranamente calmi, anche allegri, di una irrequieta allegria.
Non v’è dubbio che la scuola sia sempre un luogo insieme familiare e non amato, un luogo di fatica e di ore parte noiose e parte ansiose. Si può rendere la scuola un luogo amabile, divertente, un luogo di indimenticabili gioie dell’intelligenza giovanile, quella intelligenza che, alacre e curiosa, comincia a vivere? Ne dubito; vi è qualcosa di innaturale nella scuola dell’ultimo secolo, che non mi pare emendabile: dal modo di reclutare gli insegnanti, dalle bizzarrie degli orari, che giustappongono matematica e letteratura, arte e chimica, costringendo l’intelligenza dell’allievo ad una disponibilità distratta, priva di passione e di coinvolgimento drammatico. Lo stesso insegnante, vagabondo di aula in aula, vincolato a orari e scadenze che non sceglie non potrà ritrovare in sé quella condizione intensamente amorosa che sola consente di consegnare agli altri qualcosa che ci appartiene nel profondo.
Nella scuola si amministrano senza gioia materie di gioia; ma ciò che rende felice il matematico non è ciò che affascina il letterato. Questa gioia offerta indiscriminatamente, secondo rigide scadenze di orario, è una gioia sciupata e amara; e, se non tutti a scuola impariamo ad amare qualcosa, tutti impariamo a detestarne qualcuna.
E poi, i voti! Quel desiderio impuro e corrotto di essere approvati, accettati, giudicati buoni; è un vizio che ci porteremo dietro tutta la vita, e sempre o cautamente mendicheremo o litigiosamente rifiuteremo il “voto” di qualcuno.
Dunque, la scuola è un mutile luogo di perdizione intellettuale, e ha ragione Pinocchio che vuole, nella sua vita, farfalle ed uccellini di nido? Che Pinocchio abbia ragione, lo sentiamo nelle nostre viscere; ma vivere non significa avere ragione; significa aver torto. Se la scuola delude, se la scuola copre di noia discorsi densi di inesauribile letizia nell’anima forse questo appunto è il suo compito: avviare il giovinetto incauto e ruvidamente allegro alla delusione dell’esistere. Tutti gli errori che si accumulano nella scuola formano, quasi per caso, una grande e diffìcile esperienza, un percorso obbligato, un labirinto nel quale si entra drammaticamente intensi come solo un fanciullo può essere, per uscire oscuramente offesi, pronti alle ulteriori offese degli anni a venire.
Del tempo della scuola resterà nella nostra vita un’intensa memoria di volti senza tempo, di “compagni” e “compagne” insieme lontanissimi e indimenticabili; e la lunga fatica della scuola sarà tutt’uno con la lunga fatica di vivere.

Da “Improvvisi per macchina da scrivere”, Adelphi, Milano 2003

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